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Antonella Martinelli, Vincenzo Samà: “L’edera”. 2ª parte - 'Giornate particolari' 2004-2006 
Progetto Liceo "B. Russel" - "San Vittore" Milano
14 Luglio 2008
 

Presso la biblioteca del “Russell” è depositato un libretto ciclostilato che ogni anno “cresce”. Sul frontespizio si legge Una giornata particolare, L’edera. Durante una visita, negli scorsi anni, a San Vittore, spuntava da uno dei cortili esterni, e si infiltrava nelle inferiate del carcere, un ramoscello d’edera. Ci è parso essere, questo minuto e coraggioso ramoscello, il simbolo di quanto stava accadendo nei cuori, negli animi, e nelle menti di chi si trovava lì in quel momento: carcerati, docenti, agenti di Polizia Penitenziaria e studenti. Il simbolo di un “ponte” tra “il fuori” ed “il dentro”. Il simbolo del dialogo e del confronto. Del rispetto e dell’accoglienza. Così si è deciso che i ragazzi facessero una relazione annuale sull’esperienza vissuta in carcere. Ogni anno dunque il nostro libretto viene ristampato con le nuove note dei ragazzi. Cresce, dunque, il libretto, ogni anno. Come la vita, la solidarietà, la spontaneità e la voglia di maturare dei ragazzi. Il libretto è a cura della sottoscritta e del prof. Samà. (Antonella Martinelli)

 

Di seguito una nota che ci è pervenuta a settembre 2007 da un allievo del Liceo Scientifico “B. Russell”, Francesco Cavarretta, che aveva partecipato alla visita in carcere nell’anno scolastico precedente e le pagine di Una giornata particolare. L’edera.

 

 

Buoni o cattivi/non è la fine”

(da “Buoni o cattivi”, in Buoni o cattivi, Vasco Rossi, 2004)

 

Si sa che i cantanti spesso riescono a esprimere in due parole concetti molto profondi. Quante generazioni sono rimaste incantate, estasiate, palpitanti nell’ascoltare alcune canzoni, che hanno suscitato a seconda del contesto e della personale predisposizione determinate sensazioni, immagini… Certo l’ausilio della musica è fondamentale per permettere all’ascoltatore di recepire a pieno messaggi la cui comprensione, in condizioni normali, non è così immediata.

Mi viene in mente un altro esempio. Negli ultimi anni si è assistito alla rivalutazione di un’opera, si dice, comunque sempre attuale: la Divina Commedia. Oggi va di moda andare ad ascoltare i canti della Divina recitati da Benigni, pur essendo questo un periodo in cui di “divino” (in senso religioso) ci sono solo le guerre. Perché? Non sono di certo la sintassi arcaica o i contenuti uti apparent di quest’opera che spingono le persone a giungere così numerose in teatro. È il “teatro”, concepito attraverso la recitazione, invece, che attira, incuriosisce, predispone le persone all’ascolto, le cattura e le affascina ed infine lascia un segno, una sensazione. Quando Benigni legge quei celebri versi, respira, cambia tono, assottiglia la voce, rallenta, poi riprende impetuoso, sorride, contrae il viso, gesticola ampiamente o si assottiglia lungo la sua figura (così esile). Ecco, quando ricrea quel pathos, di cui parlavano già i greci più di duemila anni fa, riesce a trasferire alla platea tutta la sua passione e con essa gli autentici contenuti di quella scrittura, che vanno così a depositarsi nel profondo irrazionale. Sublime, per dirla alla Burke.

Quando la mia classe è entrata in “San Vittore” è stato come calarsi nella canzone emozionante o come ascoltare la Divina Commedia, però recitata. È il contesto che fa la differenza.

Diverse volte capita, a scuola, di parlare di problemi sociali, di solito durante le lezioni di Storia o di Lettere o di Filosofia. Ma nella maggior parte dei casi si tratta di parole scialbe, distaccate. Si parla della determinata cosa in termini scientifici. La si sviscera e la si analizza e al massimo ne si studia l’interpretazione razionale elaborata da qualche personaggio storico, autore, pensatore.

