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Valter Vecellio. La situazione. Cuba, come prima, peggio di prima
06 Aprile 2010
 

Intervistato qualche giorno fa dal quotidiano spagnolo El Pais, Guillermo Fariñas, psicologo e giornalista dissidente cubano, da giorni in sciopero della fame e della sete, e forzosamente alimentato su ordine del regime, ha detto di essere pessimista: «Non credo che il governo cambierà. È aggrappato al potere, si trova in un momento di grande difficoltà». Ora, dopo le parole di netta chiusura pronunciate da Raúl Castro al congresso della gioventù comunista cubana, i già stretti margini di manovra, sembrano essersi ulteriormente ristretti. 

«Sono disposto a morire», ha fatto sapere Farinas, elencando gli obiettivi dello sciopero della fame: «Il primo è che il governo paghi un elevato prezzo politico per l’assassinio di Orlando Zapata Tamayo, (un altro dissidente cubano, morto in seguito a un lunghissimo sciopero della fame; ndr). In secondo luogo, la liberazione dei prigionieri politici malati che ben presto potrebbero fare la fine di Zapata».

 

Cuba è un paese sempre più stremato e rassegnato. Quando Fidel aveva ceduto il potere al fratello Raúl in molti avevano sperato che all’orizzonte ci fosse un’apertura, si allentasse la morsa della dittatura. È bastato poco per capire che si trattava di un’illusione. Cresce l’amara frustrazione di chi aveva sognato che il governo di Raúl avrebbe introdotto cambiamenti strutturali nell’anchilosato sistema burocratico erede dei peggiori metodi del breznevismo sovietico.

 

Dice Yoani Sánchez, una delle più note dissidenti cubane: «Quando i “barbudos” arrivarono al potere bollarono tutti i loro nemici come sbirri e torturatori della tirannia. In seguito confiscarono tutte le proprietà produttive, e tra i nemici entrarono anche “gli sfruttatori degli umili” e i nostalgici del “mortificante passato capitalista”. Negli anni Ottanta agli oppositori del sistema si aggiunsero quelli che “non erano disposti a sacrificarsi per un futuro luminoso».

Ora, prosegue la Sanchez, la maggioranza dei cubani è giunta alla conclusione «che il paese fu trascinato in una missione impossibile, molti vorrebbero introdurre qualche riforma e perfino qualcuno che vorrebbe cambiare tutto. Per i “barbudos” sono tutti oppositori, mercenari, agenti dell’imperialismo. Ecco perché ci sono almeno duecento cubani detenuti per le loro opinioni, che scontano condanne in carcere con l’accusa di aver commesso cose che la legge considera reati comuni e che non hanno niente di criminale».

 

Gli Stati Uniti stanno esercitando, per quanto è in loro potere e capacità, pressioni, che tuttavia non sembrano portare a particolari risultati almeno nell’immediato; con cautela si muove l’Unione Europea; la sola Spagna, che con Cuba ha sempre avuto un rapporto privilegiato, ha levato forte e chiara la sua voce. Per quel che riguarda l’Italia, conferma la tradizionale inerzia e indifferenza. “Aiutata”, magari da una serie di calcoli. Hugo Chávez, il semi-dittatore del Venezuela, non ha mai nascosto amicizia e appoggio alla Cuba di Fidel e Raúl Castro, di cui si considera erede. All’Italia Cuba non interessa granché, ma il Venezuela sì, e non perché in quel paese vi siano migliaia di connazionali o figli di connazionali, piuttosto è l’oceano di petrolio su cui il Venezuela galleggia, ad interessarci. Indicativi, al riguardo, gli sperticati elogi recentemente tributati a Chavez da Paolo Scaroni sul Sole 24 Ore

 

Intanto a Cuba al desiderio di maggiore flessibilità, si contrappone una disciplina militare per far aumentare la produzione agricola. Gli effetti di questa politica però non si vedono. Di fronte alla lentezza e alla mancanza di volontà di cambiare, i cubani guardano verso l’alto e canticchiano un ritornello: “El cacique delira, esta que preoccupa, tu, taino, tu, lucha tu yuca”, il cacicco delira, c’è da preoccuparsi, tu, taino, tu lotta per la tua yuca.

 

Valter Vecellio

(da Notizie radicali, 6 aprile 2010)

 

 

Qui puoi firmare la petizione
Per la libertà dei prigionieri politici cubani


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