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Gianfranco Cordì: Poincaré fra esperienza e convenzione
Jules- Henri Poincaré
Jules- Henri Poincaré  
24 Marzo 2007
 
 

Dare una mano è sempre un gesto molto bello. E lo è in almeno due sensi. Innanzi tutto, dare una mano a qualcuno costituisce un gesto che è bello “in sé”; presuppone e fa trasparire disponibilità (o buona disposizione d’animo), altruismo, cortesia. Secondariamente lo possiamo definire “bello” perché esso vuol dire “sollevare qualcuno da una posizione che si presuppone di difficoltà”. Ora, le convenzioni sono quelle cose che ci aiutano nella ricerca della scienza. Le convezioni, cioè, funzionano. Per questo noi le adottiamo e proseguiamo (con e grazie ad esse) la ricerca che stavamo facendo; le convenzioni sono comunque comode. Certe determinate esperienze che noi facciamoci dimostrano che le nostre convenzioni di partenza hanno la proprietà di risultare comode: per questo motivo, da quel momento in avanti, noi le adottiamo per lavorare. Si parte, cioè, sempre dall’esperienza (dal factum brutum) e si ottiene che alcune esperienze ci dimostrano che le convenzioni dalle quali eravamo partiti risultano essere comode. In questo modo, e solo in questo modo, si può aumentare quello che è il “rendimento della scienza”. Tutto questo, Jules- Henri Poincaré (Nancy, 29 aprile 1854 – Parigi, 17 luglio 1912) accerta e stabilisce in questo suo La scienza e l’ipotesi, adesso nella collana “Testi a fronte” della Bompiani (2003). Poincaré, che secondo il Popper di Congetture e confutazioni fu «il maggior matematico, fisico e filosofo della sua generazione», in quest’opera del 1902 constata che dell’ipotesi, «né il matematico né tantomeno lo sperimentale potrebbero farne a meno». Per questo motivo egli si volge ad esaminare, appunto, quello che è il «ruolo dell’ipotesi» giungendo ad accorgersi ed affermare che «non soltanto esso è necessario, ma che è il più delle volte legittimo». Per Poincaré, dunque, il fatto che le ipotesi funzionino è davvero tutto. La sua riflessione, in relazione agli scopi della scienza, è completamente utilitaristica. Poincaré stesso dichiara questo suo costrutto in più occasioni. «Ciò che importa non è sapere cosa sia la forza, ma saperla misurare» dice, ad esempio, ad un certo punto.

Ma per Poincarè non tutta la scienza ha carattere convenzionale. «Ciò che la scienza può attingere non sono le cose in sé, come ritengono i dogmatici ingenui; ma solo le relazioni tra le cose. Al di fuori di tali relazioni non c’è realtà conoscibile».

Quella che è l’oggettività della scienza è ravvisabile solo nella convenzione. Dirà infatti Poincarè che «non vi è scienza se non del generale».

Inoltre: «questa convenzione non è, però del tutto arbitraria; non è frutto di un nostro capriccio; l’adottiamo perché alcune esperienze ci hanno dimostrato che sarà comoda».

Dunque: la scienza va avanti nel suo cammino utilizzando soltanto quelle “ipotesi” che si rivelano via via più “vantaggiose” per essa; scartando tutte le altre.

In questo libro, Poincaré si definisce un «filosofo che [vuole] riflettere sulla fisica»; egli fu, in realtà, essenzialmente un matematico (si contano più di 1.500 sue memorie dedicate a questa scienza). Ma Poincaré fu un matematico che con le sue ricerche riuscì a fare progredire molto anche la meccanica razionale, la fisica e l’astronomia, grazie al metodo che egli aveva – unico e geniale – di applicare l’analisi alle scienze su menzionate.

Assieme alle opere Il valore della scienza ( 906, trad. it. di F. Albergamo rivista da G. Polizzi ed a cura dello stesso Polizzi, La Nuova Italia, 1994) e Scienza e metodo (1909, ed. it. a cura di C. Bartocci, Einaudi, 1997) questo La scienza e l’ipotesi costituisce il baedeker più indicato per avvicinarsi alla totalità del suo pensiero.

 

Gianfranco Cordì


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