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Bruna Spagnuolo: Cina, Olimpiadi e sangue... il Tibet piange e il mondo che fa?
16 Marzo 2008
 

 Il Tibet piange. L’etere attonito ascolta il suo grido e se ne lascia trafiggere… Perché il mondo non sente il lamento che si alza da una terra che è stanca di carni lacerate e di petti squarciati…? Perché la Cina è sorda alle invocazioni di aiuto e agli appelli dei pochi, dei molti e del mondo? La grande Cina ha preparato nozze tra la grandezza secolare e la simbologia di gloria e di civiltà con le Olimpiadi coniugate, ma qualcosa, da qualche parte, stride e si fa entropia ineliminabile e tragica.

La prima Olimpiade (776 a. C.) fu un evento che nessuno avrebbe mai dimenticato, un parametro-baluardo tra il prima e il dopo quell’accadimento, qualcosa che cambiò, in un certo senso, il mondo, tanto che anni ed avvenimenti furono computati e datati a partire dall’anno di quella prima Olimpiade (vedi Timeo ed Eratostene). L’antica Grecia, nella sua bella Olimpia, pensò e mise in atto i Giochi Olimpici in onore di Zeus e li volle grandiosi, indimenticabili e adatti ad onorare la massima divinità allora conosciuta. L’attesa dei quattro anni d’intervallo tra l’una e l’altra di queste gare divenne come un periodo di riflessione, un arco di tempo durante il quale prepararsi ad essere degni di quella manifestazione di livello elevato e di alta ispirazione simbolica.

Le cose stanno ancora così. Ospitare le Olimpiadi è un onore che le potenze mondiali si disputano da tempo immemorabile. La Cina è giunta a tale traguardo non a cuor leggero, non con facilità, non senza attesa, non senza impegno, non senza sofferenza, non senza complessi processi evolutivi, ma… (a livello di rispetto della vita umana) quanta parte ha dedicato nel prepararsi ad essere degna delle Olimpiadi e della loro valenza allegorica?

La Cina, la grande Cina che canto nella pagina web dedicata alla ‘mia Cina’ è la Cina del popolo stoico e tenace, la Cina del popolo detentore di una saggezza millenaria… La ‘mia’ Cina è quella cantata da J. Clavell in Taipan, quella che, ai tempi in cui l’Europa era ancora immersa nella preistoria, conosceva già livelli notevoli di civiltà; quella che, mentre il mondo moriva di scorbuto e di dissenteria beveva già acqua bollita sotto forma di tè; quella che, mentre in Europa si credeva ancora che fosse necessario indossare maglie di lana e cappotti in piena estate (e si sudava a morte e si puzzava non poco, soffrendo fino a schiattare), indossava già ndumenti di seta e alleviava la calura con bagni frequenti. Vorrei che ‘quella’ Cina prendesse il sopravvento e impedisse alla politica di invocare diritti-gioghi disumani e crudeli.

 