In un periodo come questo, in cui la scuola fa tanto discutere sui giornali e in televisione, in cui capita che gli studenti, così come alcuni insegnanti, siano protagonisti di scempi, atti vandalici o poco morali, secondo me iniziative come quella della “visita didattica a San Vittore” possono sembrare, forse a prima vista, una pubblicità un po’ ambigua, che fa discutere. Ma a un’analisi attenta sono in realtà quasi un motivo di vanto per l’istituto che le promuove.

Si dice che la scuola non deve insegnare solo la cultura ma anche la vita, che i docenti devono vigilare sui propri studenti: secondo me fra le esperienze più significative nell’ambito educativo che può sperimentare un ragazzo, sicuramente rientra anche l’esperienza in carcere.

San Vittore” insegna. Insegna che la vita non è quella della famiglia del “Mulino Bianco” e che al di fuori delle istituzioni classiche che si prendono cura dell‘educazione di un ragazzo (purtroppo alle volte anche all’interno), come la famiglia, la scuola, la squadra di calcio o l’oratorio, esiste anche un mondo meno perfetto. Fatto di cattive azioni, brutte situazioni, errori. E che quel mondo è vicinissimo al nostro, addirittura all’interno della nostra città. Che è facile sbagliare, ma che comunque esiste sempre la possibilità di recuperare qualcosa. Un’esistenza dignitosa, ad esempio.

Poi ognuno si fa la propria idea. Ed io credo che l’attività a “San Vittore” non sia stata organizzata e pensata come monito sociale discriminante nei confronti di persone che si sono macchiate in passato di orribili delitti. Anzi, affatto. O almeno questa è stata la mia impressione.

Io penso che l’anima di questa esperienza sia stata la concretezza. La concretezza di una persona che ti sta di fronte e ti parla della sua vita attuale, che cerca di rigenerarsi, ma che non dimentica i propri errori. Che riesce a suscitare le lacrime di alcune ragazze, magari un po’ più sensibili. E che ti lascia intendere che «Buoni o Cattivi / non è la fine».

 

Francesco Cavarretta (IVB “Russell” 2007-2008)

 

 

 

UNA GIORNATA PARTICOLARE

A.S. 2004/2005

 

Tracce dell’esperienza vissuta durante l’incontro nel marzo del 2005 all’interno della Casa Circondariale di Milano “San Vittore” tra gli studenti delle classi III/A e V/A del Liceo Scientifico “B. Russell” e alcuni detenuti di “San Vittore”.

 

 

Martedì 15 marzo ci siamo recati in visita alla Casa Circondariale di Milano “San Vittore”. Molte sono state le lezioni di preparazione prima di avvicinarci a questa esperienza e molti sono stati i momenti in cui una marea di emozioni ci ha investito in previsione di ciò che avremmo vissuto. Avevamo paura di una realtà estranea e del possibile dialogo con persone etichettate come colpevoli, ma eravamo fiduciosi; tutto questo si può leggere anche nelle parole del nostro compagno Andrea.

«Inizialmente ci siamo sentiti un po’ spaesati, infatti, camminavamo tutti uniti, in gruppo, e ci guardavamo molto attorno. In ogni modo se siamo venuti qui è perché non vogliamo farci influenzare dai giudizi della società, che vi lascia un po’ nel mistero: noi non sappiamo com'è un carcere, come si vive qui dentro o come siete voi. Abbiamo avuto la fortuna di avere la possibilità di conoscervi personalmente, di vedere com'è la vita in un carcere e siamo arrivati qui con il sentimento di chi vuole incontrare l'altro. Magari le nostre idee o la nostra esperienza non potranno fare molto, ma credo che questo possa considerarsi un buon inizio».

Queste parole Andrea le ha dette durante l'incontro e il dialogo con un gruppo di detenuti che frequentano la scuola media in carcere. Superato l'iniziale timore, si è creato un clima disteso: noi curiosi di saperne sempre di più sulla loro condizione, e loro ben felici di mostrarci ciò che erano i loro sentimenti, la loro vita, le loro speranze.

