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Yoani Sánchez. Rapporto e documentazione sul “caso Gorki”
02 Settembre 2008
 

Dal blog Generación Y

31 Agosto 2008

 

 

N.B. Stante l'insolita dimensione del post di Yoani, eccezionalmente pubblichiamo soltanto la traduzione italiana (curata come sempre da Gordiano Lupi, che tutti ringraziamo per gli “straordinari” che ha dovuto fare per noi) dei tre pezzi in cui si articola il Rapporto. Chi fosse interessato alla versione originale, può facilmente reperirla nel blog Generación Y. Il Rapporto, con la sua documentazione fotografica che trovate tutta in allegato, costituisce – come facilmente potrete giudicare voi stessi – una testimonianza d'importanza eccezionale. - Ndr

 

 

Con la risacca del ciclone e sul “caso Gorki”

Sono da tempo abituata al fatto che dal mio quattordicesimo piano qualunque venticello sembra un uragano di categoria cinque. Oggi mi sono alzata e ho verificato che il quartiere è sempre al solito posto, la Piazza della Rivoluzione è in piedi proprio come ieri e mancano solo alcuni alberi nelle vicinanze. Non ho ancora elettricità, però almeno così ho una buona giustificazione per non bruciarmi troppo la vista davanti allo schermo.

Pubblico di seguito un testo di Claudia, l’altra persona che ha sostenuto il cartello con il nome di Gorki nel concerto della Tribuna Antimperialista e una breve cronologia scritta da me - di cinque pagine - su quello che è successo tra il giovedì 28 e il venerdì 29 di agosto. Mi spiace di non essere stata così sintetica come sono abituata, la situazione esige di ricordare i dettagli.

 

Yoani Sánchez

 

 

Dalla paranoia al grido

Venerdì notte, dopo la liberazione di Gorki e quando già uscivamo dalla sua casa, lui chiese a Lía se era stata in spiaggia, ma raccontare gli ultimi quattro giorni in due ore è impossibile: sebbene non sapesse che eravamo al tribunale dalle otto della mattina, che tutto il sole del giorno ci aveva bruciati, che infine ci erano presi due acquazzoni… e che tutti eravamo là: i diplomatici, la stampa e noi (dico noi perché prima alcuni non ci conoscevamo, eravamo semplicemente noi: quelli che siamo andati).

Scrivo questa nota perché voglio condividere la mia esperienza in questo atto di solidarietà che artisti e non artisti (come me) abbiamo avuto con lui e con noi stessi, chiarendo che quando dico artisti mi riferisco ai plastici, pittori e scrittori, perché non ho visto nemmeno un musicista, neppure il più underground tra gli underground.

I miei amici mi chiamano la paranoica; sono quella che vive con paura, quella che non apre le finestre, quella che non parla mai di politica a voce alta, ho paura del buio, non esco da sola dopo le dieci neppure per arrivare all’angolo della strada. Ma non ho mai avuto tanta paura come quella che soffro da lunedì scorso (ancora non se n’è andata).

Tuttavia, aver conosciuto una persona come Yoani, vederla accanto a me con quello striscione in mano, dopo aver parlato con lei due o tre volte al telefono, spinta dalla fiducia, vedere tutti noi oggi mentre sostenevamo Gorki, Ciro, Renay e Hebert, i miei amici mettere piede in terra con me e andare oltre le loro paure e i loro dubbi, gli amici all’estero muovere cielo e terra, ed essere riusciti tutti a trasformare la sua condanna di quattro anni in quattro giorni… mi sembra ancora un miracolo.

Mi vergogno per coloro che non mi hanno chiamato, che stanno scappando da me nel caso chiedessi aiuto, per coloro che hanno detto “sì” e non sono venuti, mi spiace che non abbiano vissuto questo lieto fine, la sensazione di aver raggiunto l’irraggiungibile.

Credo che il giorno di oggi segna il passaggio dal “non si può” al “si può”. Abbiamo dimostrato che le cose possono cambiare, che le ingiustizie e l’abuso del potere possono essere fermate e che la paura non è infallibile.

