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Camilla Spadavecchia. I costi della violenza coniugale per i bilanci nazionali dei Paesi europei
18 Novembre 2009
 

La violenza coniugale (VC) ha un peso tutt’altro che minimo per i bilanci nazionali dei Paesi dell’Unione Europea (UE). Lo sostiene un recente ed innovativo studio, realizzato all’interno del programma europeo DAFNE III 2007 – 2013, dalla cooperativa francese di informazione sulla salute Psytel che, oltre a stimare il costo della VC nei Paesi dell’UE, propone un modello di azione per quei governi che intendono ridurre questo tipo di violenza sul proprio territorio.

La valutazione effettuata dagli studiosi è partita dai precedenti studi nazionali in materia, (generalmente basati sul numero di denunce pervenute, dalle quali si giungeva poi ad una stima della situazione nazionale) ed ha compiuto notevoli passi avanti rispetto alle comuni ricerche effettuate sino ad oggi, grazie soprattutto, alla numerosa serie di dettagli usati nell’elaborazione dei costi complessivi.

Il lavoro è stato svolto su un duplice livello, quello europeo, per il quale si è ottenuto un generico ordine di grandezza dei costi della VC, e quello nazionale (valutato quindi per ogni singolo Paese), che si è basato su un’analisi più dettagliata della situazione.

Infine, nella parte conclusiva della ricerca, sono state realizzate diverse interviste ad esperti mirate ad evidenziare anche quegli aspetti essenziali, ma difficilmente quantificabili numericamente, legati allo “stile di vita tipo” di una persona che ha subito violenze all’interno di un rapporto coniugale.

  

I metodi di quantificazione dei costi:

Per quanto riguarda l’analisi del contesto europeo, i costi totali sono stati ricavati dalla somma di quattro tipologie differenti di spesa. I costi medici diretti (urgenze, ospedalizzazione, cure ambulatoriali e medicamenti), i costi legati alle attività di giustizia e di polizia, i costi sociali (alloggio e sostegno sociale) e i costi economici o di mercato (perdite in termini di produzione).

Mentre, per lo studio relativo ai singoli Paesi, i ricercatori hanno utilizzato un metodo di analisi più preciso grazie al quale le spese sono state ulteriormente divise in costi diretti e costi indiretti:

- costi medici diretti (urgenze, ospedalizzazione, il bisogno di medicine di tipo generico e di tipo psichiatrico),

- costi diretti non medici (giustizia civile, giustizia penale, attività di polizia e di gendarmeria, amministrazione penitenziaria), 

- costi delle conseguenze dirette (alloggiamento d’urgenza, allocazioni diverse, costi dell’arresto del lavoro e quindi delle attività produttive),

-costi delle conseguenze indirette (perdite di produzione dovute al decesso, assenteismo dal lavoro, il carcere e il costo dello stupro e delle lesioni gravi).

  

I primi risultati:

Ø       Per la Francia i costi della VC nel 2006 sono stati stimati ad una cifra pari a 2,5 miliardi di Euro (dati al 25/02/2009). Questo risultato corrisponde alla media tra l’ipotesi più bassa di 2,1 miliardi di Euro e quella più alta di 2,8 Miliardi di Euro. Si noti che i costi più elevati sono quelli indiretti, quelli cioè che appaiono meno evidenti e più difficilmente quantificabili, che corrispondono in questo caso al 66% dei costi totali, mentre i costi diretti equivalgono al restante 34%.

Ø       Per l’Europa sono 16 i miliardi di Euro investiti nel 2006 per fronteggiare il problema della VC, che corrispondono a 33 Euro di spesa pro capite in Europa e ad 1 milione di Euro speso ogni mezz’ora. Il margine di incertezza in questo caso varia complessivamente di 1 - 1,5 miliardi di Euro a causa della variabilità dei costi delle conseguenze indirette delle VC sui bilanci dei Paesi membri.

 

La consultazione con gli esperti ha poi indicato che un riconoscimento sociale e giuridico delle violenze subite è una condizione essenziale per la rapida ricostruzione delle vittime, e che un iniziale aumento del bilancio della giustizia unito a politiche destinate esplicitamente all’incremento numero di alloggi riservati alle vittime delle violenze e ai loro eventuali figli, porterebbe ad una notevole riduzione dei costi complessivi della VC nei bilanci statali.

Inoltre, in base ai risultati ottenuti, gli studiosi hanno elaborato un modello d’ azione per i governi,   indirizzato ad una progressiva riduzione del problema della violenza coniugale sia nella sua dimensione sociale che in quella economica, all’interno dei Paesi europei.

Gli assi sui quali poggia questo modello d’azione sono:

1: un migliore coordinamento tra i vari servizi a amministrativi associazioni intermedie come la giustizia civile e penale, i servizi di polizia, i servizi sanitari, sociali ed educativi e le associazioni di settore;

2: attuazione di modifiche legislative inerenti al problema quali, ad esempio, il ricorso al principio della solidarietà finanziaria e la creazione di uno specifico reato di violenza coniugale;

3: miglioramento dell'accesso ad alloggi di emergenza per le persone vittime di violenze coniugali ed dei loro eventuali figli;

4: formazione specifica nel settore della violenza per il personale che ha a che fare con le vittime, in particolare per la diagnosi precoce della violenza coniugale e l'assistenza alle vittime (i membri del potere giudiziario, polizia, sanità e istruzione);

5: questo punto riguarda un obiettivo da pensarsi a lungo termine, ossia la formazione educativa delle persone, ed in particolare delle nuove generazioni alle questioni legate alla  parità di genere.

Se guardando alle enormi cifre relative alla VC in Europa, 16 miliardi di Euro all’anno e 1 milione di Euro ogni trenta minuti, si è caduti nell’errore/illusione di pensare che essi siano riferiti alla totalità delle violenze subite dalle donne (compresi gli stupri e i maltrattamenti subiti all’esterno delle mura domestiche), o all’insieme di soprusi ed abusi che avvengono quotidianamente all’interno della cerchia familiare, si rilegga con attenzione perché questa cifra riguarda unicamente i costi della violenza sul/la partner!

 

Resta pertanto la doppia speranza che sia i dati sia il modello d’azione elaborati in questo e in altri studi vengano seriamente presi in esame dai diversi governi europei e che l’Unione Europea prenda un’effettiva posizione in questo delicato e complesso settore di politiche sociali, non solo facendo proprie le indicazioni internazionali delle più recenti Convenzioni sui diritti della donna a partire dalla nota Convenzione di Pechino (1995); come peraltro ha già fatto sia nella Carta dei Diritti Fondamentali in Europa (adottata formalmente a Nizza nel 2000 e confermata in seconda battuta nel Dicembre del 2007) sia nella raccomandazione ufficiale sulla “Protezione delle Donne contro La Violenza” dell’Aprile 2002; ma anche acquisendo formalmente un ruolo di primo piano, perché ad oggi non esiste ancora una politica europea dedicata alla violenza sulle donne.

 

Per approfondimenti si rimanda a:

www.europa.eu

www.womenlobby.org

www.consilium.europa.eu

http://europa.eu

www.dirittiumani.donne.aidos.it

www.onuitalia.it

 

Camilla Spadavecchia


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