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Il cambiamento si chiama LIBERTŔ: a Cuba non č cambiato niente  
Gordiano Lupi intervista Oswaldo Payá
04 Ottobre 2011
 

Le riforme? Soltanto fumo negli occhi!

La dissidenza cubana è vera e composta da uomini dignitosi e perseguitati

Se c’è una parola che rappresenta il cambiamento, questa è libertà

 

 

Abbiamo incontrato Oswaldo Payá, promotore del “Progetto Varela” e del “Progetto Heredia”, che adesso si è fatto portavoce di un documento unitario della dissidenza: El Camino del Pueblo. L’occasione è stata propizia per rivolgere alcune domande.

 

Come vede la situazione cubana dopo le riforme di Raúl Castro?

Il popolo cubano è sempre più povero, la maggioranza dei lavoratori riceve un salario sufficiente a mangiare per non più di tre giorni. Un cittadino cubano non può uscire ed entrare dal paese e non può esprimersi liberamente per strada. A Cuba esiste un regime comunista, ci sono i CDR che sorvegliano, c’è la Sicurezza di Stato che reprime, il solo sindacato ammesso nei centri di lavoro è quello comunista, il solo partito - tanto per cambiare - è quello comunista. A Cuba si controllano e si minacciano le persone, esistono discriminazioni per accedere ai posti di comando, dovute a motivi ideologici e politici. Il popolo cubano non può eleggere liberamente i governanti tramite vere elezioni dove si possa scegliere tra diversi candidati i rappresentanti al Parlamento.

 

Ma i cambiamenti economici non hanno prodotto miglioramenti?

A Cuba non c’è democrazia. I cambiamenti economici sono solo fumo negli occhi. Il cubano medio è autorizzato a vendere crocchette, pizze, patatine, fritture e poco altro. I ristoranti di lusso e le paladares eleganti sono gestite da una classe sociale nata dai privilegi di un’oligarchia al potere. Il popolo continua a non avere prospettive. Non è cambiato niente. Il popolo vive inconsapevole di cosa potrà accadere nel futuro e le preoccupazioni crescono perché non è possibile avere un progetto di vita.

 

La situazione dei prigionieri politici è migliorata? Molti sono stati liberati grazie alla mediazione della Chiesa cattolica

A Cuba ci sono ancora prigionieri politici, anche se non se ne parla più, persone come Yosvany Melchor, condannato a Santiago de Cuba il 30 novembre 2010, per aver collaborato con noi. Si mantiene la cultura della paura, non esistono diritti civili e politici.

 

Adesso si potranno comprare e vendere automobili. Secondo lei è una vera conquista sociale?

Come si può parlare di cambiamento? Ci permettono di compare automobili: ma chi vende e chi compra? Soltanto un’oligarchia al potere, non la maggioranza del popolo. Stanno costruendo uno scenario virtuale e lo spacciano per un cambiamento reale. Mi indigno quando parlano della possibilità di comprare e vendere auto, perché è una gigantesca frode. Ai tempi di Pinochet e di Batista si potevano vendere e comprare auto, ma era consentito persino in Sudafrica durante l’apartheid. Non per questo la situazione era positiva.

 

Il suo Movimento Cristiano di Liberazione che cosa propone?

Noi cubani abbiamo diritto ai diritti. Per questo il nostro movimento, insieme ad altri dissidenti, ha lanciato il progetto El Camino del Pueblo, per dire che i veri cambiamenti sono i diritti che garantiscono la libertà di espressione, la possibilità di viaggiare, di aprire imprese, di poter accedere ai mezzi di comunicazione e diffusione, di avere libere elezioni, insomma tutti quei diritti per ottenere i quali in ogni parte del mondo le giovani generazioni stanno lottando. Perché a Cuba non ci dovrebbero essere libere elezioni? Il nostro popolo è nato per essere governato 52 anni da Fidel Castro e adesso per altri 50 da Raúl Castro, dalla nuova oligarchia e dai loro eredi? Sono proprio loro la fonte delle disuguaglianze, della povertà, della separazione di molte famiglie, della paura in cui vive il popolo cubano. Il popolo ha diritto di vivere dignitosamente e di portare avanti un suo progetto.

 

Cosa risponde a chi sostiene che la dissidenza cubana non esiste, che gli oppositori sono costruiti dall’esterno e rispondono a governi stranieri?