Diversamente da quello che si può pensare, ci è stato detto che la situazione del carcere è quella di una grande famiglia, dove la pazienza e la tolleranza sono i valori principali appresi e attuati. È nelle piccole cose come farsi la barba o lavarsi che si mettono in pratica questi valori per far sì che la convivenza forzata non sia ulteriormente aggravata dal clima di tensione tipico della vita in prigione. Possiamo vedere tutto questo anche in aspetti più importanti, come ad esempio nella fede: infatti, abbiamo percepito una grande tolleranza religiosa e un generale rispetto nei confronti del credo praticato verso altre religioni diverse da quella cattolica. Per alcuni aspetti in carcere regna un clima di solidarietà, come ad esempio avviene nelle celle dove si condividono le risorse: ci sono detenuti che, avendo la possibilità di fare approvvigionamenti alimentari attraverso i colloqui con i parenti o facendo la spesa, condividono con gli altri questa loro condizione. Nella maggior parte dei casi, là dove è possibile, i detenuti non consumano i pasti distribuiti, anche se la “casanza”, oltre al vitto normale, prevede una dieta in bianco, quella semiliquida e di recente quella per gli islamici. Nonostante ciò i detenuti amano preparare i loro pasti in cella ricorrendo ad una spesa extra per procurarsi gli alimenti necessari.

Ci hanno poi parlato dei problemi strutturali riguardanti il carcere. Il problema principale è quello del sovraffollamento che, oltre ad incidere sulla condizione della vita in cella, incide anche sull'organizzazione della scuola.

L’arrivo quotidiano di persone arrestate, rinchiuse a San Vittore in attesa del processo, determina, per l’eccesso di presenze, la necessità di operare sfollamenti. Il continuo trasferimento di detenuti fa sì che nella scuola ci sia un avvicendamento forzato che non permette così di compiere un percorso didattico completo; nonostante questo la scuola rappresenta un momento significativo per i detenuti.

Dopo queste domande riguardanti l’aspetto strutturale e più oggettivo del carcere abbiamo rivolto quesiti soggettivi riguardanti la loro visione della prigione, i loro sentimenti e i loro pensieri. Molti detenuti hanno affermato che il carcere può aiutare a cambiare, anche se tutto è legato quasi esclusivamente alla volontà di ciascuno. In parte dipende anche dal tempo che si passa in carcere, ma soprattutto dalla consapevolezza del soggetto, dalla percezione dell'equità della pena e dal desiderio di uscire dal circolo vizioso che si è innescato. Anche la società svolge un ruolo importante nella riabilitazione e nel reinserimento del detenuto: se ci fosse l'aiuto delle persone fuori, se la vicinanza e il sostegno della comunità superassero l'indifferenza e il disprezzo, il reinserimento del detenuto sarebbe molto più semplice e la sua rabbia per la carcerazione diminuirebbe. Purtroppo però spesso non è così, come abbiamo potuto intuire dalle loro parole: infatti, nonostante la pena sia stata scontata e il ravvedimento sia avvenuto, in una società in cui uno sbaglio conta più di mille opere buone, quell'unico errore che compare sulla fedina penale li segna a vita e rende quasi impossibile il reinserimento nella società dopo la detenzione.

Abbiamo parlato poi di come è vissuto il tempo in carcere e loro ci hanno detto che si attuano diversi modi per impegnare il tempo e per non pensare alla carcerazione. Il principale è quello di dormire, visto dai detenuti come un modo per non pensare e per liberarsi, almeno per un po', dai propri problemi. La loro visione del carcere può essere paragonata ad una madre che costringe il figlio a non uscire, anche se la prigione assume una connotazione mille volte più punitiva.

Successivamente gli ospiti di San Vittore ci hanno assicurato che, come noi, anche loro hanno avuto e continuano ad avere sogni e progetti, quali ad esempio il lavoro. Ciò è visibile anche nelle attività lavorative che si svolgono all’interno. Abbiamo potuto visitare alcuni dei laboratori dove i detenuti, a seguito di un periodo di formazione, sono poi assunti per svolgere attività lavorative; in questa significativa esperienza, però, è coinvolto un esiguo numero di detenuti.