 

Claudia Cadelo De Nevi

 

 

Breve cronologia di una vittoria

 

Giovedì prima del concerto. Come ci è venuto in mente di andare al concerto di Pablo Milanés a chiedere la liberazione di Gorki? È una cosa che ha la caratteristica della spontaneità e l’urgenza di ciò che non può essere rimandato o meditato in modo migliore. Ciro, Claudia e io ne parliamo e immediatamente decidiamo di farlo, perché organizzare o far quadrare le azioni in modo particolareggiato è la via più rapida perché “loro” lo sappiano. Nessuno di noi si è fermato a pensare alle ripercussioni di quello che poteva succedere, perché soltanto chi ha qualcosa da perdere valuta i suo atti, con la stessa precauzione con cui una donna di casa accarezza i barattoli nel mercato.

 

Giovedì 28, 7:30 p.m. Un gruppo del quale facevamo parte Ciro, Claudia, Hebert, Emilio e io si era dato appuntamento alla fermata dell’autobus di Coppelia per fare rotta verso il concerto della Tribuna Antimperialista. Fin da quel momento ci seguivano alcuni ragazzi nervosi della polizia politica e lo spiegamento di forze dell’ordine era impressionante. Era ancora giorno e Pablo Milanés cantava quando siamo arrivati al Protestometro. Gente di vario tipo, molti militari e qualche giornalista straniero formavano parte delle persone che abbiamo incontrato. Per quasi quaranta minuti abbiamo atteso rinforzi, ma alla fine abbiamo deciso di passare all’azione senza contare su quelli che si erano persi nella moltitudine, quelli che non sono mai arrivati o quelli che una volta lì si erano pentiti. Il piano era aprire due cartelli con il nome di “Gorki” e gridare in coro il suo nome. Quella è stata la maniera di ricordare ai musicisti del concerto che stavamo attendendo una loro presa di posizione sulla detenzione del direttore dei Porno para Ricardo.

 

Giovedì, 8:35 p.m. Ci siamo messi alla sinistra della tribuna, il più vicino possibile al palcoscenico e lontani da un gruppo che sosteneva grossi bastoni con le corrispondenti bandiere cubane. Polito Ibañez e Pablo Milanés avevano appena finito la canzone “La solitudine” e una breve pausa ci ha dato l’opportunità per far ascoltare le nostre grida. Dopo aver contato uno, due e tre, Claudia e io abbiamo aperto la tela che è rimasta per aria soltanto qualche secondo. Ricordo che abbiamo potuto chiamare - almeno in tre occasioni - il nome di Gorki. Persone in abiti civili sono uscite fuori da ogni parte e ci hanno strappato il lenzuolo dipinto con spray nero. Alcune robuste signore si sono avventate su noi donne tirandoci per i capelli e allontanandoci. Agli uomini è toccato il trattamento peggiore, perché sono stati neutralizzati da un presunto “popolo infervorato” che conosceva colpi professionali di karate. Ricordo la paura nei volti degli spettatori che non si aspettavano la nostra azione; anche la fuga precipitosa di quelli che correvano lasciando persino le scarpe e il pezzo di cartello che si può conservare in una mano. Ciro ed Emilio sono stati picchiati e trascinati fino alla zona di sicurezza a lato della tribuna. Claudia e Hebert sono riusciti a scappare e io mi sono sbarazzata di una mano che mi afferrava mentre chiamavano rinforzi. In quello stesso momento un’amica veniva arrestata nella zona degli invitati, per aver scritto un cartello dove chiedeva a Pablo alcune parole di condanna per la detenzione di Gorki. Non è stato possibile aprire il secondo lenzuolo.

 

Giovedì, 8:45 p.m. Il pubblico vicino al luogo dell’incidente si è disperso e all’angolo della strada decine di poliziotti hanno cominciato a lanciarsi dalle loro camionette. Ciro ed Emilio si scorgevano appena in mezzo a un miscuglio di militari con giganteschi e robusti civili che li colpivano ripetute volte. Claudia e io ci siamo ritrovate e abbiamo deciso di andarcene dalla tribuna per collegarci immediatamente a Internet e raccontare quello che era successo. Non mi sono mai sembrate così inospitali le strade del Vedado come in quella notte di giovedì, con la polizia che ispezionava a ogni angolo. Abbiamo pensato di chiedere aiuto, ma in una casa dove ci siamo fermati ci hanno detto chiaro che dovevamo andarcene. Allora abbiamo deciso di separarci con il presentimento che forse le cose peggiori dovevano ancora arrivare.