Cuba è una nazione sottomessa a una dittatura da 52 anni e il governo cerca di far tacere le voci libere. Come si fa a sostenere che non esiste la dissidenza? Siamo i soli a chiedere con forza libertà ed elezioni. La nuova oligarchia si sta spartendo Cuba come una torta, mentre noi diciamo che non ci fidiamo di Raúl Castro ma vogliamo dare il voto al popolo, umiliato e offeso, oltraggiato da una dittatura.

 

Altri dicono che non siete uniti, che la dissidenza è divisa, che non ha un progetto comune…

L’opposizione ha un suo documento, basta leggere il “Progetto Varela” nel mio sito www.oswaldopaya.org, ma anche El Camino del Pueblo. Abbiamo molte proposte, chiediamo cambiamenti nella legge elettorale e nelle regole associative, proponiamo un dialogo nazionale con spirito di riconciliazione e nuove leggi. Il problema è che ci reprimono e ci perseguitano. Non abbiamo uno spazio dove esporre i nostri progetti e le nostre proposte, la televisione non ci concede programmi e persino la stampa straniera parla poco di noi. Non è vero che la dissidenza sia divisa e che non abbia un programma. Questa è la versione del governo che non desidera avere a che fare con la dissidenza, ma cerca l’appoggio degli stati europei, nordamericani e latinoamericani per sostenere le presunte riforme di Raúl Castro. Siamo fastidiosi e scomodi, perché non abbiamo paura di affrontare le cose in maniera radicale e di dire che Cuba non è uno Stato di diritto, non rispetta la dignità dei cittadini, è ancora un paese di ricchi e di poveri, nel quale i poveri non hanno neppure il diritto di dire che sono poveri .

 

Cosa potrebbe fare la comunità internazionale per favorire un reale cambiamento a Cuba?

La dissidenza cubana non è aiutata dalla comunità internazionale, anzi si tende a far credere che non esista, si cerca di squalificarla, di far passare i dissidenti per mercenari al soldo di potenze straniere. Tutto questo non accadeva con il Cile di Pinochet, perché i dissidenti cileni venivano sostenuti. Non comprendo come mai con noi il comportamento sia diverso. Il nostro progetto unitario si chiama El Camino del Pueblo, firmato da blogger importanti e dissidenti prestigiosi. Non è vero che non abbiamo un progetto di cambiamento. Ognuno di noi esprime uno stile differente e originale, ma abbiamo una base unitaria. I dissidenti cubani sono persone coraggiose e dignitose, perseguitate e stigmatizzate dal regime, che soffrono insieme alle loro famiglie per affermare un’idea di libertà. La comunità internazionale dovrebbe chiedersi perché vengono percossi e per quale motivo una donna vestita di bianco che sfila per strada con un gladiolo in mano deve essere considerata una provocazione. Solo in un regime fascista o comunista come quello cubano possono accadere cose simili. La cosa assurda è che quando si parla di Cuba spesso viene criticata la vittima e non il persecutore. La stampa straniera, certi intellettuali, ecclesiastici, diplomatici e politici si rendono complici del regime se cadono nel trabocchetto di capovolgere il senso morale e si schierano contro il popolo cubano, contro la dissidenza e a favore della dittatura.

 

A suo parere cosa serve davvero a Cuba per cambiare?

I cubani non sono stupidi, si rendono conto che attorno a loro si mantiene la cortina di fumo della menzogna, ma la cosa peggiore è che la stampa straniera e molti intellettuali sostengono questa falsa visione del comunismo che sta cambiando le cose attraverso un patto con i cittadini. Non è vero! Cuba ha bisogno di libertà, diritti civili, libertà di espressione del pensiero, libertà di associazione e libere elezioni. E nessuno ne parla. Chiediamo un referendum popolare. Vogliamo che il popolo esprima la sua opinione. Il regime non ci concede neppure 15 minuti in televisione, perché ha paura della verità. Mi rivolgo alla stampa e agli intellettuali. Non sostenete le menzogne del regime cubano, perché il vostro appoggio non ci aiuta ma ci porta a sprofondare sempre di più!

 

Cuba può diventare una nuova Libia?

C’è chi paragona Cuba a Libia ed Egitto e si chiede perché i cubani non scendano in strada per manifestare. Non chiamerei mai i cubani a scendere in piazza, perché sono convinto che non lo farebbero se qualcuno li chiamasse, ma sono altrettanto convinto che se un giorno decidessero di uscire per strada nessuno li potrebbe riportare a casa, né con la paura, né con il terrore. Noi reclamiamo diritti e non vogliamo interventi esterni. Non vogliamo che Cuba si strasformi in una nuova Libia, né che nessuno permetta che si massacrino i cubani per dopo venire a bombardare e a mettersi d’accordo con uno dei generali che sta guidando la repressione.