Infine abbiamo chiesto loro quali fossero gli insegnamenti che potevano darci. Ci hanno detto di stare attenti e che “certe cose” possono succedere a tutti, non dobbiamo pensare di essere immuni; che la libertà è una delle cose più importanti, anche se, e sono parole testuali di un detenuto, “chi la galera non prova, non apprezza la libertà”. Ci hanno detto di rigare dritto suggerendo che “se nella vita capitano problemi, questi vanno risolti senza creare danni”, di votare per quelli che vogliono fare qualcosa di giusto cercando anche di rendere migliore la giustizia, di imparare ad apprezzare le piccole cose che magari possiamo dare per scontate ma che sono le più importanti.

Durante la nostra conversazione con i detenuti, anche loro ci hanno rivolto delle domande che riguardavano in gran parte la nostra visione della realtà carceraria, come ad esempio cosa vuol dire per noi detenuto, la nostra reazione e quella dei genitori all'eventualità di questa esperienza o cosa abbiamo provato a contatto con questa realtà a noi estranea.

Oltre a quanto già detto, possiamo esprimere il nostro concetto di detenuto adottando l'espressione del prof. Barbata: “Carcerato uguale sfortunato”.

È emerso, inoltre, che in carcere il 65% circa sono stranieri. A giustificazione di questo è stato affermato che molti stranieri sono dovuti scappare dal loro paese e, venendo in Italia, si sono trovati di fronte al problema della lingua, della clandestinità e della mancanza di legami; problemi che spesso sono alla base dei loro crimini. Al momento dei saluti coi detenuti c'è stata la prova di quanto utile sia stata questa esperienza: appena entrati facevamo quasi fatica a sederci vicino a loro, uscendo ci siamo salutati tutti con strette di mano, a dimostrazione che il timore era passato perché ci siamo resi conto che non sono altro che persone come noi anche se hanno commesso degli errori.

Usciti dal carcere ci siamo riuniti per parlare delle nostre impressioni e abbiamo convenuto all'unanimità che è stata un'esperienza forte, bella, importante, che ha aiutato tutti noi a superare i pregiudizi, a crescere interiormente e a porci in modo più disponibile verso il prossimo.

Alla domanda: «Qual è l’espressione che vi è rimasta più viva nella vostra mente?», nessuno di noi ha avuto dubbi, è quella di un corsista che, nel tentativo di esprimere sinteticamente le tensioni che attraversano la mente di ogni detenuto rispetto al passato, ai ricordi, alla solitudine e soprattutto al futuro, ha detto:

 

«Quando cessa il rumore delle chiavi

e si sente il rimbombo del pensiero

ti arriva una valanga di ricordi

e ti perdi in una nebbia di speranze»

 

Gli allievi di III A e V A

del liceo Scientifico “B. Russell”
a.s. 2004-2005

 

 

 

UNA GIORNATA PARTICOLARE

A.S. 2005/2006

 

Tracce dell’esperienza vissuta durante l’incontro del 14 marzo 2006 all’interno della Casa Circondariale di Milano “San Vittore” tra gli studenti delle classi V/A, V/B e per la IV/A Tania Ensabella e Antonio Ferrara, del Liceo Scientifico “B. Russell” e alcuni detenuti di “San Vittore”.

 

 


Quest’anno l’insegnante di religione, la professoressa Antonella Martinelli, ci ha proposto di vivere un’esperienza nuova, diversa da quelle che di solito vengono proposte agli studenti: una visita all’interno del carcere di San Vittore con la possibilità di incontrare alcuni detenuti ospiti.

Dopo i primi istanti di imbarazzo ci rendiamo subito conto che quella che ci viene offerta è una possibilità unica, in quanto non si tratta della visita ad una mostra, dove ammirare degli oggetti, ma di un dialogo e di un confronto con persone la cui voce ci giunge generalmente filtrata dai mezzi di informazione. Accettiamo di buon grado e iniziamo con entusiasmo a prepararci, per diversi mesi, a questo incontro.