 

Giovedì, dopo le 9:00 p.m Claudia è riuscita - grazie alla solidarietà di alcuni amici con accesso a Internet - a passare un breve messaggio che è stata la prima cronaca di quello che è accaduto, raccontata da alcuni dei suoi protagonisti. Il messaggio era molto vago perché in quel momento non sapevamo ancora quante persone erano state arrestate né quale poteva essere la loro sorte. Il resto della notte lo abbiamo trascorso telefonando e rispondendo alle domande di coloro che erano appena venuti a conoscenza dei fatti.

 

Giovedì, dopo mezzanotte. Quasi alle una del mattino, Ciro mi ha chiamato per raccontarmi che lo avevano liberato. Nel corso delle oltre tre ore passate nella Stazione di 21 y C, un membro della sicurezza di stato ha cercato di impressionarlo raccontandogli che sapevano tutto di lui, persino che aveva giocato in una squadra di calcio. Gli hanno detto che la detenzione era stato un malinteso e che la polizia era intervenuta soltanto perché il “popolo” non li linciasse. Gli spiegò che la gente del pubblico aveva pensato che volevamo aprire un cartello controrivoluzionario e per questo li avevano assaliti. Strano popolo questo che da una parte non sa distinguere tra un nome corto e una parola d’ordine, però è molto esperto di arti marziali.

Durante la mattinata chiamiamo per telefono altri amici e musicisti perché vadano molto presto al Tribunale Municipale Popolare di Playa. Credo che nessuno abbia potuto dormire durante le ore che ci separavano dalla liberazione di Ciro ed Emilio e dall’arrivo all’angolo di 94 y 7ma A. I colpi facevano molto male una volta passata l’eccitazione dell’azione, ma la paura se ne stava andando.

 

Venerdì 8:20 a.m. Una dozzina di amici erano già appostati davanti alla porta del tribunale quando ho potuto intrufolarmi nella zona che dalle prime ore del mattino era stata circondata da un forte spiegamento di polizia. Sembrava che coloro che si trovavano lì fossero dei pericolosi terroristi armati, perché in altra maniera non si giustificavano tanti membri dell’Apparato disposti in ogni luogo. Ho potuto intravedere uno di quelli che ci ha seguito la notte precedente e comprovare che l’Operazione Gorki era di massima importanza anche per loro. Quando vedo questi nervosi membri della Sicurezza di Stato, mi chiedo sempre se non potevano inserire nel loro piano di studio una materia per ottenere una migliore mimetizzazione. Il fatto è che tutti si somigliano, con i loro tagli di capelli perfetto, le loro spalle larghe, le loro camicie a quadri o le loro magliette a righe. Nessuno avrà detto mai loro che si nota da ogni poro che sono militari vestiti da civili? Nell’accademia non li avranno mai avvertiti che i loro sguardi torvi, quelle espressioni tanto serie e la mancanza totale di swing che hanno, rivelano il loro lavoro segreto? Per favore, che qualcuno dia loro un insegnamento perché sembrino, semplicemente, persone normali.

 

Venerdì dalle 9:00 a.m. fino alle 6:00 p.m. I giornalisti stranieri si trovavano in ogni luogo, c’erano anche alcuni diplomatici e già il gruppo degli amici raggiungeva la ventina. Mi sono rammaricata per l’assenza della comunità artistica cubana, in special modo dei musicisti che avrebbero dovuto trovarsi là per appoggiare il loro collega. Tuttavia, non mi sono sorpresa che nessun cantante di rap, di trova o di reggeton si sia fatto vedere fuori del Tribunale. Molti non erano informati, e altri hanno valutato che la perdita dei piccoli privilegi era un prezzo molto alto da pagare per un cantante punk che sembrava già condannato. Alcuni amici che hanno provato a raggiungere il luogo sono stati fermati dal cordone di polizia. Risaltava la presenza dell’artista plastica Sandra Cevallos, che ha già affrontato in ripetute occasioni il braccio peloso della censura. Alcune facce che ho incontrato lì erano le stesse che ho visto in quella giornata del 30 gennaio fuori dalla Casas de las Americas, durante il dibattito degli intellettuali. A quanto pare, c’è gente che si abitua a protestare davanti a tutte le porte.

