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Camilla Spadavecchia. Ancora una conferenza per dire no alla violenza contro le donne ed essere consapevoli
Simone Ovart
Simone Ovart 
06 Febbraio 2010
   

Lo scorso 30 gennaio si è tenuta ad Albenga una conferenza dal titolo “Con forza diciamo no alla violenza contro le donne”, organizzata dalla sezione ingauna dello Zonta Club in collaborazione con la Caritas Diocesana di Albenga – Imperia, dedicata appunto ai diversi tipi di violenza contro le donne.

Relatrici della conferenza sono state Donatella Aschero (Giudice per le Indagini Preliminari e per l’Udienza Preliminare al Tribunale Penale di Savona), Simone Ovart (Presidente del Comitato Nazionale Italiano dell’UNIFEM Fondo delle Nazioni Unite per lo Sviluppo delle Donne) e Patrizia Cambi (Presidente dell’Associazione Raggio di Sole onlusdi Savona).

Durante l’incontro è stata presentata una panoramica (su più livelli territoriali: locale, nazionale e internazionale) delle problematiche connesse alla violenza sulle donne e sono stati annunciati dati allarmanti di un fenomeno che è sempre più trattato e discusso nei dibattiti e nelle conferenze nazionali e internazionali.

La GIP di Savona, Donatella Aschero, ha messo in evidenza come i mediadimostrino un basso interesse circa il fenomeno delle violenze sulle donne, in particolare di quelleche si svolgono all’interno delle mura domestiche, sostenendo che esso derivi sia da fattori socio-culturali della società italiana sia da una scarsa presa di coscienza da parte delle donne dell’effettivo peso del problema. Basti fare riferimento a recenti statistiche della Comunità Europeada cui si evince che 1 donna su 5 nei Paesi EU subisce violenza, e di queste donne solo 1 su 5 ritiene che la violenza subita sia da denunciare.

Statistiche nazionali dimostrano che al 2008 il 31% delle donne italiane ha subito, almeno una volta nella vita, una violenza. In Liguria questo dato aumenta di circa 5 punti percentuali rispetto alla media nazionale, sale infatti al 35,9% la quota delle donne liguri che, al 2008, ha subito almeno una violenza nell’arco della propria vita. Dal quadro della situazione elaborato dalla GIP di Savona emerge che la violenza di tipo intra-familiare (che si verifica all’interno del nucleo familiare) costituisce l’88,9% delle violenze complessive subite dalle donne in Italia. Questo tipo di violenza, sul quale si sofferma anche Patrizia Cambi (presidente della onlus Raggio Di Sole), è socialmente trasversale, non riconducibile a specifici fattori socio-culturali, economici o religiosi, e pertanto non è da intendersi come fenomeno legato unicamente alle classi sociali più basse; addirittura le ultime statistiche nazionali dimostrano che il fenomeno è in lieve aumento tra le classi socio-culturali più elevate. Le vittime sono generalmente donne di età compresa tra i 25 - 50 anni, ossia persone che cominciano a stabilire relazioni stabili con i partner. Le casalinghe rappresentano poi la categoria di donne maggiormente soggetta ad atti di violenza da parte del partner.

La Cambi, identifica questo tipo di violenza come parte integrante di un “amore malato” e pertanto più difficile da gestire e prevenire rispetto ad altri tipi di violenza. In questi casi spesso la vittima, innamorata del partner tende a non esporre denuncia contro di esso, e qualora decida di farlo ed inneschi un meccanismo penale di allontanamento dell’uomo, spesso torna sui suoi passi chiedendo il riavvicinamento del compagno.

Le due relatrici si sono poi soffermate su un altro tipo di violenza, che da un anno a questa parte costituisce reato penale in Italia, lo stalking, le caratteristiche degli aggressori tipo e le modalità di azione. In tal senso è stata fornita all’aula una serie di informazioni relative allo “stalketipo”, ossia un uomo di cultura medio-alta, tendenzialmente bisognoso di affetto ed incompetente nella gestione delle sue relazioni affettive, ossessivo, respinto e predatore. Questo tipo di aggressione comincia solitamente con mail e sms continui e insistenti per arrivare sino a inseguimenti costanti. La nuova normativa sullo stalking (D.L.23/02/2009) tra le altre cose aggiunge alla già prevista sanzione a soggetti persecutori, il reato di minaccia che prevede di per se una reclusione da 6 mesi a 4 anni. Inoltre sia la Aschero che la Cambi sostengono che ad oggi non esiste una formazione adeguata degli operatori che vengono a contatto diretto con le vittime della violenza. Trovano quindi nella formazione di questi operatori, nell’educazione scolastica (da cominciarsi nelle scuole primarie), e nella creazione di una forte rete tra le istituzioni territoriali, che in modi diversi si prendono in carico la/e vittima/e di questa violenza, le possibili soluzioni per meglio gestire se non addirittura prevenire questi problemi.

