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Sciascia, Welby, Pannella, i temi della vita e della morte
03 Gennaio 2007
 
«È stata una decisone improvvisa e sorprendente anche per me. Ero fermamente deciso a non entrare in nessuna competizione elettorale, con nessun partito, con nessuno dei partiti che potevano interessarmi, che sono una ristrettissima area, peraltro». Così raccontava Leonardo Sciascia a chi gli chiedeva come mai aveva accettato la candidatura nelle liste radicali, per quelle elezioni – era il 1979 – contrassegnate dal simbolo della Rosa nel Pugno. «Poi mi sono incontrato con Pannella», aggiungeva Sciascia, «ed è accaduto questo fatto imprevisto della mia accettazione».
Fatto imprevisto, ma meno sorprendente di quanto, a prima vista, poteva sembrare. Lo stesso Sciascia dava a quel suo SÌ una spiegazione che si ricava da quello che pensava nei minuti in cui Pannella, volato a Palermo, gli chiedeva di scendere in campo in prima persona. «Io pensavo», raccontò poi Sciascia, «a quel dialogo di Boris Pasternak con Stalin, per telefono. Una volta Pasternak aveva chiesto di parlare con Stalin per perorare la causa di Mandelstam, il poeta che era stato arrestato. E una sera suona il telefono. Pasternak va a rispondere ed era Stalin. Parlano di Mandelstam, molto duramente da parte di Stalin, e poi ad un certo punto Pasternak dice: vorrei incontrarvi. E perché?, domanda Stalin. Per parlare della vita e della morte, dice Pasternak; e a questo punto sente il telefono che si chiude. Stalin non voleva parlare della vita e della morte, si capisce». Finisce il racconto, e Sciascia conclude: «Ecco: io ho pensato che bisognava parlare della vita e della morte, in questo paese». E infine: «Io penso che Pannella intenda la democrazia nel senso pieno, totale della parola: parlare con tutti. So che l’unica cosa che si muove, nel senso della vita contro la morte, in questo paese, sono i radicali…».
 
Le cose della vita e della morte, dunque. Quelle cose di cui Pannella parla in uno dei suoi scritti più belli, la prefazione al libro di Andrea Valcarenghi Underground a pugno chiuso, la cui eccezionalità non per un caso viene colta da Pier Paolo Pasolini: quel passaggio, per esempio, dove scrive dei racconti che si fanno in cucina o nelle camere da letto, quando si vuole essere onesti, si vuole capire ed essere capiti…Quel “privato” che tante volte diventa “pubblico” e “politico”. Sciascia di quei temi seppe parlare, da deputato. Si pensi all’“Affaire Moro”, che restituisce al Moro sequestrato e prigioniero delle Brigate Rosse quella dignità e quella moralità che il partito non della malintesa fermezza e in realtà dell’immobilismo, gli aveva voluto togliere.
Quando Piergiorgio Welby, in uno dei suoi ultimi scritti, ha tracciato un parallelo con Moro, entrambi prigionieri ed entrambi privati della loro libertà, c’è chi non ha trattenuto una smorfia di fastidio, ed ha manifestato il suo dissenso. Eppure mai accostamento è aderente a quello che è accaduto, accade. Entrambi prigionieri, ma non solo. Moro scriveva le sue lettere dalla “prigione del popolo” e i suoi sedicenti amici, quelli che ben lo conoscevano, si mobilitarono per certificare che quello che scriveva non era il vero Moro; che sua era la calligrafia e la mano, ma di altri era la volontà; e che comunque si trattava di un plagiato. Così per Welby: con grande eleganza persone di ostentata fede e nessuna misericordia, hanno gridato che Piergiorgio era strumentalizzato; che non era lui pensare, a dire, a scrivere quello che pensava, diceva, scriveva…
 
I temi della vita e della morte: sono quella lunga teoria di argomenti “veri”, quelli che lasciano il segno. È l’aver saputo lasciare il “segno”, è l’aver saputo diventare voce e corpo di argomenti “veri”, quello che non hanno perdonato e non perdonano a Luca Coscioni e a Piergiorgio Welby; e non hanno avuto pudore e ritegno nel mostrare il loro volto senza misericordia; e hanno rivelato a quale livello di malvagità oggi sono capaci di arrivare, in piena coerenza con “ieri”.
I temi della vita e della morte, e gli argomenti “veri” sono quelli per i quali da centinaia di ore Pannella non mangia e non beve. E si può ben immaginare il tipo di commento che circola nei palazzi della politica e nelle redazioni dei giornali, delle televisioni: “Uffa, questo Pannella! Ma che vuole, che fa, che dice? Ancora con questi digiuni, con questi ricatti, non è mai contento…”.
Già: che dice, che fa, che vuole Pannella? Perché di lui non si può udire la voce in televisione, perché nei suoi confronti è stata emanata la legge non scritta, ma ferramente applicata, che non può parlare in diretta? Perché non si organizza un “Porta a porta”, un “Ballarò”, un “Matrix”, un come diavolo si chiama la trasmissione del duo Santoro-Travaglio, sui temi, le proposte, il dire e il fare di Pannella? Su quegli argomenti “veri” che sono i temi della vita e della morte? Non è molto diverso, quello che accade oggi, da quel che accadde nei giorni del rapimento Moro e poi del giudice Giovanni D’Urso. Oggi Pannella e i radicali non hanno voce, mentre si diffonde e pubblicizza come meglio non si potrebbe fare ogni proclama e impresa di mullah assassino e terrorista; e ieri Pannella, Sciascia, i radicali non avevano voce; mentre veniva pubblicato integralmente ogni documento dei terroristi (meno, beninteso, quelli alla cui pubblicazione i terroristi avevano subordinato il rilascio di D’Urso).
 
C’era una P2 e una P38, “ieri”, con le loro logiche assassine e criminali, alla base di quel comportamento, di quei silenzi, di quelle chiusure. Oggi quale altra, ben più micidiale P2 e P38 sta operando e opera? “Oggi” come “ieri”, e come Stalin con Pasternak, quello che temono è il poter parlare dei temi della vita e della morte, dell’essere onesti, del capire e farsi capire. Ed è davvero grande la responsabilità della stampa e dei giornalisti; ed è su banchi di prova come questo che si gioca libertà, indipendenza e democrazia, assai più che su un contratto che da anni non si riesce a siglare. In altri tempi giornalisti, commentatori e intellettuali seppero levare la loro voce dissonante rispetto a quello che si voleva fosse e si faceva. Ma erano, appunto, altri giornalisti, altri commentatori, altri intellettuali. E, in definitiva, altri tempi. Verrà un giorno in cui di questi silenzi, di queste inerzie, di questa incapacità di insorgere e reagire, saremo chiamati a dar conto.
 
Gualtiero Vecellio
(da Notizie radicali, 2 gennaio 2007)

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