L’avvocato, un uomo molto giovane, era stato contattato solo due giorni prima, dopo che diversi giuristi si erano ripetutamente rifiutati di occuparsi del caso. Il reato annunciato preventivamente era quello di pericolosità predelittuosa e tutto il ritardo prima di dare inizio al giudizio è stato imputato al fatto che il fascicolo non si trovava. Il padre di Gorki, un uomo di 75 anni, sembrava molto nervoso e i poliziotti di guardia al tribunale rispondevano soltanto ad alcune domande che lui faceva. Alcuni giovani accusati sotto la stessa figura delittuosa sono stati giudicati mentre aspettavamo. Ricordo un mulatto magro che è uscito fuori ammanettato e quando ha visto le telecamere e i microfoni si è messo a dire: «Si deve sapere che qui condannano la gente per gusto». Non so se la stampa straniera avrà potuto filmare le sue parole, ma però voglio ricordarle qui perché prevedo che il suo gesto coraggioso gli sarà costato qualche rappresaglia.

Sotto un pino nel marciapiede davanti al Tribunale, stava il gruppo degli amici. Emilio mostrava i suoi colpi e i denti che gli avevano allentato la notte precedente, mentre il mio cellulare non smetteva di suonare con chiamate da ogni parte del mondo. Ciro rispondeva ai giornalisti e una telecamera della televisione nazionale filmava tutto quello che facevamo. Una ragazza molto giovane, che si trovava lì senza che i suoi genitori lo sapessero, mi ha detto con tono preoccupato: «Se usciamo questa sera nella Tavola Rotonda, non so come spiegarlo a mia madre». Io ho pensato a mio figlio, che aspettava a casa, all’oscuro dei colpi, degli agenti della sicurezza, dell’ingiustizia, sicuro che sua madre sarebbe tornata tornerà e che il venerdì sarebbe stato un altro giorno normale. Ricordando Gorki, suo papà, sua figlia Gabriela che in qualche momento sarebbe stata informata, mi sono piantata su questa strada e ho scacciato la fatica, il dolore e la paura –che mai si dissolve del tutto–.

Malgrado fossimo circondati dai “compagni con le camicie a quadri”, la presenza della stampa internazionale ci proteggeva. Come sono cambiati i tempi, mi sono detta, mentre percepivo l’attenzione che metteva la polizia nel non caricarci davanti alle telecamere. Ancora una volta, guardando i corrispondenti stranieri ho avuto la conferma che non sono adatta a fare la giornalista. Non posso restare dietro la lente senza farmi coinvolgere. Questo lavoro di entomologia che consiste nell’osservare, riportare e non intervenire, sicuramente non è fatto per me. Essere blogger permette anche di far parte di ciò che accade, per questo sono rimasta con questa professione.

Posticipare l’inizio del giudizio sembrava una manovra di logoramento per valutare quanto potevamo resistere noi che attendevamo fuori dal Tribunale. Previsto per le nove del mattino, in realtà è cominciato intorno alle 6:30 della sera. Nel frattempo alcuni se ne sono andati, altri si sono aggregati e un paio di amici sono andati a cercare qualcosa da mangiare. Il mercato informale ha ottenuto un vantaggio dalla nostra attesa, perché una signora è riuscita a venderci – malgrado il cordone di polizia – pop corn, biscotti, e banane fritte. Abbiamo fatto la nostra doccia di acqua piovana verso le quattro del pomeriggio e quando è cominciato a calare il sole sembrava che eravamo stati tutta la mattina in spiaggia. Il punto di non ritorno era trascorso con il mezzogiorno, dopo quell’ora nessuno si era mosso da quel posto.

Quando si è avvicinato il momento dell’arrivo di Gorki, gli uomini appostati agli angoli delle strade hanno cominciato a chiudere il cerchio. Forse hanno pensato che avremmo tentato un’audace liberazione o qualcosa di simile, ma in realtà noi tutti ci siamo mesi d’accordo per applaudire e gridare in coro il nome del colpevole quando sarebbe comparso. La pattuglia della polizia ha parcheggiato l’auto e gli agenti si sono lanciati per chiudere un cerchio intorno a lui. Anche così, la stampa straniera ha potuto catturare il suo volto con una barba lunga di quattro giorni, le manette e il grido di “Gorki” che ha risuonato in tutto il quartiere. La tensione si poteva palpare in ogni viso, però – senza storie, né ostentazioni – “loro” erano più nervosi.

