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Maria Lanciotti: Infinitamente mai
13 Dicembre 2007
 

L’amo da prima di nascere. Io non sapevo che un giorno sarei nato ma sapevo che l’amavo e l’avrei amata per sempre. Forse nacqui in virtù di quest’amore, che prepotentemente mi scagliò nella vita perché la incontrassi. Io non sapevo che la stavo cercando. Non sapevo nemmeno che esistesse, anche se la sentivo e la vedevo ovunque.

Avevo pochi anni la prima volta che mi si mostrò. Correvo in mezzo a un campo di stoppie quando l’odore di polvere e sangue si accese nella mia mente come un incendio incontenibile e indomabile e in mezzo alle fiamme essa mi apparve per un attimo e guizzando tutto mi abbracciò e io mi sciolsi a terra fra le lacrime e il dolore e la gioia ma non potevo gridare né piangere né ridere, colmo di un mutismo straziante e sublime che mi rendeva anche sordo e cieco.

Quando ripresi i sensi non ero più solo. Lei si era accasata dentro di me. Lei respirava col mio respiro, io con il suo.

Di quel giorno riporto tante piccole ferite, i graffi incancellabili di quelle stoppie che come lillipuziane frecce d’oro mi tatuarono il corpo disegnando il suo nome a lettere indecifrabili.  Volevo chiamarla e non potevo e allora m’inventai per lei tanti nomi.

La chiamai Stella Luna Sole, Fiore Albero Ruscello, Aurora Alba Tramonto, Mare Luce Ombra, Lucciola Serpe Colibrì e infiniti altri nomi. Lei non rispondeva ma io continuavo a chiamarla, a tentarla, a tormentarla perché mi si rivelasse ancora, perché mi ferisse ancora col suo tocco misterioso.

Non ero più un bambino e non ancora uomo quando compresi che quell’amore nato prima di me mi avrebbe ucciso se non gli avessi dato vita. Una vita reale.

Lei doveva uscire da me perché io potessi toccarla, cingerla, possederla. Me la dovevo sradicare dal cuore per poterla afferrare, strapparle i veli, vedere la sua faccia, cercare la sua bocca.

Non sapevo come fare. Non avevo nessuno a cui chiedere aiuto. Smisi di mangiare e di dormire, m’incurvai su me stesso come un tralcio pesante di pampini che non trova un sostegno a cui abbarbicarsi. Invecchiavo senza crescere. Vedevo la vita passare e mi ammalavo di nostalgia. Lei mi pesava dentro come una condanna ingiusta, come un destino amaro. Presi a odiarla. A maledirla. Tentai di scrollarmela di dosso correndo come un forsennato non sui campi di stoppie ma sulle autostrade, sui bordi dei precipizi, sulle rotaie vibranti dei treni in arrivo. Tentati di liberarmi di lei cercando di liberarmi di me, ma lei mi aveva reso immortale. Lei non mi avrebbe mai reso la libertà, pensavo sconfitto, e provai a immaginare come sarebbe stata la vita senza quel pensiero ossessivo e quella presenza che mi inghiottiva come un vuoto infinito. Orribile. Orribile. Realizzai, senza appello, che essa era la mia morte così come era stata il motivo della mia nascita.

Il mio corpo reclamava il suo corpo, la mia anima la sua anima.

Continuavo a chiamarla – a invocarla – con tutti i nomi del mondo. Dio Cristo Madonna, Fonte Battesimale, Culla e Tomba, Croce e Delizia, Pensiero e Oblio e infiniti altri nomi dolcissimi e sacrileghi.

Non piegò l’orecchio all’ascolto della mia muta preghiera, dura e inflessibile non mi concesse nulla, nulla ritirò di sé e io straripavo del suo mistero.

Un giorno… Era inverno quando mi prese il desiderio folle di correre a piedi nudi sulla  rena mentre infuriava il temporale e le saette squarciavano il nero delle nubi come coltelli arroventati, e l’ansito del mare era di belva affamata e crudele, e le barchette dei pescatori sembravano di carta su quel mare di pece, e io mi ferivo i piedi ad ogni passo sui resti delle conchiglie rigettate dal mare e bevevo l’aria salata mentre la sete cresceva e mi spaccava le labbra e mi spaccava la pelle, e mi tolsi sempre correndo ogni indumento fino a restare nudo, e mi flagellava il vento di burrasca e la sabbia mi riempiva gli occhi che non volevo chiudere, che non volevo chiudere, mai più volevo chiudere gli occhi, mai più avrei smesso di correre per lanciarmi laggiù dove finisce il mondo per andare oltre il mondo, oltre il mio inizio e la mia fine, oltre le mie paure e il mio limite.

Mi trovavo sulla scogliera a perpendicolo sui marosi a braccia spalancate per imbarcare aria e buttarmi a volo d’angelo, quando udii la sua voce.

La sua voce era la mia voce.

Mi disse (mi dissi): il mio nome lo sai, pronuncialo.

Mi feci forza. Mi feci piccolo, puro, impavido come prima di nascere. Tornai nel grembo del cielo a riprendermi la mia innocenza, il vigore della scintilla divina, la melodia della prima parola, il suono del cosmo.

Poi la chiamai.

E Poesia venne a me.

 

Maria Lanciotti

 

 

 

Infinitamente mai” di Maria Lanciotti comparirà nell'Annuario TEllUS 29: “Febbre d'amore con Cardiodramma. Da Novalis al web” in uscita nel maggio 2008.


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