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BITTONOVELA  
Duemilasettecentesima puntata di una novela oramai agli sgoccioli? (Speriamo!)
Ammontano a 800 le forme della diatriba...
Ammontano a 800 le forme della diatriba... 
21 Ottobre 2005
 

Sceso a valle dopo 87 giorni d’alpeggio, leggo, così per caso, che per l’ennesima volta Ciapparelli “ha fatto su casino”…

Avendo il sottoscritto, credo, tutti i requisiti per dire una opinione, mi ci butto.

Ciapparelli ha perso quasi la metà dei suoi iscritti all’Associazione ed insiste ancora su questa strada. Viene da chiedersi perché lo faccia. I rapporti amicali paventati da Del Nero? che non dovrebbe parlare perché per essere un uomo (politico) buono per tutte le stagioni, qualche amico deve pure averlo e ultimamente anche in Paradiso, lui segretario provinciale del vecchio PCI di Berlinguer, sic!

I produttori delle “Valli del Bitto” lavorano tante forme quante ne faccio io nel “mio” alpeggio: ottocento. Sulla cui qualità – il nome ormai ce l'avete – si potrebbe, a detta di molti, ultimamente discutere. Che, se non la metà, ma molte forme vengano vendute non ancora “legalmente” mature sui mercati della Val Gerola e di Albaredo e nelle casere degli alpeggi stessi, è altrettanto vero. Che loro possano farlo quasi impunemente e gli altri produttori fuori valle no, lascia perplessi. È quantomeno concorrenza sleale.

L’Associazione Produttori Valle del Bitto, nata quando Chiapparelli militava nella Lega e voleva diventare populisticamente sindaco di Gerola, se bel ricordo, allora diceva (in alcuni articoli del suo statuto) che oltre ai produttori di Bitto, “caricatori” nelle Valli di Albaredo, Gerola e “Bergamasca”, potevano farne parte due persone “al di fuori del settore”, diciamo così. A me parve subito una cosa abbastanza strana… e da lì la storia ha continuato ad ingarbugliarsi e quando si arriva alle vie legali, tutti hanno da smenarci. Il CTCB che non ha avuto mano salda sin dall’inizio nei confronti di una scelta di una parte politica, allora per la maggiore, ora “si mangia le palle”, come si suol dire in questi casi. E poi non si capisce perché il marchio suppletivo “Valli del Bitto” ora sarebbe illegale e a quei tempi no: ma la normativa CEE non era la stessa? Domando, neh! Ciapparelli passerà alla storia del “Bitto DOP” come l'eterno “scassapalle” (consolati, Paolo: il mio cognome fa rima con rompicoglioni...), a torto o a ragione, oltre a dover tirar fuori un po’ di Euro per pagarsi gli avvocati, così come dovranno fare quelli del CTCB se la faccenda si aggrava.

I consumatori “sotto Caregiasca”, che da dieci anni a questa parte sia chiedono se esita un Bitto Vero e un Bitto falso (?!), devono sapere che esiste semplicemente il Bitto, che può essere prodotto in tutta la provincia di Sondrio e in dieci comuni dell'Alta Valle Brembana in provincia di Bergamo (e, da 'stestate, anche in alcuni altri della provincia di Lecco) con determinati requisiti stabiliti da un disciplinare di produzione. Che poi ad uno possa piacere di più il Bitto prodotto in Tronella, rispetto a quello prodotto in Val Bodengo, è solo questione di gusti personali. Non certo che il “vero” Bitto sia soltanto quelloprodotto in Val Gerola.

Solo un consiglio e poi faccio le mie solite due proposte finali. Il consiglio voglio rivolgerlo ai miei due amici, i Giuseppe... Ruffoni e Giovannoni: – Io vi invidio, perché dalla vostra parte avete ancora la gioventù e la prestanza fisica, ma fra 10/15 anni, intorno alla cinquantina, sarà un po’ più dura dormire nei calecc… e l'originalità del vostro formaggio non sarà quella di farlo come lo facevano i vostri avi, ma... de fal su bun!

Concludendo... Devo dar ragione al sindaco del mio paese natìo – che se conta come il due di picche, fa il paio con Ciapparelli che, in fatto di vita d’alpeggio, conta come il due di fiori: mi son sempre chiesto se il nostro, anzi i nostri, abbiano almeno fatto il cascìn... La cosa più saggia è, dunque, sciogliere l’associazione, e metter fine a questa brutta novela, che non ha ragione di essere. Se poi in Pescegallo o in Trona, vogliono continuare a mungere a mano, dormire nei calecc, o usare il gomito al posto del termometro, che lo facciano, se la legge glielo permette. Basta, appunto, che la qualità del loro Bitto sia sempre solo quella tutelata e garantita dal Consorzio, da un solo ente, insomma.

Una mia vecchia battaglia è sempre stata quella di tutelare, in generale, il consumatore di formaggio Bitto, il quale non sa, se non perché conosce direttamente il produttore, se in una forma di Bitto ci sia o non ci sia latte di capra, perché ora come ora il Bitto si può produrre sia con l’aggiunta del latte di capra, sia senza. A questo proposito ho sempre proposto di mettere, di incidere, sulle forme di Bitto prodotte con l’aggiunta di latte di capra un simbolo, qualcosa che ricordi immediatamente al consumatore che in quella forma che si accinge a comperare, o a mangiare, c’è del latte di capra. E, logicamente, avevo proposto di incidere una testa di capra sulla pelure di riconoscimento che viene applicata dal commerciante sulle facce del formaggio prima di metterle sul mercato. Ora, volendo dare una qualche forma di riconoscimento, auspicato sia da Del Nero che dai dirigenti del Consorzio, alla primogenitura delle Valli del Bitto per l’invenzione di lavorare in questa maniera il latte, perché non incidere sulle due facce della forma il logo del manifesto che ogni anno reclamizza, ai primi di maggio, la Mostra della capra orobica a Gerola? Che tra l’altro, se ben ricordo, è anche un Bech...

Alfredo Mazzoni


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