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Maria G. Di Rienzo. Elogio dell'idiota
24 Novembre 2008
 

A volte la tentazione è forte. Gioire un po', celebrare qualche successo, battere le mani alle 50.000 donne in corteo a Roma, lasciar andare per un momento la tensione e il dolore. Ma fortunatamente il mondo è pieno di personaggi benintenzionati, decisi a non permettermi di mollare il punto neppure per un attimo. Li ringrazio in anticipo, collettivamente: le teste di pietra che non considerano esistente nessuna opinione tranne la propria; i ninja pronti a menar le mani ogni volta che si è in disaccordo con i loro piani o si osa interferire con i loro desiderata; le ostriche che si seppelliscono nella sabbia e rifiutano di affrontare la realtà o di ammettere che ci sia un qualsiasi problema; gli accademici elefanti che semplicemente bloccano qualsiasi strada con la loro mole messa di traverso (fatta di lunghi, complicati, saggissimi discorsi); i “fichi” e le pavoncelle di così notevole statura e beltà da non poter guardare gli altri se non dall'alto in basso; i finti miserabili colpiti dal destino cinico e baro ed in costante bisogno di attenzione, simpatia, maternage, compassione; i camaleonti pronti a cambiar colore a seconda del posto in cui stanno, e a dire una cosa a me e il contrario a voi nello spazio di tre minuti.

Tutti costoro hanno di recente esternato i loro pensieri sulla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne (25 novembre) o comunque sulla violenza in genere. Così ho saputo, per esempio, che “la violenza non ha sesso”, o che “il patriarcato è un termine che indica la stanchezza delle donne”. Nel frattempo un'altra famiglia perfetta è finita nel sangue a Verona. Il marito era una persona meravigliosa che faceva collezione di armi (il cui portato simbolico, notoriamente, è far del bene agli altri), i tre bambini erano felici come fringuellini e tutto il gruppo familiare andava in chiesa regolarmente. C'è il piccolo, scomodo, particolare del fatto che la moglie stesse cercando un'altra casa in cui vivere, ma dio lo sa, a pentirsi di una decisione a volte basta la canna di una pistola in faccia, e se proprio si è insuscettibili di ravvedimento chi non la pensa come te preme il grilletto ed il problema è risolto definitivamente.

Ogni tre giorni, in Italia, una donna muore di violenza maschile: gli assassini, nell'oltre il 50% dei casi, sono mariti ed ex mariti, compagni ed ex compagni. Tuttavia la violenza non ha sesso, volete mettere la sofferenza psicologica di un uomo respinto o di un marito che deve affrontare una separazione? È molto peggio che morire, e le donne che la causano dovrebbero proprio essere punite... infatti ci crepano. E poi “tutti gli studi provano” (mai citati, mai controllati, mai visti, ma provano) che se un uomo è violento è colpa della mamma che non lo ha tirato su bene.

Magari gli ha persino rifilato uno scappellotto quando strappava i capelli della cuginetta, e questo devastante trauma ha fatto sì che il poveraccio sia costretto a cercar vendetta sulle donne per tutto il resto della vita.

D'altronde, di fronte alla domanda “Perché gli uomini hanno i raptus, o perché comunque ne hanno più delle donne”, un celebre psicoterapeuta ha risposto l'anno scorso: «Perché hanno più muscoli».

Giusto. E difatti quando si ha un bastone la prima cosa che si deve fare è darlo con forza in testa a qualcun altro. Guai ad usarlo come appendiabiti, come gruccia, come attrezzo per la ginnastica aerobica, mai buttarlo sul fuoco e meno che meno scambiarlo con un album di figurine. Gli uomini non riflettano sulla loro sconnessione dai processi emotivi, che permette la mancanza di empatia e quindi l'uso della violenza, né costruiscano alleanze responsabili con le donne per liberarsi di essa. Pestate duro, è destino biologico.

*

Provate a seguire con me questa sequenza temporale.

