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Francesco Pullia. Province: abolirle, mantenerle o rivedere l’intero assetto amministrativo statale? Discutiamone
12 Gennaio 2009
 

Abolire o mantenere così com’è l’istituzione della Provincia? Delle due, né l’una né l’altra. Vediamo perché. Innanzitutto va riconosciuto a Michele Bortoluzzi di avere consentito, grazie alle sue sollecitazioni e al suo appassionato impegno, un dibattito al nostro interno che altrimenti non ci sarebbe mai stato. Preoccupato giustamente dal dissesto amministrativo e dalla pesante ricaduta nel sistema economico (in parole povere, sulle nostre tasche), Michele, e non è il solo, ritiene che l’abolizione delle Province, pur non costituendo di per sé la panacea dei mali che affliggono l’ordinamento statale, possa, comunque, risultare utile perché contribuirebbe ad eliminare una componente inutile e dispendiosa.

Non credo che sbagli ma, nello stesso tempo, non ritengo neanche che abbia pienamente ragione. Cercherò di spiegarmi meglio.

È vero che le Province sono troppe e spesso la loro creazione ha risposto non ad effettive logiche di decentramento e snellimento amministrativo ma, diciamocelo francamente, a criteri spartitori, campanilistici, feudali, lottizzatori, partitocratici.

Si è provveduto cioè ad istituire Province a macchia d’olio, in ambiti territoriali irrisori e risibili senza procurare alcun giovamento al cittadino ma, anzi, gravandolo ulteriormente.

Da novantadue, quante erano nel 1960, sono arrivate nel 2005 a ben centodieci con circa sessantatremila tra dirigenti e impiegati. E non è finita. Non sono pochi, infatti, i comuni in lista di attesa. Tra questi Aversa, Sibari, Melfi, Nola, Sulmona, Avezzano, Bassano del Grappa. Allucinante.

Ci sono Province come Torino che amministrano trecentoquindici comuni e altre come Prato con sette comuni. Province come Roma con quattro milioni di abitanti ed altre, come la sconosciutissima Ogliastra, con capoluogo Tortolì, con diecimila. Vergognoso.

In Sardegna, dopo le nuove quattro Province aggiunte nel 2001, ora ce ne sono otto, una ogni duecentomila abitanti. Pazzesco.

Pensiamo, poi, a quanto costano al contribuente (cioè a noi) centodieci poltrone di presidente della giunta, vicepresidente, presidente dell’assemblea consiliare nonché circa novecentocinquanta da assessore e tremiladuecento da consigliere, per un totale di quasi quattromila e cinquecento e una remunerazione che va dai trentasei euro del gettone di presenza negli enti più piccoli ai 3.705 euro per gli assessori delle realtà medie, fino ai settemila euro per i presidenti delle entità più grandi.

Il costo complessivo è difficile da quantificare perché oltre a Trento e Bolzano, anche la Sicilia si regola per conto suo. Le stime parlano, tuttavia, di stipendi per oltre sessantuno milioni di euro cui vanno aggiunti quelli, particolarmente significativi, di segretari generali, vicesegretari generali, dirigenti.

Dal 2000 al 2004, secondo i dati dell’Upi (Unione Province Italiane), le uscite hanno subito un balzo del 66,1%.

Da questo punto di vista, quindi, chi vuole l’abolizione delle Province ha ragione da vendere.

Le cose, però, non sono così semplici.

 

Vediamo, dunque, l’altra faccia della medaglia.

È vero, infatti, che nei bilanci di questi enti locali si ritrovano spese per servizi fondamentali. Tanto per citarne alcuni, lo scorso anno sono stati dedicati alla viabilità, ai trasporti, alla tutela del territorio ed alla protezione dell’ambiente il 42,2% dei bilanci, più di quattro miliardi di euro.

Per la formazione e l’istruzione dei giovani e per l’edilizia scolastica sono stati investiti oltre due miliardi di euro.

Quasi due miliardi di euro sono stati destinati allo sviluppo dei territori, con aiuti alle industrie e alle piccole e medie imprese, sostegni all’imprenditoria giovanile e femminile, promozione della ricerca e della diffusione delle energie alternative e delle fonti rinnovabili.

Altri cinquecento milioni di euro sono stati impegnati per la promozione della cultura, del turismo e dello sport e per i servizi sociali.

Nel corso del tempo le Province hanno assunto un ruolo particolare, delicato, faticosamente ritagliato come ente intermedio e insopprimibile, con deleghe precise trasferite dalle Regioni che vanno dalla formazione professionale (con i centri per l’impiego) alla valorizzazione e tutela dell’ambiente e dei beni culturali.

È giusto, allora, prevederne tout court l’abolizione o forse non sarebbe meglio ridimensionarne il numero ed evitarne lo sconsiderato aumento provvedendo, nel contempo, ad avviare con decisione un riordinamento strutturale dell’intero assetto amministrativo territoriale, ormai improcrastinabile?

E, ancora, perché, ad esempio, in questo contesto non riflettere sul fallimento o, comunque, sulle incongruenze delle Regioni, espressioni di un’errata concezione del federalismo, sull’inutilità, questa sì, delle prefetture e della miriade di organismi, agenzie, ATO (ben duecentoventidue), consorzi di bonifica (centonovantuno), bacini imbriferi (sessantatre), ATER, vale a dire le Aziende Territoriali per l’Edilizia Residenziale, vari enti di secondo grado proliferati al di fuori dei livelli di governo individuati dal titolo V della Costituzione e con l’effetto di disgregare il controllo organico del territorio?

Si semplificherebbero procedure amministrative risparmiando senz'altro molto più di quanto comporterebbe l'abolizione delle Province.

È probabile che sia vero quanto affermato da Cesare Salvi e Massimo Villone nel loro libro sui costi della politica, e cioè che «la Provincia è l’anello debole del sistema del governo locale». Tuttavia, bisogna andare più a fondo e ripensare, e presto, l’intero sistema anche per evitare di cavalcare l’onda di populismi e facili mode senza, poi, sortire positivi effetti concreti.

 

Francesco Pullia

(da Notizie radicali, 12 gennaio 2009)


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