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Gianfranco Cordì: sinistra, destra e globalizzazione
22 Febbraio 2007
 

Rivoluzione industriale e capitalismo. Agli inizi del XIX Secolo in Inghilterra comincia un fenomeno nuovo: sorge l’industria moderna. Si tratta in realtà di una serie di fenomeni che messi insieme daranno vita alla cosiddetta “Prima Rivoluzione Industriale”.

L’energia termica prende il posto dell’energia idraulica. Il carbone fatto da legna (che serviva per il funzionamento degli altoforni ai fini della produzione del ferro) viene sostituito dal carbon coke.

Si inventano delle macchine operatrici (azionate da motrici a vapore) dapprima nelle filature del cotone e pian piano nelle industrie estrattive e metallurgiche.

Tutto ciò, in una parola, costituisce l’industria per come noi siamo abituati ad immaginarla oggi.

Le nuove macchine del XIX Secolo non nascono però dal nulla. Naturalmente (e sarà Karl Marx in quello stesso secolo a formalizzare la tesi che l’economia costituisce la causa prima di ogni società) l’avvento di queste nuove macchine fu dettato da una circostanza di natura economica che allora fece la sua comparsa nella società: l’espansione del mercato. Occorreva aumentare la produzione per diminuire i costi sempre crescenti. Ma per quale motivo nel XIX Secolo si è registrata una tale crescita dei costi?

Perché nel corso del secolo precedente si era assistito ad un aumento della domanda (sia in quantità che per quanto riguarda la qualità) e ad un intensificarsi del commercio.

Questo condusse ad un ampliamento del mercato. Per cui, l’espansione del mercato richiese l’introduzione appunto di macchine nuove.

Nasce così nel XIX Secolo una figura originale: il “capitalista “: un imprenditore che per mezzo delle Società per Azioni arriva a mettere il capitale su un gradino diverso dal lavoro.

Fino al XIX secolo infatti la fase in cui vive la fabbrica è quella del cosiddetto “capitano d’industria”.

Ovvero la fase in cui un singolo imprenditore mette, per parte sua, nella propria azienda una responsabilità in prima persona, un investimento ed anche una faccia.

È l’epoca dei romanzi di Charles Dickens tanto per intenderci.

Una congiuntura del tutto inedita si verificherà poi proprio alla fine del XIX Secolo. Al “capitano d’industria” si sostituisce il trust.

I personaggi principali della storia adesso sono i “finanzieri”. Honore de Balzac nelle sue opere ritrarrà dunque in maniera molto fedele questo “mondo del denaro”.

Ricapitoliamo. Abbiamo (nel XIX Secolo) macchine di tipo nuovo e un nuovo possessore di esse.

Ovvero, cambiando nella loro essenza le macchine (cioè i mezzi di produzione) sempre più coloro che devono sovrintendere all’ uso di esse non ne sono più i proprietari.

Il proprietario delle macchine è un’altra persona.

Ma dire “un grande sviluppo dei mezzi di produzione e la loro messa in opera da parte dei lavoratori che non ne sono direttamente detentori“ equivale a formulare la definizione classica del capitalismo. Il capitalismo, che in origine era di tipo commerciale, con il XIX Secolo (ma anche un poco prima per la verità) diventa adesso industriale.

Ora, il capitalismo per sua natura è principalmente ricerca del guadagno (con la contropartita del rischio pertinente all’impresa). Con la nascita del capitalismo moderno (dal XIX Secolo in avanti) l’impresa invece non cerca solo una determinata sicurezza (diminuzione del rischio) ma anche, se si tratta di un’azienda molto importante, un determinato potere.

Per concludere possiamo dunque dire che in questo modo si assiste al debutto dell’industria moderna e di un capitalismo di tipo nuovo: dinamico, aggressivo, dominante nella società.

Ma il XIX Secolo (il Secolo del Congresso di Vienna, dell’Italia e della Germania unite, della Comune di Parigi fra le altre cose) è - contropartita di tutto ciò- il periodo storico che vede la nascita del “problema sociale” su scala europea.

Il problema cioè attinente ad una massa di sfruttati, privi di diritti, a volte privi di speranze; popolo di funzionari alle dirette dipendenze dell’industria moderna. E del capitalismo.

È questo il fenomeno nuovo davvero più rilevante a livello dell’esistenza dell’uomo comune che proprio durante il 1800 si presenta sulla scena.

 

Due luoghi. La suddivisione dello spazio occupato dalla politica nei due luoghi chiamati “sinistra” e “destra” risale ad una data storica precisa: il 1700.

Questa partizione infatti è uno dei tanti frutti della Rivoluzione Francese.

Se proprio vogliamo, “sinistra” e “destra” esistevano anche prima del XVIII Secolo; ad esempio all’interno delle dinamiche storiche dello “Stato assoluto “ (del 1600) in cui il monarca - Luigi XIV docet - aveva nelle proprie mani le leve di ogni potere.