Sin dall'inizio della storia di Roma il picchiare le mogli è legge dello stato (753 a. C.). Si tratta della cosiddetta “regola del pollice”, e cioè un uomo può battere la moglie con un bastone la cui circonferenza non sia superiore a quella della base del suo pollice. Questa regola si propagherà in molte legislazioni europee nei secoli successivi. Dopo le guerre puniche (202 a. C.) le donne guadagnano maggior libertà all'interno della struttura familiare, incluso il diritto di denunciare i mariti per pestaggi ingiustificati (resta inteso che ve ne sono di giustificati, quindi).

Durante il medioevo in tutta Europa le leggi permettono ai nobili di picchiare mogli, figli e servitori, ai servitori di picchiare mogli e figli.

La chiesa cristiana fa purtroppo la sua parte consigliando come unico rimedio alle donne battute maggior devozione e obbedienza ai mariti. In questo periodo si cristallizza la percezione delle donne come di una “specie a parte”, intrinsecamente non umana, non capace di provare gli stessi sentimenti e le stesse sensazioni degli uomini. San Bernardino da Siena suggerisce ai suoi parrocchiani di trattenersi un po' con le mogli, ovvero di mostrar loro, picchiandole, almeno la stessa pietà che mostrano ai loro maiali e alle loro galline (1427).

Verso la fine del XVI secolo, in Russia, durante il regno di Ivan il terribile, la chiesa di stato emette una specifica ordinanza che descrive come e quando un uomo debba picchiare la moglie: questa ordinanza gli dà il permesso di ucciderla (e di uccidere i suoi servi) qualora egli lo ritenga necessario. Viceversa, una moglie che uccida il marito viene seppellita viva con solo la testa fuori dal terreno e lasciata morire così.

In Gran Bretagna l'assoluto potere del marito nel disciplinare la moglie viene abolito legalmente nel 1829, ma cinquant'anni dopo Francis Power Cobbe pubblica il testo Tortura delle mogli in Inghilterra in cui descrive le storie delle donne di Liverpool, e dimostra che nel periodo di soli tre anni in 6.000 hanno sofferto mutilazioni, sono rimaste cieche o zoppe o comunque disabili dopo i pestaggi, e molte ne sono morte. La teoria di Cobbe è che l'abuso continuerà fintanto che i mariti crederanno le mogli loro proprietà. Grazie a questa denuncia passerà poi in Parlamento una legge che permetterà alle vittime di violenza di separarsi dai mariti e di ottenere la custodia dei figli: naturalmente, solo se viene dimostrato che la loro vita è in grave pericolo.

Durante il Novecento in varie parti d'Europa e in America vengono creati o riconfermati i tribunali familiari, che stabiliscono una differenza sostanziale per il trattamento dei casi di violenza domestica: estromessa, qualora vi fosse, dal corpus delle leggi penali, la violenza contro le donne deve restare un fatto privato, da non discutere nei tribunali.

Nel 1917, la rivoluzione aveva riconosciuto alle donne dei Soviet la piena eguaglianza politica, dicendo di voler assicurare loro l'accesso a tutte le aree economiche e culturali della società russa (verranno stabilite leggi per abolire l'illegittimità dei figli, creare asili e cliniche per il benessere di madri e bimbi, eccetera), ma tutto questo non durerà neppure vent'anni. Nel 1936 il partito comunista conduce una vigorosa campagna per distruggere il concetto di matrimonio quale libero accordo fra due persone libere ed eguali: le donne devono riprendere il loro posto nelle case e la cosiddetta famiglia “tradizionale” deve essere restaurata.

Nel 1924 un tribunale francese stabilisce per la prima volta che un marito non ha il diritto di picchiare la moglie, ma precedentemente a questo caso faceva testo la massima che affermava: “Le donne, come gli alberi di noce vanno battute ogni giorno”.

Una branca della psicoanalisi degli anni '20 e '30 sviluppa il mito del masochismo femminile, propagando la concezione che il masochismo sia normale per la psicologia femminile, e che quindi le donne ricevano gratificazione sessuale dalle violenze che subiscono. Naturalmente diventa l'opinione più divulgata in materia, anche se altre correnti psicoanalitiche ne hanno di diverse.