Il Tibet era una terra unita e felice governata dal Dalai Lama. L’Esercito di Liberazione della Repubblica Popolare Cinese di Mao Zedong vi giunse e la invase (non tanto in là nel tempo…, soltanto nel 1950) e accampò diritti che fanno pensare alla fiaba di Fedro in cui il lupo, abbeverandosi al fiume, disse all’agnello: “Ti devo mangiare perché mi hai intorbidato l’acqua” e, sentendosi rispondere dall’agnello: “Io sono a valle rispetto a te, come posso averti intorbidato l’acqua? Caso mai è il contrario…”, concluse: “Se non me l’hai intorbidata tu, me l’avrà intorbidata tuo nonno…”. I Cinesi dissero al Tibet che era loro diritto invaderlo, poiché i Mongoli, appartenenti allo stesso popolo, lo avevano già invaso secoli prima. Il Governo Cinese costituì (nel 1956) il Comitato Preparatorio per la Regione Autonoma del Tibet. La cosa parve una concessione quasi generosa, poiché a capo di tale Regione i Cinesi misero il Dalai Lama. Egli, però, dovette accorgersi presto di non avere voce in capitolo: ‘tutti’ gli altri appartenenti al Comitato erano alle dirette dipendenze del Governo Cinese. Una rivolta incontrollabile nata nel Tibet orientale (1957) si estese a Lhasa (1959). La Cina represse nel sangue ogni dissenso. Il Dalai Lama fu convinto dai monaci (che temevano per la sua vita) a lasciare il Tibet. Vestito da soldato (il 17 marzo) abbandonò, con la morte nel cuore, il leggendario luogo (il Palazzo del Norbulingka) delle sagge astrazioni medit/anti/ate-trovate nei pensieri e nei battiti involontari del cuore e si rifugiò in India, ove fondò il ‘Governo del Tibet in esilio’. La Regione Autonoma del Tibet, nota con l’acronimo TAR (Tibet Autonomous Region/in tibetano Bod Rang Sky Ljongsong/in cinese Xîzâng Zìzìqû, Regione dei Tibetani dell’Ovest), ebbe un governatore tibetano, il cui segretario cinese, di etnia han, era in realtà il controllo segreto del Partito Comunista Cinese. La Cina Comunista, con quella che fu chiamata rivoluzione culturale, commise un genocidio (trucidò molto più di un milione di Tibetani), distrusse 6.254 monasteri (con tutte le bellezze e le opere d’arte in essi contenute), schiavizzò in campi di lavoro almeno 100.000 Tibetani, commise veri e propri delitti contro la natura, distruggendo tutte (o quasi) le foreste. Hua Guofeng, salendo al potere, dopo la morte di Mao (1976), capì che procedere come in precedenza in Tibet era controproducente e invitò il Dalai Lama a tornare. Una commissione di monaci fu mandata in Tibet, a verificare la reale possibilità di tale rientro, con il permesso del governo cinese, e capì che far tornare il Dalai Lama sarebbe stato come metterlo in trappola. Deng Xiao Ping, successore di Hua Guofeng, inviò una sua commissione in Tibet e si rese conto delle condizioni disumane in cui versava la popolazione. Decise di imporre meno tasse, di concedere una certa iniziativa privata e la riapertura del Jakong e del Palazzo del Potala. La diminuzione dei divieti di culto permisero la riapertura di alcuni monasteri e funsero, per il governo cinese, come mezzo per richiamare in patria il Dalai Lama e impiegarlo in Cina come funzionario. Il Dalai Lama rifiutò; l’invito fattogli fu ritirato e ogni colloquio fu interrotto. Era il 1983; da allora il popolo tibetano, guidato prevalentemente dai monaci e dalle monache, ha cercato di far giungere a Pekino il suo grido di dolore, per i diritti umani negati. La risposta è stata una repressione senza pietà e il progetto di aver ragione dei circa sei milioni di Tibetani attraverso l’introduzione di una quarantina di milioni di Cinesi di etnia Han. La ferrovia del Qingzang (attiva dal 2006), che ha collegato Lhasa a Pekino, ha reso questo progetto molto più di una mera possibilità, dando il via ad un’immigrazione massiccia che prima era impossibile… Il turismo è permesso, con il supporto di guide cinesi. Le guide tibetane lavorano difficilmente e con molte limitazioni. Il XIV Dalai lama (Tenzin Gyatso), spezzato, come il suo popolo, dalla soverchiante sofferenza e impotenza, non chiede più l’indipendenza e la sovranità del Tibet. Si accontenta di accettare la TAR (Regione Autonoma del Tibet) voluta dalla Cina e di chiedere che vi si riconoscano i diritti umani.

