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Gordiano Lupi. La morte di un padre
10 Giugno 2012
 

Non sembra possibile che un padre possa morire. Un genitore è qualcosa di troppo grande per sottostare alle leggi della vita. Da bambini lo vediamo come un gigante invincibile, da adolescenti lo contestiamo, da adulti finiamo per assomigliargli sempre di più. Non solo, facciamo gli stessi errori, tutte le cose che da bambini non ci piacevano, educhiamo i figli proprio come lui, seguiamo le sue idee, i suoi insegnamenti. Niente come un padre traccia il solco della vita anche se è un padre discreto e silenzioso, che lascia fare, non interferisce, osserva da lontano. Niente come un padre rappresenta la visione del mondo, lo scopo di un’esistenza, pure se il suo modo di vedere è distante mille miglia dalle tue idee. Finisci per condividere tutto anche se non condividevi niente, perché tuo padre ti ha fatto diventare - suo malgrado - quel che sei. E allora vederlo in un letto d’ospedale, inerme come un bambino affannato dopo una lunga corsa in un prato infinito ti fa male al cuore, perché sai di non poter fare niente, mentre pensi che lui ha fatto tutto per te, non lasciando niente d’intentato. Non resta che attendere, piangere lacrime liberatorie che si fanno largo tra vecchie immagini di vita.

Stavi scrivendo un libro di racconti che avresti voluto far leggere a tuo padre, pensavi quando sarà finito glielo darò, sarà un bel regalo, anche se sapevi che non aveva più la forza di leggere, riprendeva in mano vecchi libri del passato, non ricordava più le cose che un tempo ti aveva insegnato. Ma pensavi che questa volta avrebbe fatto un’eccezione, magari glielo avrebbe letto tua madre, visto che i racconti parlano pure di lui, di quando era giovane e mi sembrava un gigante, perché ero un bambino, della sua moto Guzzi, delle passeggiate in corso Italia, delle panchine in piazza Bovio, delle giornate al mare, d’una bicicletta nera con un sedile di legno, dei tanti caffè bevuti insieme. Un libro di ricordi, alla ricerca del passato, d’un amore perduto, d’una città viva solo nella memoria, di dolci madeleines impastate con la farina del tempo perduto. Mio padre mi ha insegnato a leggere a cinque anni, ma non era un uomo di cultura, mi ha trasmesso l’amore per i fumetti, anche se voleva farmi leggere solo cose che piacevano a lui, mi ha fatto amare i libri, anche se a me piacciono i romanzi e lui si è sempre dedicato ai saggi, la passione per il cinema è un suo dono, anche se insieme vedevamo solo cinema americano, western e James Bond, mentre adesso amo altri generi, cose come l’horror e il fantastico che lui non digeriva proprio. Diversi in tutto, io e mio padre. Diversi nelle idee, in contrasto sulle piccole cose della vita, ma non in quelle importanti. Se devo prendere una decisione importante mi vengono a mente le sue parole, pure se non sono eclatanti e spesso non serve che siano parole. I figli ascoltano gli insegnamenti dei padri, ricordano anche quando non sembra, seguono gli esempi. E allora ti capita di voler trattenere il più a lungo possibile piccoli episodi della tua vita. La canna di bambù divelta sulla strada di viale Amendola tornado dal mare, immaginario fucile con cui sognavi di sparare alle rondini dal balcone d’una povera casa con vista acciaieria, il fumetto letto insieme prima di andare a dormire, la notte di Natale passata a spiare sotto le coltri per scoprire se era proprio lui Babbo Natale, il giorno della laurea nel cortile della Sapienza, un viaggio al mare sul sedile di legno d’una vecchia bicicletta, le passeggiate a Fosso alle Canne, la pineta di Baratti a festeggiare il primo maggio discutendo di politica. Piccole grandi cose che tornano alla memoria proprio mentre lui chiude gli occhi per sempre e un macchinario ti fa capire che il suo vecchio cuore non batterà più. Pensi che non è possibile, ti dici che è soltanto andato a riposare, come faceva ogni giorno, subito dopo pranzo, perché era molto stanco, aveva bisogno d’una pausa prima di ricominciare. Ricordi d’un tratto che quando eri un bambino a lui piaceva trattenersi a letto la domenica mattina se non doveva lavorare. Ti chiedeva sorridendo cosa ci fosse meglio d’un letto e tu rispondevi interessato che c’era un letto e un fumetto, pensando che forse, uscendo, te l’avrebbe comprato.

Come in una fiaba di José Martí che hai raccontato a tua figlia per farle capire il mistero della morte, pensi di sentire la sua voce provenire da una stella azzurra persa nell’infinito. Sai che quando lo rivedrai non avrai bisogno di parole, perché ogni mistero sarà dipanato, tutto sarà più chiaro, ogni incomprensione superata. Adesso dobbiamo riprendere il discorso nel punto preciso in cui si è interrotto, non è possibile fare altrimenti, anche se la sua poltrona preferita è vuota, il suo posto a tavola non lo attende e il libro di Bertrand Russell è rimasto inconcluso, un segnalibro a pagina cinquantasette, la foderina in carta di giornale come abitudine per non sciupare i libri. Prima che tutto accadesse stavi rileggendo ancora una volta Perché non sono cristiano. Spero che mi perdonerai se ti ho costretto ad ascoltare mezza pagina di Vangelo e se ho chiesto a un prete di benedirti prima di lasciarti partire. Non sono sicuro di niente, caro papà, non ho le certezze di Bertrand Russell e neppure le tue, penso che ognuno di noi creda a modo suo, come ha detto il prete quando ci siamo salutati. La piazza di Cittadella affacciata sulle isole lontane, in un giorno di maestrale, ultimo ricordo della vita che fugge, in un tramonto scolpito tra mare e rocce di granito dell’Isola d’Elba, lascia intuire rintocchi di meste campane. Un amore eterno, abbandonato, vorrebbe non lasciarti partire, piangendo ogni istante d’un passato che non potrà dimenticare. Non riesco a perdonarmi di essere quello che sono, perdo il conto dei giorni che non sono riuscito a dirti che ti volevo bene, degli istanti che non t’ho abbracciato, dei momenti che potevamo passare insieme. Egoista come tutti i figli, chiedevo solo protezione e ascolto, convinto che tu ci saresti sempre stato. Per questo adesso sento un vuoto infinito.

 

Gordiano Lupi


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