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Lidia Menapace. Identità
(foto Bologna.repubblica.it)
(foto Bologna.repubblica.it) 
12 Gennaio 2015
 

Dai lanci in tv sembra che Renzi sia stato invitato a inaugurare l'anno accademico a Bologna, riconoscimento eccezionale, presso la prima università al mondo.

Non ho il testo del discorso, ma vedo che insiste, almeno per ciò che ne dice la Tv, sull'identità, (la nostra di italiani/e, credo, o di europei/e, forse) che verrebbe minacciata dal "terrorismo islamico" (bisogna sempre dire "islamista", il terrorismo che chiama a suo sostegno il Corano, è una interpretazione degenerativa del messaggio di Maometto, così come il sionismo lo è del messaggio dell'Antico testamento e il cristianismo (neologismo che conviene lanciare) o la cristianità è tipico dei cristiani che spingono il messaggio della Scrittura ad espressioni omofobe, a guerre sante, al rinvio delle donne ad occuparsi delle 4 kappa e a lasciar perdere il diritto al lavoro (le 4 kappa sono ancora quelle che nel Kulturkampf Bismark riconosceva alle donne, cioè Kirche, Kueche, Kinder, Kranken, ovvero la chiesa, la cucina, i bambini, gli ammalati).

Come si capisce, nell'attuale momento storico, se si lascia passare l'ipotesi -ad esempio- di Salvini, che i mussulmani stanno magari tranquillamente sul nostro stesso pianerottolo, ma sono sempre disposti a sgozzarci, non c'è niente altro da fare che rispondere cacciandoli, censurare la loro religione, violare la loro libertà di stampa e considerare provvidenziale ogni naufragio di immigrati/e da paesi di storica religione islamica. Una vera barbarie, che ha una sua logica, se la premessa è appunto quella di affibbiare in blocco a tutti i seguaci della religione dell'Islam la propensione al terrorismo. Se cioè si sceglie la barbarie, lo scontro di civiltà, il sonno della ragione.

E veniamo all'identità: prima viene l'identità di specie, siamo tutti e tutte umani; immediatamente attaccata all'identità di specie è l'identità di genere che non è una, ma maschile femminile transgender ecc. ecc.; segue l'identità culturale che comprende la lingua, la religione, la conoscenza e appartenenza alle culture in genere, qui si può mettere anche l'identità nazionale, ben sapendo che è un termine pericoloso, da maneggiare con cura, perchè ogni nazionalità, se accettata acriticamente o lanciata in modo assoluto è causa di pericoli mortali (come l'Europa sa bene avendo prodotto nel secolo scorso i fenomeni del fascismo nazismo franchismo, del socialismo in un paese solo, e stalinismo ecc. Ecc., delle culture in generale).

Ricordo un episodio famoso e uno domestico. Quando stare in Europa essendo ebrei diventò troppo pericoloso, Einstein emigrò negli Usa, per entrare nel cui territorio era tra l'altro necessario compilare un lungo questionario che includeva la domanda: razza? e Eistein rispose: umana.

Il che non lo sottrasse poi dal dirigere il gruppo di fisici che progettò e lanciò l'atomica su Hiroshima.

Le contraddizioni costellano tutte le nostre vite, forse bisogna anche imparare a sopportarle e dipanarle e a condannarle senza offendere.

L'episodio domestico riguarda mio padre, che fu preso come IMI (internato militare italiano) dalla Wehrmacht e mandato e tenuto in campo di concentramento 24 mesi, perchè rifiutò, come quasi tutti gli 800.000 militari italiani, di aderire alla repubblica di Salò. Tornò nell'agosto del '45, così malridotto, nonostante già fosse stato rifocillato dagli inglesi che liberarono il suo ultimo campo, che per un attimo mia madre non lo riconobbe. Bene: parlava malvolentieri di quel periodo e ci mise un paio d'anni a recuperare i suoi ritmi di vita e di lavoro, ma una cosa la disse subito e la considero giusta e difficile e necessaria. Ci disse: qualunque cosa la Germania abbia fatto, ha pagato abbastanza, è tutta una rovina, dobbiamo imparare a vivere in pace, dalle guerre viene solo male, a lungo e profondo.

Infatti ancora oggi, quando si scavano le fondamenta di una qualche costruzione lungo il corso dell'Adige, si trovano bombe inesplose: la guerra fa danni più di mezzo secolo dopo che è ufficialmente finita.

 

Lidia Menapace


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