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Eve Ensler. Il giorno V compie dieci anni
23 Novembre 2007
 

Negli ultimi dieci anni ci sono state molte vittorie: le donne hanno pronunciato la parola “v” dove non era mai stata neppure sussurrata; donne si sono opposte a governi locali e nazionali, si sono confrontate con forze religiose, genitori, mariti, amici, autorità universitarie, presidi, e con la voce al loro interno che giudica e censura. Le studentesse dei college in tutto il mondo hanno fatto del giorno-V un evento radicale annuale, dove le donne reclamano i loro corpi, raccontano le violazioni che hanno subito, i loro desideri, i loro successi, la loro vergogna, le loro avventure. Nel giorno-V le donne scoprono il loro potere, la loro voce, la loro capacità di essere guide ed attiviste; e si trovano l'un l'altra, donne che solidarizzano con altre di differenti parti del mondo, donne che rilasciano i ricordi che avevano piegato i loro corpi e disperso le loro energie, donne che salgono sul palco e con accenti africani, indiani, anglosassoni, del sud e del nord, parlano, gridano, sussurrano, ridono e gemono.

Ho così tante storie da raccontare, così tante immagini: un gruppo di trenta ex “donne di conforto”, tra i 70 e i 90 anni d'età, che cantano “puke” (vagina in lingua Tagalog) con i pugni alzati (la maggior parte di esse non aveva mai neppure pronunciato la parola durante la propria intera vita). Centinaia di ragazze in Kenya, che danzano sotto il sole africano per l'apertura del primo rifugio “Giorno-V”, perché i loro genitali non sarebbero stati mutilati. Una scuola femminile cattolica ad Haiti stipata di 500 donne e ragazzi, con gli uomini ad urlare dal retro alle attrici, e sempre ad Haiti un corteo di auto preceduto da una sirena, con i cartelli “Stop alla violenza sulle donne” su tutte le macchine. Le infermiere dell'ospedale Panzi di Bukavo, nella Repubblica democratica del Congo, che leggono I monologhi della vagina su un tetto. Le donne di Islamabad, in Pakistan, vestite di sari rossi, che recitano per le loro sorelle venute dall'Afghanistan: un misto di risate e lacrime per tutte. Migliaia nelle strade di Ciudad Juarez, migliaia di donne che venivano da tutte le direzioni, e provenienti da tutto il mondo, per marciare nel giorno-V contro gli omicidi e le mutilazioni di donne. Mary Alice, brillante attrice newyorkese, che fa scendere l'Apollo ad Harlem con i suoi gemiti nel primo giorno-V in cui abbiamo celebrato insieme le donne e le ragazze africane, americane, asiatiche e latine. Un viaggio di quattordici ore in autobus per aprire una casa per le donne a Pradesh in India. Il sindaco di Roma che apre il summit del giorno-V nella sua città. La mia vagina era il mio villaggio, un monologo su una donna bosniaca stuprata tenutosi alla sede delle NU, al Madison Square Garden, alla Royal Albert Hall, a Johannesburg, in Macedonia, ad Atene, ed in Bosnia con la pièce organizzata da studentesse universitarie che la guerra l'hanno vissuta. I monologhi tenuti in sette lingue a Bruxelles, duranti il summit europeo del giorno-V. La parola “vagina” che balza agli occhi, l'unica parola in inglese scritta in un articolo in arabo sul Beirut Times. Le piume rosse agitate dalle native americane a Sioux Falls e Rapid City. L'imparare a dire a segni “clitoride” in una performance per donne sorde a Washington. E pupazzi, coperte patchwork, mutande, poster, che celebrano la vagina.

Così tante cose sono accadute. Molto è cambiato. Possiamo indicare i luoghi dove la violenza si è ridotta, o si è fermata del tutto, o la consapevolezza attorno ad essa si è di molto alzata. Abbiamo avuto grandi vittorie. Ma naturalmente c'è anche l'altro lato della medaglia. Il mondo è ancora profondamente non sicuro per le donne. La violenza cresce. Le guerre abbondano.

Durante l'ultimo anno, per il progetto “Giorno-V punta la luce sulle zone di conflitto”, ho viaggiato ad Haiti e nella Repubblica democratica del Congo. Ho visitato donne nelle città statunitensi ed europee. Ho incontrato le nostre sorelle del giorno-V in Egitto, Giordania, Marocco, Libano, Iraq e Afghanistan.

Ad Haiti ho scoperto che lo stupro, attrezzo usato in guerra, ora è considerato normale e cresce: tanto che centinaia di donne denunciano violenze sessuali ogni mese.

In Congo ho udito le storie delle atrocità commesse contro le donne: torture sessuali e stupro per centinaia di migliaia di donne e bambine. Storie terribili, che spezzano il cuore.

In tutta l'America del nord e in Europa ho udito i racconti di donne stuprate nei college, battute nelle loro case, trafficate e vendute per le strade.