Nel 1940, dopo che l'esercito rivoluzionario di Mao Tse-Tung ha conquistato i villaggi del nord della Cina, le donne di questi stessi villaggi vengono chiamate a testimoniare pubblicamente, nelle piazze, rispetto ai crimini che hanno subito: potremmo definirli i primi gruppi di autocoscienza storicamente noti. Durante questo cosiddetto “parlare amaro” (che è la traduzione del termine cinese) le donne raccontano gli stupri, i pestaggi e l'essere vendute come concubine. Ho scelto di citare questo fatto per la sua rilevanza politica: quelle che sino ad allora erano le private lamentele delle donne diventano atti pubblici, ed è una cosa che fa la differenza.

Nella seconda metà degli anni '60 e nei '70 comincia quella che potremmo definire l'onda contraria: in tutto il mondo il movimento femminista riesce a portare il dibattito e la protesta a punti tali che i Parlamenti legiferano, sanzionando la violenza domestica, cancellando gli sconti per i cosiddetti “delitti d'onore”, riformando i codici familiari eccetera. Anche qui: passano a malapena vent'anni e comincia il contrattacco. Durante tutti gli anni '80 e '90 si parla di post-femminismo, appaiono sedicenti studi e inchieste in cui tutti i guai che una donna può incontrare vengono fatti di nuovo risalire all'esercizio della sua libertà: responsabile di ogni male è il femminismo, che viene ossessivamente presentato dai media come finito, come una scelta dannosa per le donne che stavano meglio quando stavano peggio, il cui orologio biologico ticchetta impazzito, che non riescono più a trovarsi un uomo perché hanno messo in crisi gli uomini, eccetera eccetera.

Come ogni altro tipo di violenza quella sulle donne si impara, e si impara non solo dall'esperienza, ma dal portato storico. Pensate sul serio che nulla di quel che vi ho sommariamente raccontato sino ad ora abbia influenza su come ci comportiamo poi, che noi si sia donne od uomini?

*

Sapete, pur credendo solo nella dea Bast che protegge i gatti, io ho il massimo rispetto per chi ha una fede. Purtroppo, all'interno di ogni fede c'è la stessa percentuale di personaggi benintenzionati che ho ringraziato all'inizio. Uno di essi, testimone di Geova, tentò anni fa di convincermi non solo ad aderire al suo credo ma ad ammettere l'innata inferiorità delle donne. In ragione della quale esse dovevano obbedire agli uomini, e lietamente sottomettersi alla loro guida illuminata e alle botte se le meritavano. «Perché vedi», mi disse, «una donna non correrà mai veloce quanto un uomo». «Okay», gli risposi, «torna a parlarmene quando avrai battuto Fiona May sui 200 piani. Fino ad allora, secondo i tuoi ragionamenti, tu resti inferiore a quella donna».

Ehi, e se la cifra del vivere umano fosse un'altra? E se non avessimo bisogno di sistematizzare le differenze in gerarchie valoriali, ma apprezzassimo di ogni persona la volontà di ascoltare, imparare, avere relazioni, usare le proprie abilità e competenze, gestire i conflitti in modo nonviolento? Se il valore di una persona fosse semplicemente il fatto che esiste e che nessun'altra uguale a lei c'è stata prima o ci sarà dopo?

Va bene, non mi allargo. Niente niente se trovo qualcosa per cui essere contenta salta fuori l'ennesimo idiota a cui poi devo esser grata per avermi riportato alla realtà. Solo un'ultima precisazione: il patriarcato non è un sinonimo per la stanchezza femminile, ma un sistema di dominio che si regge su abuso e violenza. Però è vero, in molte donne e in molti uomini ne siamo proprio stanche e stanchi.

 

Maria G. Di Rienzo

(da Notizie minime della nonviolenza in cammino, 24 novembre 2008)


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