Finalmente arriva il giorno stabilito. Alle 9,00 siamo già davanti all’ingresso del carcere, accompagnati anche dal prof. Bernardo Barbata, e troviamo ad accoglierci il prof. Vincenzo Samà, uno dei dodici docenti che sono impegnati a fare scuola all'interno di San Vittore dove si svolgono corsi di Alfabetizzazione e corsi di scuola Media. All’interno del carcere è lui il nostro punto di riferimento e ci accompagnerà per tutta la mattinata.

Completiamo le ultime formalità per l’ingresso, quali il deposito di documenti e cellulari ed il passaggio sotto il metal detector. L’atmosfera, tra noi, non è quella di una qualsiasi giornata lontana dai banchi, sembriamo tutti più seri, e l’emozione inizia a farsi sentire. All’assistente di Polizia Penitenziaria signor Vincenzo De Risi, che ci ha guidato in queste prime operazioni, si aggiunge anche l’ispettrice dottoressa Stefania Conte. Essi ci guideranno in tutto il percorso con una professionalità ed una gentilezza insostituibili. Dopo una presentazione generale del carcere, finalmente la visita ha inizio.

Percorriamo un lungo corridoio alla fine del quale giungiamo alla cosiddetta rotonda, dalla quale si diramano sei raggi che costituiscono i Reparti della struttura. Da qui arriviamo al call center del 1254, il servizio Telecom che fornisce i recapiti degli utenti, dove alcuni detenuti lavorano come centralinisti; qui abbiamo la possibilità di parlare a tu per tu con i detenuti lavoratori Pino e Francesco, che da subito riescono a farci sentire a nostro agio. La prima domanda che poniamo è cosa abbia dato loro di positivo il carcere, anche se ci rendiamo conto di essere un po’ provocatori.

È Pino che risponde per primo, dicendo di ritenersi fortunato per il fatto di avere la possibilità di rendersi utile, rispondendo alle richieste degli utenti in cerca di qualche indirizzo. Qui inserisce quello che può sembrare un paradosso, e cioè che spesso alcuni chiamano solo per parlare con qualcuno: una volta con la scusa di chiedere un indirizzo, una persona gli ha raccontato tutta la propria vita. Quindi se dal carcere si sente il bisogno di comunicare con l’esterno non è detto che fuori non si sia soli, anzi.

Anche Francesco sottolinea come la possibilità di comunicare sia importante.

Per Pino, un aspetto triste della vita in carcere, specialmente in certi Reparti, è vedere molti giovani distrutti dalla droga, confusi, poco scolarizzati e che non sanno nemmeno cosa sia un computer.

A questo punto l’agente di Polizia Penitenziaria pone una domanda che può sembrare sciocca, ma la risposta di Pino ci fa capire come in realtà non lo sia. Infatti alla domanda: “Cosa bisogna fare per non finire in carcere?” la risposta è che non basta il generico “comportarsi bene”, ma è importantissimo comunicare nella giusta maniera. Egli sostiene a questo proposito che l’ergastolo l’ha preso a tredici anni, quando ha iniziato a rifiutare l’educazione impartitagli dai genitori e il dialogo con gli stessi, e che ora può solo portare la sua testimonianza a noi - e qui gli si incrina impercettibilmente la voce - che siamo il futuro e che siamo lì, davanti a lui. La prof. Martinelli sottolineerà poi, più volte, come questa sia stata una testimonianza umana molto coraggiosa. Dopo aver calorosamente salutato e ringraziato andiamo a vedere una cella, avendo anche la possibilità di entrarvi, a turno naturalmente. Notiamo subito come chi la occupa riesca nonostante tutto a personalizzare l’angusto spazio rendendolo il più accogliente possibile. È il momento delle domande all’Assistente e all’Ispettore, e la prima riguarda la privacy dei detenuti. Ci vengono mostrati gli spioncini sulla porta e sul muro che devono servire a controllare a vista i detenuti in qualsiasi momento. Per quanto riguarda la posta, ci spiegano come ogni carcerato possa scegliere di far ispezionare o meno la propria corrispondenza. Se il consenso non viene dato, gli agenti sono autorizzati a trattenere per accertamenti solo ciò che ritengono possa essere sospetto.

