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Flavio Ermini, Il moto apparente del sole. Storia dell’infelicità.
Flavio Ermini, direttore di Anterem.
Flavio Ermini, direttore di Anterem. 
25 Marzo 2006
 
 

Una nuova nozione di saggistica si va facendo strada nel panorama letterario italiano ed è segnalata dal volume di Flavio Ermini Il moto apparente del sole (Prefazione di Massimo Donà). Si tratta di una saggistica che affronta e svolge ardui concetti filosofici attraverso le strutture del racconto, attraverso una narrazione vivacissima ed emozionante. Il sapere, sembra dirci l’autore, non è estraneo al piacere letterario; tanto che la conoscenza può andare di pari passo con il fascino di quella particolare attività comunicativa che è il narrare.

Il tema che Ermini affronta ne Il moto apparente del sole (Moretti & Vitali, pagine 304, Euro 20)  è l’infelicità. Ne traccia la storia dialogando con poeti, narratori, pensatori la cui parola in proposito appare decisiva: da Eraclito a Celan, da Dostoevskij a Nietzsche, da Hölderlin a Heidegger, da Leopardi a Zambrano, da Petrarca a Zanzotto.

Attraverso le loro opere Ermini si interroga sulla condizione umana, sperimentando un linguaggio poetico-narrativo che costituisce una delle grandi novità del libro.

Attraverso la godibilità della narrazione il lettore è indotto a seguire il cammino di conoscenza che conduce all’essenza delle cose, in un’originale esperienza di verità.

Ben lo sapevano di nostri antichi padri: in epoca arcaica il sapere era strutturato da storie mitiche o popolari. Ebbene, è possibile tornare a quel lontano gesto narrativo pur tenendo conto del tesoro di esperienze filosofiche e letterarie accumulate fino a oggi dall’umanità? È possibile cogliere ancora una volta la pienezza della vita, pur nella cognizione del dolore?

Ermini risponde affermativamente. Ci indica anzi che è doveroso farlo; perché, come suggerisce Massimo Donà nella premessa, dove la saggistica fallisce (magari per eccesso di razionalità), solo il racconto può proseguirne il cammino per una più profonda conoscenza del reale.

L’infelicità è inevitabile, ci ricorda l’autore. Nasce dall’urto tra il carattere illimitato dei desideri e il carattere finito del bene che ogni essere vivente riesce a procurarsi. Sperimentare il limite significa sperimentare l’infelicità. Apprendere la propria finitezza, scoprire che la nostra vita è un errore prospettico, un tutto che è un nulla. Insomma: è patire.

Ma “dove” si svolge questa narrazione? Chi ne sono i protagonisti?

A questo proposito la struttura del libro è di grande chiarezza. La prima parte è dedicata al paesaggio in cui noi “veramente” viviamo: quello della nostra anima, delle nostre emozioni. La seconda parte è costituita dalle creature che in questo particolare “mondo” personificano il dolore dell’esistere. Le altre due parti descrivono le cose che il paesaggio ospita e le parole che le creature pronunciano.

La parte dedicata alle “parole” costituisce un libro nel libro. Enuclea in versi le tematiche proprie delle altre tre parti. Qui il linguaggio si muove nell’astrazione delle cose assolute con l’intento di coglierle nella loro essenzialità. Questa è la parte più “segreta” del libro. Forse la più difficile. Vi si accede per gradi di conoscenza. Si tratta di una sorta di iniziazione al sapere dell’interiorità. Un viaggio intensissimo, ma non così impervio se a guidarci sarà l’emozione e non la razionalità.

Questo libro sembra infatti indicarci che persino la semplice osservazione del moto apparente del sole può consentirci di incontrare la verità perché nell’apparenza di tale moto – vera e propria metafora del nostro illusorio inoltramento nel ciclo vitale – può essere colta la lacerazione tra l’essere umano e il mondo.


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