 

6:00 p.m. Il processo: Sono riuscita a entrare nella sala del Tribunale, insieme a Ciro, Claudia, Emilio, Ismael di Diego e la sua fidanzata, Elizardo Sánchez e sua moglie Bárbara, Francisco Chaviano, Luís il padre di Gorki, Alejandro il fotografo, Javier, Claudio, René Esteban, altri che non conosco i loro nomi e un paio di agenti della sicurezza che si sono messi in un angolo. Quando siamo entrati la sala era quasi piena, perché avevano convocato anche i famigliari di un giovane che doveva essere giudicato subito dopo. Il giudice, una donna giovane, ha invitato alla calma e ha presentato la causa. Noi siamo stati informati in quel momento che la figura delittuosa era stata cambiata in “disobbedienza”. Gorki non sapeva se per questo delitto la punizione era maggiore o minore, però adesso importava poco: il circo aveva avuto inizio.

Sotto lo sguardo di un busto di Martí e con lo scudo nazionale presente, è comparso il primo testimone dell’accusa, il Capo di Settore della zona dove vive Gorki. Un uomo moro, con accento orientale e che sembrava molto confuso di fronte a tutta la stampa riunita e al sorprendente appoggio a Gorki che si notava in sala. Il poliziotto ha spiegato che gli allenamenti del gruppo disturbavano il vicinato e che già era stato fatto un lavoro “profilattico” con l’accusato. Il testimone successivo era l’ex Capo di Settore, che ha confermato la tesi di chi lo aveva preceduto e ha calcato la mano sul fatto che il cantante rock era recidivo. Finalmente hanno chiamato a deporre una signora di nome Heidi. Un volto segnato dall’amarezza è entrato in sala e si è identificato come la Presidentessa della zona del CDR e membro della Commissione Preventiva formata dai componenti del quartiere. Quando gli hanno chiesto notizie sul comportamento sociale di Gorki, ha avvertito che «non partecipava alle attività del CDR, non faceva la guardia e non votava… la sua condotta sociale si riassume nel fare rumore con la sua musica e disturbare il vicinato».

Il giovane avvocato della difesa balbettava davanti alla “patata bollente” che aveva tra le mani, però è riuscito a presentare una lettera del centro di lavoro di Gorki confermando il suo vincolo lavorativo. L’accusa ha chiesto allora una penalizzazione monetaria nei confronti dell’accusato e tutti abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Seicento pesos cubani è stata la quota fissata, quantità che pagherebbe chiunque, a occhi chiusi, per non passare neppure un’ora in carcere. Il processo era terminato e noi abbiamo sentito addosso tutta la stanchezza delle due giornate.

La polizia ha avuto la “cortesia” di portare Gorki con la macchina a prelevare i suoi oggetti personali e dopo lo ha accompagnato a casa. Fuori siamo rimasti con la voglia di lanciarlo per aria e di gridare un’altra volta il suo nome. Siamo usciti in gruppo da là, perché sapevamo che se ci separavamo “i ragazzi dallo sguardo torvo” avrebbero potuto permettersi di assalirci. La Quinta strada è stata il palcoscenico dell’allegria, le pacche sulle spalle, le risa contenute e il racconto continuo di quello che era accaduto. Arriviamo a casa di Gorki che si era già fatto la barba canuta. Una bottiglia di rum è uscita fuori da uno zaino e non abbiamo fatto caso alla stanchezza, ai nervi contenuti e al padre del cantante rock che ci chiedeva se volevamo “uccidere suo figlio”.

Ci siamo riusciti, Gorki era con noi grazie a tutti quelli che si erano mobilitati fuori e dentro. A quelli che hanno firmato la lettera chiedendo la sua libertà, ai giornalisti che hanno diffuso la notizia del suo incarceramento, al cartello strappato in pochi secondi ma che sarà ricordato per anni, riassumendo, grazie alla forza e al grido di migliaia di cittadini, organizzati spontaneamente per affrontare un meccanismo che non è abituato a cedere. L’olio bollente di un sistema giudiziario autoritario, ermetico e ideologizzato, è rimasto con la voglia di friggere Gorki. È la prova che se facessimo questo tipo di azione più spesso, anche altri potrebbero camminare liberi per le nostre strade.

 

Yoani Sánchez

 

Traduzione di Gordiano Lupi


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