In tale situazione la “sinistra” potrebbe essere ravvisata nelle tendenze dette “aristocratiche” cioè in tutte quelle forze presenti nella società che avrebbero voluto una sfera di influenza più larga nelle decisioni politiche per la classe sociale in quel momento emergente, come sola interlocutrice del sovrano, cioè la nobiltà.

Mentre la “destra” la si potrebbe far coincidere con le inclinazioni “realiste” ovvero favorevoli ai più ampi poteri da parte del re.

Ma andare alla ricerca di antecedenti, in casi come quello in questione, si riduce ad una questione semplicemente di genere “terminologico”.

Il fatto davvero nuovo è che la “sinistra” e la “destra” (grazie all’ingresso sulla scena politica di una classe sociale di tipo nuovo, la borghesia) nel XVIII Secolo arrivano a mettersi in evidenza in maniera distinta.

Ma che cosa sono dunque la “sinistra” e la “destra”?

Ai nostri fini prenderemo per buona una definizione molto generale - e molto astratta - relativa a questi due luoghi politici.

Si tratta di quella fornitaci da Norberto Bobbio nel suo volume Destra e sinistra (Donzelli, 1994). In quella sede Bobbio esplicita chiaramente la distinzione tra “sinistra” e “destra”.

Bobbio si richiama infatti al diverso giudizio (positivo o negativo) nei riguardi dell’ideale dell’uguaglianza.

Gli uomini che appartengono alla “sinistra”, dice Bobbio: “Pur non ignorando che gli uomini sono tanto eguali quanto diseguali, apprezzano maggiormente e ritengono più importante per una buona convivenza ciò che li accomuna”. [Corsivo mio] .

Gli uomini di “destra” al contrario sono: “Coloro che, partendo dallo stesso giudizio di fatto [ cioè che gli uomini sono tanto eguali quanto diseguali ] apprezzano e ritengono più importante, per attuare una buona convivenza, la loro diversità”. [Corsivo e frase fra parentesi miei]. Relativamente al principio di uguaglianza fra gli uomini cioè la “sinistra” e la “destra” danno due risposte che stanno agli antipodi.

Per la “sinistra”: gli esseri umani sono, fra di loro, più eguali che diseguali.

Secondo la “destra” vale esattamente il fatto contrario.

Con il XVIII Secolo c’è dunque chi vede gli uomini più uguali che diseguali e chi li vede più diseguali che uguali.

Questa “distinzione” spacca in due metà esatte tutta la sfera della politica.

Durante il 1800 le cose a livello ideale non cambiano, fra la “sinistra“ e la “destra”.

Così la Rivoluzione Industriale inglese e l’avvento del capitalismo trovano l’area destinata alla politica frazionata in due schieramenti.

Ed a seconda del diverso “giudizio” dato sul principio di uguaglianza, nel secolo del nazionalismo e del comunismo, questi due schieramenti porranno in atto politiche di tipo diverso.

Ed ancora, a questo punto dobbiamo proprio ricordarlo, la questione che come ho già è detto viene prepotentemente alla ribalta proprio durante questo periodo è quella “sociale”.

Politiche di “sinistra” a questo riguardo sono quelle che privilegeranno i singoli a scapito del mercato. Politiche di “destra”: quelle che puntano tutto sul mercato mettendo da parte i singoli.

Tale situazione si manterrà immutata fino all’inizio del XX Secolo e, come vedremo, anche oltre.

Ci accorgeremo che varrà la stessa cosa anche ai giorni nostri.

  

I giorni nostri. Oggi (nel 2006) in quale mondo stiamo vivendo?

Quali sono le caratteristiche che contraddistinguono la società contemporanea?

Il XX Secolo ci ha lasciato in eredità due guerre mondiali, la contrapposizione dapprima fra due Superpotenze (USA ed URSS) e poi il predominio di una sola (dopo il 1989: gli USA) ma anche un’industria diventata “multinazionale” ed un capitalismo che si è fatto “globalizzazione”.

Ma cosa significa tutto ciò?

Con la fine del millennio vengono a finire molte altre cose: termina il socialismo (con l’unificazione delle due Germanie e l’evoluzione politica nei paesi dell’ex blocco Sovietico); arrivano al capolinea le ideologie (i due Blocchi si reggevano in virtù di due apparati di pensiero ben determinati e reciprocamente “opposti”: una volta che è venuta meno l’importanza di uno dei due Blocchi anche l’ideologia che sosteneva l’altro è incorsa in una repentina perdita di senso); si estingue la storia (nel senso di quella storia, secondo la dottrina classica, conosciuta scientificamente dal comunismo che oramai non c’è più); tramonta il lavoro (non più erogato dai singoli Stati e dalle politiche di questi ma divenuto un oggetto che il singolo deve “crearsi” volta per volta ) e non basta ancora.

Anthony Giddens in un articolo apparso sulla rivista “Reset“ nell’ormai lontano 1996 ma egualmente di grande attualità (articolo dal titolo Malattia mondiale: i governi non governano) ci informa che: “a questo elenco di «fini» se ne sono aggiunte, di recente, altre due, proclamate ai quattro venti dagli esperti: la fine del governo e la fine della politica”.

