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Félix Luis Viera. In morte della poesia
22 Agosto 2010
 

Lettera di Raquel Martínez Romo a Jaime Corona

 

Non dubitare: adesso la gente crede appena ai fiori. Passò un tipo e in un sol colpo tagliò tutti i fiori che spuntavano dalla mia cancellata e li lanciò per strada; solo per piacere. Disilluditi: adesso la gente non crede alle lettere scritte su carta azzurra o rosata; neppure ai telegrammi composti da tre parole: Quanto ti amo. Per esempio, se scrivi una poesia dove definisci giglio il mio sesso, i postmoderni lo proibiranno; lo stesso se ne componi un’altra dove affermi che in questi seni medi, compatti, si forgia una specie di contesa interminabile. Mettilo in conto: adesso la poesia non sa più cosa dire. Ogni giorno si usano meno i bigliettini anonimi per gli innamorati malati di nostalgia. È impossibile: a mezzo fax, internet, in TV arrivano salsicce di Amburgo, principesse di silicone, barattoli di gelatina per calare di peso, operazioni a cuore aperto. Sentimi bene, adesso neppure il cuore è semplicemente cuore. Adesso neppure gli innamorati cantano; le serenate si vendono in confezioni usa e getta. E il calcio sta per mandare in frantumi tutti i traguardi dell’amore. Ti rendi conto?

Malgrado ciò, se vuoi fare così, tu continua a cantare, solo, le tue conversazioni per me lungo le strade; continua a cercare le penne che dividono nell’aria i miei gemiti assenti; continua a credere che esista un miscuglio di lilla e di azzurro nel mio sguardo, quando, solo, e solo per me, canticchi in silenzio; continua per me a seminare fiori che qualcuno poi distruggerà come stracci inutili. Va bene: continua a credere di spedire piccioni viaggiatori che recano l’ultima pulsazione delle tue tempie. Continua se vuoi farlo. Io no. Io so che tutto è finito.

 

Félix Luis Viera

(Tratto da La patria es una naranja)

Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi


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