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Paola M. De Maestri. Donne al bivio, una società da rifare
(www.controviolenzadonne.org)
(www.controviolenzadonne.org) 
30 Novembre 2007
 

Ha preso vita, lo scorso 24 novembre, con un lungo corteo a Roma, la manifestazione nazionale organizzata dal cartello di associazioni femministe “Controviolenzadonne” per far sentire forte e chiara la voce delle donne che vogliono dire basta ad una società ancora troppo maschilista, che sfoga i propri malumori sulle persone considerate più deboli, in particolare sul gentil sesso.

Ha ragione anche Rita Levi Montalcini, fulgido esempio di ingegno femminile, quando dice in una recente intervista che la condizione delle donne è molto migliorata nel corso dei secoli, soprattutto negli ultimi decenni. Certo considerando la sua invidiabile età il nostro Premio Nobel ha visto negli ultimi cento anni un repentino cambiamento nei costumi e nel ruolo che la donna ha assunto in seno alla società. Purtroppo, come sostiene il nostro illustre poeta Salvatore Quasimondo in una sua, a mio avviso, illuminante poesia parlando dell’uomo, la natura umana è immutabile: «Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo… Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri, come uccisero gli animali che ti videro per la prima volta». Concordo pienamente con questa teoria, anche se potrebbe sembrare precludere ogni spiraglio di speranza.

L’evoluzione umana ha portato ad affinare il linguaggio, l’espressione artistica, l’intelletto, una certa “forma estetica” dell’educazione, ma ahimè ha conservato quei biechi istinti brutali dell’uomo primitivo. Non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, ci sono nella storia anche esempi di santità, sia pur sempre rari.

Questa premessa non deve portare ad una inesorabile rassegnazione. Anzi, deve costringere tutti, uomini e donne, ad una seria e consapevole riflessione sul futuro della società. Prima di tutto le donne non hanno ancora imparato che l’unione fa la forza. Basta pensare, ritornando alla manifestazione con la quale ho introdotto il tema del mio articolo, le scene trasmesse in televisione e documentate sui giornali che non sono state certo edificanti. Donne che litigano, che contestano altre donne… È proprio qui che abbiamo già perso in partenza.

Dacia Maraini, presente al corteo afferma: «Sono contraria a cacciare chiunque da un corteo, anche gli uomini su questo tema possono essere nostri alleati». A parte questi tristi e controproducenti episodi, la scrittrice si è detta commossa: «Era dagli anni '70 che non si vedeva una manifestazione di questo tipo e con questa partecipazione. La violenza è un problema sentito da tutte le donne», ha proseguito, «si tratta di una questione culturale: bisogna agire su questo aspetto». Ma andiamo al cuore del problema. La vita di molte bambine, ragazze e donne continua ad essere martoriata, il loro futuro seriamente e irrimediabilmente compromesso a causa delle brutali violenze perpetrate dagli uomini.

E non facciamo qui le solite distinzioni tra culture, la violenza sulle donne viene inflitta senza differenza di età, colore della pelle o status. È una, anche se le forme nelle quali si manifesta sono infinite. E la rivolta a questo “sistema” dovrebbe coinvolgere soprattutto le nuove generazioni. Ma le giovani hanno vissuto di “rendita” finora ed è difficile appassionarle a questa lotta. Nel Convegno “Ieri, oggi, domani... I diritti delle donne”, svoltosi a Torino il 6 ottobre 2007, nel suo intervento l'Assessora al Lavoro e Welfare della Regione Piemonte Angela Migliasso rammenta parlando del passato: «In quegli anni abbiamo fatto molte conquiste, ma oggi non c'è più quel clima. All'epoca c'era lo spirito per cui sentivamo che la conquista di una fosse di tutte e viceversa». Continua poi: «Le ragazze di oggi considerano normali tante cose che per noi sono state battaglie: forse non siamo state in grado di trasmettere alle generazioni dopo la nostra il senso profondo di quanto è bello conquistare e non solo avere, perché la condizione della donna è migliorata, ma non si conquista una volta per tutte, bisogna sempre stare all'erta».

Ma esiste davvero l’urgenza di prendere posizione da parte del mondo femminile? Per restare nell’ambito nazionale, dalle ultime indagini un’italiana su tre è vittima di una violenza e il dato veramente allarmante è che la maggior parte di questi abusi (come il 69,7% degli stupri) vengono perpetrati nell’ambito della propria famiglia, rendendo a volte molto difficile denunciare certe situazioni, in quanto i carnefici fanno leva sull’affettività, cercando di far apparire “normale” un insano e perverso modo di concepire e di vivere i rapporti. Il femminicidio per ‘amore’ di padri, fidanzati o ex mariti continua ad essere percepito qualcosa di inevitabile e questo segna un grave arretramento culturale. Una delle cose più aberranti è infatti approfittare delle condizioni psicologiche o sociali, confondendo, annullando la forza di volontà che sprona a reagire, a divincolarsi da certi gioghi. Secondo l’ISTAT oltre il 94% delle violenze non è mai stata denunciata. Solo nel 24,8% dei misfatti è da imputare ad uno sconosciuto, mentre si abbassa l'età media delle vittime: un milione e 400mila ha subito uno stupro prima dei 16 anni. Quello che è scandaloso è che solo il 18,2% delle donne considera la violenza subita in famiglia un ‘reato’, mentre il 44% lo percepisce semplicemente ‘qualcosa di sbagliato’ e ben il 36% solo ‘qualcosa che è accaduto’.

Il Censis ha condotto per conto della Fondazione Schering, che ha deciso di creare un “osservatorio donna” con il quale si potrà constatare il mutare dell’universo femminile nel corso degli anni, uno studio che si propone la classificazione di sei tipologie di donne, in base alle variabili famiglia/lavoro. La maggioranza assoluta delle donne intervistate (80-70%) dichiara di godere di una maggiore libertà individuale, più libertà sessuale e maggiore aspirazione a realizzarsi sul lavoro rispetto alla generazione femminile che le precede. E seguono tale andamento anche gli stili di vita: più tempo libero (72,8%), più vita culturale (70,2%), più spensieratezza (64,9%) e maggiore qualità della vita (66,4%). Ma questo modo di “sentire” la propria condizione, forse troppo ottimista, non ci può rendere cieche di fronte alla cruda realtà. Le donne nella famiglie sono comunque le più sacrificate, perché molto spesso devono lavorare, occuparsi della casa e dei figli e se hanno qualche problema vengono lasciate sole. Troppo comodo criminalizzarle quando non ce la fanno più e cedono a istinti inconsulti, come dimostrano i duri fatti di cronaca. Nella società le donne sono le più mercificate e le più contrabbandate. E a volte si inizia ad essere donne a pochi anni di vita.

È un nostro dovere, nostro delle donne, verso le nostre madri e le nostre figlie ritornare a lottare, come hanno fatto in passato coloro che ci hanno preceduto. È ora di “affondare” questa società malata, persa nel materialismo, che si trincera nel diritto di un singolo o di una categoria a discapito del bene collettivo. È forse arrivato il momento di uscire dall’anonimato, è forse il caso di rinunciare ad un poco della cosiddetta nostra libertà, se così si può chiamare, costata fin troppo cara, se questo può significare riportare un po’ d’ordine nelle famiglie e nella società. Solo le donne possono riuscirci. Educare al rispetto di se stesse, forse questa è l’arma vincente. Alziamo la voce.

 

Paola Mara De Maestri


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