 

Tale richiesta, nel terzo millennio, nell’anno in cui la Cina si appresta ad ospitare le Olimpiadi, è uno schiaffo all’umana decenza, perché è impensabile e incredibile che esistano ancora popoli cui vengano negati i diritti basilari della razza umana. Non è accettabile che una nazione possa ritenere di essere degna di ospitare le Olimpiadi e di avere, contemporaneamente, il ‘diritto’ di negare i diritti altrui. La grande Cina dell’antica saggezza, delle ricchezze d’arte e di storia non può continuare a fare un tale scempio del leggendario Tibet, che è patria della Montagna più alta del mondo e che, con l’Everest, pare essere casa della bellezza e degli dèi…/non può perpetrare tanta ingiustizia contro degli esseri umani e continuare ad essere recidiva…

La regione autonoma Xinjiang, le province cinesi Qinghai e Sichuan, l’India, il Nepal, il Bhutan, lo Yunnan hanno condiviso confini, odori, atmosfere e molto di più con il Tibet, attraverso i secoli. Le etnie cinesi Han e quelle tibetane si sono intrecciate in armoniose convivenze dal tempo dei tempi, insieme a quelle Hui, Monpa e Lhoba, prima dell’invasione cinese; perché la Cina comunista ha dovuto interrompere tale armonia e macchiarsi di delitti efferati?

Io ho molto amato la Cina (la sua storia, la sua vastità, la sua poliedricità, la sua ricchezza di spazi-paesaggi-monumenti, la sua bellezza, la sua seta, la sua arte, il suo artigianato, il suo popolo); ora, però, non posso accettare quanto accade in Tibet (è più di quanto il mio cuore possa sopportare). Non ho potere, non ho voce e non ho nulla da offrire alla Cina, in cambio di una sua inversione di marcia. Se avessi potere e voce, imporrei alla Cina i sogni come legge e la obbligherei a rinunciare a tanto accanimento orribile e ingiustificato. Ha tanto corso e scalpitato, ha tanto frustato i suoi ‘cavalli’ umani dell’economia (non senza altre deroghe ai diritti umani), per diventare una potenza mondiale: perché vuole rovinare tutto, mostrando oltre ogni possibilità di giustificazione il volto disumano di una politica sanguinosa e criminale? Ho chiuso nella memoria i giovani studiosi sterminati (a migliaia) in piazza Tienammen e ho trattenuto il fiato a lungo, per riuscire a calpestare quel selciato abbeverato con il sangue dei corpi tritati delle giovani menti del futuro cinese… Ho fatto appello a tutto il mio amore universale, per riappacificarmi con quella terra che aveva potuto sterminare il vivaio dei suoi rampolli umani e ho, di nuovo, amato la Cina…

Fingo di non sentire e non sapere ciò che si dice dell’uso dei giustiziati smembrati nelle prigioni e addirittura spellati e venduti a qualche nazista criminale reincarnato (perché li inceri e li spacci per ‘sculture’)… e dovrei fingere anche che queste nuove repressioni sanguinose in Tibet non siano reali…? Devo affermare che oltre questo limite il mio amore per la Cina non può proprio andare… e che la continuazione delle stragi in Tibet è la goccia che fa traboccare il vaso… Est modus in rebus, dicevano i Latini… e avevano ragione. Arriva il giorno in cui le usanze barbare vengono allo scoperto e devono cessare; per la Cina quel giorno era ieri, oggi è già tardi per perseverare nella incivile e criminale negazione dei diritti umani.

Il resto del mondo che cosa aspetta a revocare le Olimpiadi? E gli atleti, coloro cui il messaggio della vita sana e giusta (e della pace) è associato, come pensano di accendere e di portare la fiaccola simbolica e di gareggiare in una simile nazione? Meglio sarebbe annullare le Olimpiadi e dare un segno forte a chi, nel mondo, pensa di servire ‘Dio e mammona’ senza rimetterci neppure la faccia e senza perderci investimenti-stima e capitomboli industriali. La Cina sarà pure diventata una potenza, ma se il resto del mondo non le insegna oggi a ridimensionarsi, domani potrebbe estendere il Tibet chissà da dove a dove… È tempo (o, meglio, sarebbe) di porre argini ai soprusi, alle invasioni e ai genocidi (e di farlo senza armi e senza guerre: con la forza civile della condanna morale).

 

Bruna Spagnuolo


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