Cambiando argomento, chiediamo se si verificano risse o cose simili tra i detenuti e quali possono essere le conseguenze. La risposta è pronta “Sono fenomeni che capitano, naturalmente, e comportano dei provvedimenti disciplinari di ordine amministrativo, quali la mancata attribuzione dei 45 giorni di sconto della pena per ogni semestre di buona condotta; nei casi più gravi si può ricorrere all’isolamento o ad altre misure egualmente restrittive.

Passando ancora dalla rotonda ci rechiamo in fondo al Terzo Reparto, dove ci aspettano i corsisti della Scuola Media del CTP “Cavalieri”. Entriamo in classe, salutiamo i presenti e ci sediamo nei banchi della scuola. Il prof. Samà fa una breve presentazione, sottolineando come un aspetto fondamentale della detenzione debba essere quello di fornire la possibilità di reintegrarsi nella società. Quando iniziamo a fare le nostre domande il dialogo procede più speditamente. Le domande che vorremmo fare sono tante e ogni detenuto ci tiene a dare la propria risposta. Iniziamo col chiedere quali siano i momenti di serenità nella vita di un carcerato. Più o meno tutti concordano nel sostenere che sono i colloqui e tutti quegli eventi organizzati di tanto in tanto, quali partite, concerti ecc.

Il prof. Samà prende la parola per dire che i detenuti cercano di alleggerire il quotidiano ricorrendo anche all’ironia. Ci racconta che spesso tra loro si divertono “a montare e smontare le biciclette”, cioè a raccontare delle bugie colossali ai loro compagni, in maniera tale che siano del tutto credibili, salvo poi riderci sopra quando queste vanno a segno.

Se questo è ciò che c’è di bello, cosa manca in carcere? Dalle risposte possiamo mettere al primo posto la famiglia e gli amici, poi la libertà e, a seguire, tutto il resto. Visto che si è parlato di amici chiediamo se è vero che in carcere nascono delle amicizie solidissime. Tutti concordano, sostenendo che si tratta di amicizie durature.

Chiediamo qual è la prima cosa che si fa quando arriva un nuovo detenuto e gli ospiti rispondono che, dopo la visita in infermeria, i compagni di cella tentano di fare sentire il nuovo giunto, per quanto possibile, a proprio agio: preparano un caffè, lo aiutano a sistemarsi… anche se si appartiene a religioni diverse? Naturalmente, anzi, si può dire che il carcere sia il primo luogo in cui è realizzata la massima integrazione, in quanto, secondo molti, la religione è una forza fondamentale, coesiva, non ghettizzante e di conforto intimo. L’ultima domanda è quella che genera più risposte: alla frase “Vi sentite puniti?” c’è chi sostiene “Troppo”, chi dice che il cambiamento è un fatto puramente interiore e personale, chi sostiene che chi sbaglia paga, chi dice che anche se sono lì non sono cannibali.

Il breve ma intenso confronto con i corsisti ci lascia in preda a una serie di interrogativi che spontaneamente affollano la nostra mente. Salutiamo i presenti e ci avviamo lungo un corridoio stretto che ci porta verso i locali dove opera una cooperativa sociale. Qui i detenuti, dopo un corso di formazione, sono impegnati a riparare componenti informatici per conto di una ditta esterna. La cooperativa, presente anche nel carcere di Bollate, offre la possibilità ad alcuni ex detenuti di continuare a lavorare anche all’esterno.

A raccontarci queste cose è il signor Massimo il quale ci tiene a sottolineare che non si occupano solo di computers, infatti recentemente hanno messo in scena anche un’opera teatrale. A Massimo chiediamo qual è la prima cosa che pensa quando si sveglia alla mattina. La risposta è che fortunatamente San Vittore è un carcere “atipico” nel senso che offre moltissime possibilità per occupare il tempo. Quindi non si sente la solitudine? Non del tutto, anche se spesso mi accorgo di trovarmi in una “solitudine affollata”.