In Iraq ho trovato la distruzione dei diritti delle donne, cominciata con l'invasione Usa, la crescita dei “delitti d'onore”, degli stupri e degli omicidi di donne.

In Afghanistan, signori della guerra, ex stupratori e assassini al potere, il ritorno dei talebani, le ragazze che hanno paura di andare a scuola, le donne insegnanti uccise, donne coraggiose in Parlamento minacciate e censurate.

In Egitto e in tutta l'Africa, ancora le donne vengono mutilate dei loro genitali: circa due milioni e mezzo l'anno.

Abbiamo attraversato così tanti ostacoli, abbiamo mutato lo scenario del dialogo, abbiamo reclamato le nostre storie e le nostre voci, ma non abbiamo ancora portato alla luce o decostruito i basamenti culturali inerenti la violenza, e le sue cause. Non siamo penetrate nel costrutto mentale che da qualche parte, in ogni singola cultura, permette la violenza, si aspetta la violenza, la attende e la istiga. Non abbiamo smesso di insegnare ai bambini di sesso maschile che devono negare di essere spaventati, dubbiosi, bisognosi d'aiuto, tristi, vulnerabili, aperti, teneri e compassionevoli.

Non abbiamo eletto leader che rifiutino la violenza come intervento, né siamo diventate questi leader noi stesse, che facciano del porre fine alla violenza il centro del loro agire anziché ammassare nuove armi per provare quanto maschi e quanto duri possono essere. Come Paul Hawken ha fatto notare nel suo brillante ed ispirato libro Benedetta inquietudine: «Il nostro prodotto maggiormente esportato, dopo il cibo, sono le armi. Armi che spediamo a governi dal regime repressivo. Governi che distruggono le culture indigene per pagare i debiti in cui incorrono acquistando armi. La violenza, la manifattura della violenza, sono al cuore dell'economia statunitense, e al centro della nostra anima».

Non abbiamo eletto leader che comprendano come non si possa dire che è necessario proteggere le donne e i piccoli e poi sostenere i bombardamenti in Iraq. Esattamente, quali bimbi volete proteggere? Non abbiamo eletto qualcuno che capisca che lo stesso meccanismo di occupazione, dominio ed invasione a livello internazionale influenza e diventa modello per ciò che accade nelle case, a livello domestico. Non abbiamo eletto qualcuno sufficientemente coraggioso per fare della fine della violenza contro le donne l'istanza centrale della sua campagna o del suo agire politico. Né siamo state elette noi.

Se vogliamo che la violenza contro le donne abbia fine, l'intera storia deve cambiare. Dobbiamo vedere ciò che la vergogna, e l'umiliazione, e la povertà, e il razzismo e tutto ciò che ha costruito un impero sulla schiena del mondo fanno alle persone che sono piegate per sostenerlo. Dobbiamo dire che ciò che accade alle donne è importante per tutti, ed è MOLTO importante.

Persino raccogliere fondi per fermare la violenza di genere può diventare qualcosa di separato dalla nostra umana condizione, dalle nostre vite di ogni giorno. Può creare una strana frammentazione e una narrativa ancor più bizzarra. Noi abbiamo bisogno di fondi, e la gente si sente meglio dopo aver firmato un assegno. E così abbiamo formato un movimento antiviolenza che ha costruito rifugi, e attivato linee telefoniche, e creato posti in cui le donne possono scappare ed essere al sicuro. E sebbene tutte queste cose siano cruciali, persistono nel mantenere l'attenzione sulle cose e i posti, anziché sull'istanza: il focus è sul salvataggio, non sulla trasformazione.

È la cultura che deve cambiare. Le credenze, le storie che stanno sotto, i comportamenti della cultura. Ho sempre detto fin dall'inizio che nel fermare la violenza contro le donne non possiamo arrivare troppo tardi. Eppure in tutti questi anni stiamo ancora lottando per le briciole: briciole morali, finanziarie, politiche.

Il “giorno-V”, al momento, è l'iniziativa che raccoglie più fondi contro la violenza di genere nel mondo. Ma non è una buona notizia. In un anno raccogliamo dai 4 ai 6 milioni di dollari, che è il costo di dieci minuti di guerra in Iraq. In quei dieci minuti, una donna su tre sul pianeta verrà stuprata o picchiata. Fate i conti.

Porre fine alla violenza contro le donne è, in effetti, aver la volontà di lottare per diventare un tipo diverso di essere umano. Significa non accettare la violenza in sé, che è coercizione ed oppressione. Porre fine alla violenza contro le donne significa aprirsi al loro potere, al loro mistero, al cuore delle donne, all'indomata e infinita sessualità e creatività delle donne, e non esserne spaventati.

 

Eve Ensler

(per The Huffington Post, 22/11/2007 - trad. Maria G. Di Rienzo)


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