La presidente del Comitato Nazionale dell’UNIFEM, Simone Ovart, ha trattato poi il tema della violenza di genere su uno spettro d’azione più ampio, connotandolo su un contesto mondiale ed individuando 16 diverse tipologie di violenze contro le donne che costantemente vengono praticate in diverse aree del mondo: violenza sessuale come strumento di guerra(si tratta di un tipo di violenza che nella storia si è sempre verificato e che oggi viene usato nelle guerre etniche come strumento di annientamento del popolo nemico - i violentatori provocano la gravidanza coatta delle donne affinché generino figli della loro etnia); selezione del sesso prima della nascita (si pensi alla Cina dove ancora oggi, a causa della legge che impone un solo figlio per ogni famiglia, in molti territori si praticano aborti chirurgici nel caso in cui il futuro nascituro sia di sesso femminile); mutilazioni genitali femminili (MGF) (ad oggi sono 140 milioni le donne che nel mondo sono state soggette ad uno dei quattro tipi mutilazioni: la clitoridectomia –consiste nella resezione del prepuzio clitorideo con o senza l’escissione di parte o dell’intera clitoride–, l’escissione –resezione del prepuzio e della clitoride e la rimozione parziale o totale delle piccole labbra–, infibulazione –tipica dei Paesi del Corno d’Africa, consiste nella escissione parziale o totale dei genitali esterni– e le manipolazioni degli organi genitali femminili –piercing, pricking, incisione della clitoride e/o delle labbra–); rogo della sposa (previsto dalla religione induista, ma vietato già nel 1829 tale rito prevede che la sposa si faccia ardere viva sulla pira funeraria del marito defunto); matrimoni precoci (principalmente in Asia e Africa sub-sahariana – si tratta di matrimoni tra uomini adulti e bambine che hanno un’età compresa dai 6 ai 13 anni, che devono sottostare tra l’altro a pratiche di sodomia); crimini d’onore (si tratta di crimini diffusi nella storia in larga parte dell’emisfero terrestre ed oggi sono ancora presenti nel mondo arabo-musulmano e nel sub-continente indiano); rapimento della sposa (presente nell’Africa sub-sahariana, tale pratica prevede il rapimento della ragazza da parte di un gruppo di uomini del quale fa parte anche lo sposo, al fine di farla acconsentire attraverso violenza psicologica se non addirittura fisica al matrimonio); omicidi di donne (fenomeno fortemente presente nell’America centrale, dove la criminalità è spesso impunita e dove il “femminicidio” è un problema socialmente rilevante); rapimento e arruolamento di bambine e ragazze combattenti durante i conflitti (soprattutto nei Paesi con un alto numero di guerre civili, le bambine oltre a far parte dell’esercito vengono abusate sessualmente e al loro ritorno a casa rischiano di non essere accolte dalla loro famiglia e dalla comunità per la vergogna di aver subito uno stupro o aver partorito dei figli concepiti con i loro rapitori); sterilizzazione forzata (si tratta di un fenomeno che sta emergendo in Uzbekistan, il Paese più povero delle ex repubbliche sovietiche, dove in seguito ad una campagna governativa per limitare il numero delle nascite nelle zone rurali, sono stati riscontrati centinaia di casi di asportazione di uteri sani in quelle aree); stupro conseguente ad un appuntamento (presenti soprattutto nel mondo occidentale, tali stupri si verificano quando un uomo ad un appuntamento con una donna mette una droga, che fa perdere conoscenza, nella bevanda di questa abusando poi della vittima incosciente); tratta di donne e ragazze (coinvolge praticamente tutti i Paesi, siano essi i luoghi di origine – soprattutto Nigeria ed est Europa – o di destinazione di queste donne); molestie sessuali nel luogo di lavoro (si tratta di un fenomeno molto più diffuso di quanto si creda normalmente); violenza fisica da parte del proprio partner (la violenza subita dal partner è la prima causa di morte e invalidità permanente per le donne fra i 16 e i 44 anni, il fenomeno è largamente diffuso anche in occidente, in Svezia ogni 10 giorni una donna viene uccisa, mentre in America ogni 4 minuti una donna viene violentata); sfruttamento collaboratrici domestiche (ossia schiavitù domestica di molte donne che vengono reclutate nel loro Paese d’origine direttamente dai datori di lavoro, che le fanno lavorare in condizioni di vita contrarie alla dignità umana).

Anche da questa conferenza è emerso ancora una volta come il fenomeno della violenza di genere presenti un quadro complesso composto da centinaia di sfaccettature molto difficili da gestire e ancor più da prevenire, l’informazione e la formazione diventano pertanto strumenti importanti per una maggiore consapevolezza sia sociale sia individuale di un problema presente, in modalità diverse, in tutti i contesti socio-territoriali.

 

Per ulteriori approfondimenti:

www.unifem.it

 

Camilla Spadavecchia


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