Se il panorama attuale è questo, noi ci rendiamo immediatamente conto del motivo per cui quello che Giddens affermava dieci anni fa ci interessa tuttoggi parecchio.

Oggi pare che i governi, infatti, abbiano perduto tutto il loro potere di governare (il sorgere di nuove comunità globali, come Internet, di natura transnazionale richiede, per la regolamentazione di cui esse hanno bisogno, leggi che il governo di un singolo stato non è più in grado di emanare. A tale scopo occorrono regolamenti che scavalchino il concetto di nazione e quindi, anche, di governo).

A questo bisogna aggiungere che i dirigenti (ovvero gli uomini politici di governo) sembrano avere perduto del tutto il proprio potere di dirigere.

Basti pensare per un attimo al fenomeno della globalizzazione (un sistema in cui gli avvenimenti più lontani nello spazio vanno ad influenzare la vita locale): come può oggi un politico far fronte ad un simile effetto-farfalla di dimensioni già planetarie?

L’odierna situazione è dunque costellata da fenomeni nuovissimi.

Globalizzazione, mercati finanziari internazionali (in funzione 24 ore al giorno), multinazionali, nuove tecnologie della comunicazione, nuove elites dirigenziali composte da personale ultracompetente.

Se si cerca una formula unica che racchiuda tutto ciò si può dire questo: il mondo tende ad unirsi ed accorciarsi.

Ma che fine hanno fatto la vecchia industria ed il vecchio capitalismo in tutto questo?

L’industria si è espansa su scala planetaria.

Il capitalismo è diventato l’economia stessa della società.

Ed ancora: la “sinistra” e la “destra”?

La prima continua a manifestare un’attenzione rinnovata verso i singoli e poca o nessuna verso il mercato: gli uomini continuano a rimanere più uguali che diseguali per la “sinistra”.

Per la “destra” invece gli uomini sono ancora più diseguali che uguali.

Per cui oggi la “destra” propone ancora: uno “stato minimo“ e tutto il resto al mercato.

Sono però cambiate molte cose da quel XVIII Secolo in cui “sinistra” e “destra” (sulla base del principio di uguaglianza) avevano per la prima volta stabilito che le rispettive politiche dovessero avere come obiettivi i “singoli” o il “mercato”.

“Sinistra” e “destra”, in se stesse, sono logicamente cambiate molto col passare dei secoli.

Cosa possono dire ancora oggi “Sinistra “ e “destra” alla luce dello scenario globale che ho descritto?

 

La globalizzazione. Il pianeta, nel 2006, appare come un tutto.

Le Nazioni non solamente si mostrano essere l’una accanto all’altra ma sono anche l’una dentro all’altra. Si stanno approssimando ad essere persino l’un l’altra.

In se, la politica sembra avere perso il suo predominio.

Nuove istanze onnicomprensive la stanno via via soppiantando. Le multinazionali si trovano a dover decidere per tutto il bene e per tutto il male.

Il capitalismo è diventato tutto il bene e tutto il male stessi.

Gli uomini ovviamente continuano ad apparire tanto uguali quanto diseguali fra di loro.

A seconda del punto in cui uno si mette ad osservarli, per taluni essi sono più uguali che diseguali, per talaltri essi sono più diseguali che uguali.

Un fatto appare certo: “sinistra” e “destra” resistono ancora tutt’oggi.

Anche se ovviamente hanno mutato molto del loro modo di essere.

Il mondo presente (diretto e regolato da un capitalismo ormai senza freni ed ordinato dal potere delle industrie multinazionali) richiede e desidera una “sinistra” ed una “destra” di quale tipo?

La perspicua attenzione alle problematiche del singolo, io credo, rischia di far perdere di vista tutto quanto l’universale. Ed inoltre, l’accento posto solo sulle dinamiche di mercatopotrà incorrere nel pericolo di far smarrire lo specifico, il particolare.

Come dire, la “sinistra” conoscerà a menadito che cos’è la “giustizia sociale” (ed il Welfare State) ma rischierà di smarrire l’idea del governo di un paese. La “destra” conoscerà ogni segreto della Banca Mondiale ma potrà dimenticarsi di come gli uomini si uniscono all’interno di una democrazia.      

D’altronde per “sinistra” e “destra” la situazione attuale richiederà comunque delle politiche che siano coerenti con la loro storia ed il loro patrimonio ideale.

Forse il rimedio a ciò per entrambe potrebbe essere quello di cercare di non trascurare proprio ciò che hanno la ventura di stare trascurando oggi.

Si tratta di una sfida che ha dimensioni nuove e inaspettate.

Come nuove e inaspettate sono oggi le dimensioni che hanno assunto l’industria globale ed il capitalismo.

Una volta ammesso che il fondamento della diversità fra “sinistra” e “destra” rimane sempre il principio di uguaglianza fra gli uomini, perché non pensare che l’inizio di una riflessione davvero puntuale ed incisiva sull’industria globale ed il capitalismo non possa riuscire a diventare il terreno d’incontro appunto di questo: “ciò che hanno la ventura di stare trascurando oggi?

 

Gianfranco Cordì


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