A questo punto chiediamo se in carcere ci si sente liberati dal peso delle proprie responsabilità. «Certo» risponde Massimo. «Già il fatto di essere reclusi dovrebbe servire ad acquisire la consapevolezza per sentirsi liberati ma ciò può maturare solo con il tempo».

Alcuni sostengono di non avere colpe, in quanto hanno agito così in mancanza di un’alternativa? «A volte, per una serie di motivi sociali e culturali in senso lato, alcune persone non hanno effettivamente molte chance».

Visto il clima preelettorale chiediamo se ad un detenuto è concesso di votare; «Basta non avere interdizioni specifiche» è la sintetica risposta. Alle nostre domande sulla scuola, Massimo ci spiega che i detenuti possono studiare, infatti alcuni si sono laureati in carcere.

È ancora l’Assistente di Polizia Penitenziaria a porre una domanda, ma questa volta alla nostra insegnante: «Non ha mai pensato di portare i ragazzi in qualche altro carcere come quello di Opera?» Lei risponde che si rivolge alla Dirigenza che maggiormente accoglie e sostiene gli incontri tra l’esterno e la realtà carceraria e aggiunge che, potendo scegliere, sarebbe più indirizzata a portare i propri allievi ad incontrare i ragazzi reclusi presso il Beccaria.

Lungo la strada dell’uscita dal carcere passiamo dalla Sezione Femminile dove visitiamo il laboratorio di sartoria. Qui ci aspetta la signora Paola, responsabile per le detenute che lavorano con la cooperativa Alice. La prima cosa che ci tiene a dire riguarda l’attività di sartoria teatrale. «Qui prepariamo costumi teatrali che poi sono utilizzati addirittura dalla Scala di Milano per le opere».

Appena Paola ha finito di illustrare le attività promosse dalla cooperativa, che oltre ad attivare corsi professionali promuove il reinserimento attraverso un laboratorio all’esterno, la nostra prima domanda è stata sul rapporto genitori figli in carcere e più precisamente sulle problematiche legate alla maternità. Paola spiega che ci sono due possibilità per le madri detenute: tenere con sé il figlio fino ai 3 anni di età oppure, avendone la possibilità, affidarlo a qualcuno all’esterno del carcere, per esempio i nonni, i parenti o una struttura assistenziale. E qui la signora Paola si sofferma a riflettere su quella che è la sofferenza di dover rinunciare, prima o poi, ad un affetto così importante come quello per i figli; fra l’altro dopo il terzo anno di età i bambini non possono più restare all’interno del carcere.

Abbiamo la conferma che avere un lavoro all’interno del carcere è una fortuna enorme, che consente di occupare proficuamente il tempo. Molto più tecnica è la risposta alla domanda sull’ergastolo: nella risposta viene fatto un riferimento alla legge Gozzini, che prevede la condizionale dopo 26 anni di detenzione, successivi alla condanna per ergastolo. Ad una precisa domanda sul senso del perdono per le persone che hanno commesso dei reati, la signora Paola risponde che il sentimento principale deve essere quello dell’accettazione delle proprie responsabilità e non quello della ricerca del perdono. Passiamo poi ad una conversazione su argomenti più “femminili” per scoprire che l’8 marzo si tengono delle sfilate con stilisti e modelle esterni, che esiste un parrucchiere interno, che le detenute tendono a personalizzare le proprie celle. Alla fine di questa significativa conversazione, salutiamo Paola e ci avviamo verso l’uscita.

Alcuni di noi chiedono alle nostre guide qual è la procedura per diventare volontari all’interno del carcere. Beh, se i primi pensieri appena usciti sono questi, vuol dire che l’esperienza ci ha veramente dato qualcosa, e cogliamo ancora una volta l’occasione per ringraziare quanti sono stati citati nel ricordo di questa giornata per la loro squisita umanità.

 

Gli allievi di V A, VB

e Tania Ensabella e Antonio Ferrara di IVA

del Liceo Scientifico B. Russell - a.s. 2005/2006

 

(2 – continua...)


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