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Flavio Ermini. Riflessioni su una poesia di Patrizia Garofalo
(foto P. Garofalo)
(foto P. Garofalo) 
01 Maggio 2016
 

Nella più recente raccolta poetica di Patrizia Garofalo – Girasoli di mare, Blu di Prussia, 2016 – è incastonata una poesia che richiede un’attenta lettura e impone una profonda riflessione. Rileggiamola:

arrampica il vuoto la luce

cerca il respiro del cielo

d’un tempo senz’ora

in ferrosa spirale

 

il contatto di mani

gronda l’orrore del

fine-pena mai

Porgiamo ascolto a questa poesia. Ci indica che non la solida crosta terrestre, ma nemmeno il vuoto dei cieli è la nostra casa. I cieli con il loro respiro ci attirano. Sono espressioni dell’essere; espressioni soggette unicamente alle leggi della physis. Ci attirano, ma non ci accolgono. Non hanno bisogno di noi. Noi viventi pecchiamo di orgoglio pensando che la physis possa aver bisogno di noi. Pecchiamo di presunzione supponendo che la natura ci ritenga indispensabili al suo funzionamento, tanto da accoglierci. Lo vediamo bene che neppure la terra ci ospita volentieri…

Siamo condannati alla transitorietà e all’inutilità delle apparenze terrene. Siamo condannati al vuoto; al vuoto della mortale dipartita, del non-avere-più-nulla. Davanti a questo vuoto siamo atterriti. Non c’è fine a questa pena. È un orrore non sovradeterminato, né giustificato da niente. È così perché così vuole la natura. L’essere umano è indefinitamente distruttibile: suscettibile di trovarsi illimitatamente scisso da sé.

Questa poesia ci segnala la non-circoscrivibilità e l’interminabilità della limitatezza umana, registrando l’impossibile assegnazione di un qualsivoglia confine alla distruttibilità della vita.

Il sentimento del vuoto è il moto preliminare attraverso il quale si dispiega uno spazio che nemmeno l’immaginazione sarà in grado di popolare.

Questa poesia si pone oltre la soglia del dicibile, in una lingua frantumata, raggelata dal dolore. Fa a pezzi ogni illusione, imponendoci di prendere confidenza con la caducità. Si rivolge a chi sa gettare le ancore nelle acque sconosciute dell’umano e non ne teme l’orrore.

La parola poetica, ci dice Patrizia Garofalo, deve assumere su di sé l’esperienza di una pena senza fine, la pena per un mondo che strapiomba su se stesso, raffrontando alla finitezza il dolore per il vuoto cognitivo della distrazione che si fonda, sempre, su un vuoto di amicizia. Infatti quando ci parla degli esseri umani, non di una stretta di mano ci parla Patrizia Garofalo, ma di un semplice contatto, di un fugace sfioramento. Cioè ci parla di un’assenza di alleanza. Ci indica che là dove tutto è possibile nulla è possibile; là dove tutto è disponibile, nulla è disponibile. Tanto che la luce del più libero lasciar-essere fa tutt’uno con l’ombra più fitta, perché con nulla è ormai possibile instaurare un qualsivoglia rapporto. Tanto che ci vediamo sospinti verso un tempo privo di ordinamento e di valore. Un tempo che impone un incessante commiato.

L’intreccio tra desiderio e angoscia – ovvero tra attesa e rinvio – agisce in questa poesia come centro di gravità e registra che il tempo non è più il tempo del soggetto, bensì ciò che lo estranea da se stesso. Ed è su questo che dobbiamo riflettere.

 

Flavio Ermini


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