 

Che cos’è El Camino del Pueblo?

El Camino del Pueblo è un progetto pacifico, trasparente, che va al nocciolo della questione: diamo ai cubani diritti e voce, cominciamo un dialogo nazionale, indiciamo libere elezioni. Non permettiamo che la frode e la menzogna vengano propagate oltre, mentre un’oligarchia di nuovi ricchi si afferma a danno del popolo. Intorno a noi vediamo accordi scellerati tra nuovi ricchi cubani e ricchi di tutto il mondo, ex comunisti, neocomunisti, capitalisti selvaggi e comunisti selvaggi.

 

A suo parere la situazione cubana non accenna a migliorare. Vede tutto nero e con poche vie d’uscita. Cosa potrà accadere?

Il popolo cubano è sempre più emarginato, sta subendo quel che accadde nel 1898, e non può sopportare oltre una situazione insostenibile. Sono un cubano, non sono un turista. Non vivo in una vetrina, mangio in una mensa operaia, ho rapporti con medici, infermieri, pazienti, con i miei compagni di lavoro, che rispetto e con i quali sono orgoglioso di lavorare, anche se vengo controllato giorno e notte dalla Sicurezza di Stato. Nonostante tutto vivo all’Avana, faccio le code che fanno tutti, cammino per strada, parlo con amici e conoscenti. So che i cubani vorrebbero una nuova vita, libertà e diritti. E invece possono solo pensare a come andarsene da Cuba, non importa come, né in quale direzione, come missionario, collaboratore, invitato, rifugiato, turista. Perché accade questo? Per i cubani l’esilio è sempre stato un castigo. Fino a oggi abbiamo sofferto un regime totalitario e adesso subiamo una truffa ancora più grande: ci vogliono imporre un cambiamento virtuale senza concedere diritti. Non lo permetteremo. Continueremo a reclamare i nostri diritti, anche se diranno che la dissidenza e l’opposizione non esistono, noi insisteremo con le nostre richieste.

 

Che cos’è la Sicurezza di Stato e quali compiti si prefigge?

La Sicurezza di Stato è una macchina del terrore. In primo luogo contro i cittadini. I cubani odiano questa polizia politica, la chiamano la Gestapo, un’espressione popolare che non ho certo inventato io. La Sicurezza di Stato è una fabbrica di menzogne. Spesso costruisce agenti e li infiltra nelle file dell’opposizione, nel giornalismo indipendente, perché dicano bugie, sabotino il lavoro civico, diano false informazioni, per poi far cadere la colpa sulla dissidenza. E in definitiva questo lavoro non lo sanno fare neppure bene. Non è difficile scoprire i loro uomini. Il regime cerca di screditare la dissidenza inventando figure, raggruppamenti e situazioni che non esistono nel movimento oppositore.

 

Quali difficoltà incontra il suo movimento per far conoscere le proposte innovative e libertarie ai cittadini cubani?

Moltissime. Perché non ci fanno parlare del Progetto Varela e del Progetto Heredia in televisione? Perché non discutiamo sul progetto de El Camino del Pueblo? Perché non ci fanno spiegare ai cittadini e al mondo ciò che sentiamo e vogliamo? Conosco il motivo. Perché se molte persone leggessero il Progetto Varela e la Legge di Riconciliazione Nazionale e Contro la Discriminazione, troverebbero il coraggio di firmare.

 

Cuba resta una dittatura e un regime chiuso. Non vede proprio spiragli di cambiamento?

Il regime si limita a dire: “Deve essere così” e non permette al popolo di ragionare con la propria testa. Noi rispondiamo con fermezza, ma senza odio di nessuna classe, con profonda pace: “Non andate contro la storia, lasciate che la nuova generazione viva la propria vita e abbia un progetto. Guardiamo avanti e costruiamo la nuova società, conservando le cose positive, ma come uomini liberi”. Le persone non sono loro proprietà. Non devono divorare la vita di una nuova generazione dopo aver segnato 52 anni della nostra storia. Adesso è ora di dire basta. Non vogliamo che Cuba sia una nuova Libia. Non vogliamo un intervento esterno nella nostra patria. Ma non vogliamo neppure continuare a vivere così. Vogliamo una nuova vita. E se c’è una parola che rappresenta il cambiamento di cui ha bisogno Cuba, ascoltatemi bene, questa è libertà.

 

Gordiano Lupi


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