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Yoani Sánchez. Orlando Zapata Tamayo: dall’anonimato al martirologio
22 Febbraio 2011
 

In certi casi alcuni volti anonimi diventano indispensabili nella storia dei popoli e l’individuo più insospettabile sconvolge la vita di una nazione e catalizza fenomeni, ansie di trasformazione fino a quel momento sopite. Un muratore, proveniente dalla zona orientale del paese, è riuscito a smuovere in noi un sentimento che credevamo definitivamente sequestrato dalla polizia politica, la sensazione che prima o poi la realtà cubana dovrà cominciare a cambiare.

Il nome di Orlando Zapata Tamayo è diventato pubblico per la prima volta nell’anno 2002 insieme a due sue foto in un libro intitolato “I dissidenti”, pubblicato con lo scopo di squalificare le figure dell’opposizione cubana. Nonostante ciò, quando la sua morte - dopo uno sciopero della fame durato 85 giorni - ha commosso il mondo, la stampa ufficiale e persino Raúl Castro hanno affermato che quel mulatto di 42 anni non era un prigioniero politico ma un semplice delinquente comune. Le nostre autorità hanno ripetuto questa versione fino allo sfinimento, senza rendersi conto - o forse senza voler ricordare - che erano stati proprio loro a inserirlo nella ristretta cerchia dei “nemici ideologici”. Orlando Zapata è stato catturato nel marzo del 2003. Il suo nome non veniva messo in relazione neppure ai 75 oppositori che erano stati condannati durante la primavera nera a pene che oscillavano tra i 15 e i 28 anni di carcere. In ogni caso la sua detenzione e successiva condanna a tre anni di privazione della libertà sono state una conseguenza degli atti realizzati per protestare contro quella ondata repressiva. Una volta in prigione il suo atteggiamento di ribellione permanente l’ha portato a essere di nuovo giudicato e condannato a scontare quasi 30 anni di carcere. Si trovava proprio in quella situazione quando alla fine del 2009 ha cominciato lo sciopero della fame. La versione ufficiale dei fatti recita che il condannato aveva preso quella decisione per reclamare privilegi impossibili da soddisfare e che nonostante gli sforzi del personale medico incaricato non è stato possibile salvargli la vita. La famiglia e alcuni prigionieri testimoniano che una volta intrapreso lo sciopero della fame per lamentarsi delle condizioni carcerarie e degli abusi che subiva, i suoi carcerieri l’hanno rinchiuso in una cella di rigore senza farlo bere per 18 giorni. Orlando Zapata è stato portato in ospedale quando le sue condizioni di salute erano in una situazione ormai compromessa. Nessuno mette in dubbio lo sforzo posto in essere dai medici incaricati di seguire il caso, ma è indiscutibile la crudeltà e il disprezzo per la vita umana dimostrata dai suoi carcerieri. Sino a oggi nessuna di queste persone è stata giudicata.

Nei dodici mesi successivi al nefasto evento, il piccolo cimitero del pese di Banes in provincia di Holguín è stato testimone di numerosi atti di intolleranza. In quel luogo riposano i resti di Orlando Zapata e quando sua madre, la signora Reina Luisa Tamayo, ha cercato di fargli visita, gli è stato impedito, in certi casi da persone in abiti civili, in altre situazioni da uomini e donne in divisa, che hanno formato una catena umana in mezzo alla strada. Tutto questo accompagnato da grida, spintoni e insulti contro la famiglia di chi si è trasformato in un simbolo per migliaia di cubani all’interno e all’esterno dell’Isola. Orlando Zapata Tamayo non era un membro dell’oligarchia che pretendeva di recuperare le sue proprietà, ma un semplice uomo del popolo, un operaio mulatto nato dopo il trionfo della rivoluzione. Non ha firmato una piattaforma politica e non ha imbracciato le armi contro il regime, ma era soltanto una persona comune e umile, un cubano del popolo, che un bel giorno si è reso conto della mancanza di diritti elementari e ha deciso che valeva la pena fare qualcosa per ottenerli.

Capita spesso che non sia la vita di una persona ma la sua morte ad assegnarle un posto nella storia. Come è successo a Mohamed Bouazizi, il giovane tunisino che si è dato fuoco davanti a un edificio governativo perché la polizia gli aveva confiscato la frutta che vendeva in una piazza. Le conseguenze del suo sacrificio in tutto il mondo arabo erano completamente imprevedibili e ancora oggi non è possibile sapere fino a dove si spingerà quello che è stato definito “l’effetto domino”.

La morte di questo cubano, avvenuta il 23 febbraio del 2010, proprio alla vigilia della celebrazione da parte di Raúl Castro del suo secondo anno di mandato alla guida della nazione, ha creato uno scomodo evento nel nostro calendario. In questo momento molte persone si stanno chiedendo come commemorarlo, mentre la polizia politica si prepara a fronteggiare le manifestazioni pubbliche della celebrazione. Una sola cosa è certa: nel corso di questa settimana sarà più citato il nome del defunto Zapata Tamayo che il lungo epiteto del Generale Presidente.

 

Yoani Sánchez

(da El Comercio, Perù, 20 febbraio 2011)

Traduzione di Gordiano Lupi


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