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«Troppi veti e pizzini sui sottosegretari. PD e PDL la smettano» 
Intervista a Emma Bonino di Marina Nemeth, per Il Piccolo
22 Novembre 2011
 

«Dopo il no a ministri politici del governo Monti, il Pdl e il Pd tacciano su vice ministri e sottosegretari». La leader radicale Emma Bonino, ancora una volta bacchetta la “partitocrazia”. Stigmatizza, dai microfoni di Radio Radicale «biglietti e pizzini», «veti contrapposti e interferenze» sui nomi dei personaggi che dovranno affiancare l'esecutivo e che circolano in questi giorni sui giornali. Metodi da «vecchia politica», dice. Augurandosi poi che Monti abbia «filtri possenti» e riesca «ad arginare una coazione a ripetere che va arginata». Affermazioni che forse colpiranno il Professore, anche per i comuni trascorsi europei con la vice presidente del Senato (tutti ricordano il valzer che i due ballarono insieme mentre Solana cantava Cielito Lindo in occasione del compleanno di Emma). Oggi però non è più tempo d valzer. La gravità della situazione politica, aveva affermato qualche giorno fa la Bonino nel suo intervento sulla fiducia a Palazzo Madama, «Avrebbe dovuto spingere i partiti ad assumere direttamente impegni di governo». Così però non è stato. Un «segno di debolezza», che a suo giudizio rende ancor più «stravagante e poco responsabile» l'atteggiamento delle ultime ore. «Chi aveva qualcosa da dire» sottolinea «avrebbe fatto bene a farlo all'interno del Consiglio dei Ministri. Ma nessuno ha voluto metterci la faccia per le lacerazioni fra Pdl e Pd. Mentre ora si può gestire insieme la partita fra viceministri e sottosegretari».

 

– Quindi l'auspicata luna di miele fra tecnici e parlamentari durerà poco?

Il governo Monti presenta sicuramente una situazione confortante, basta pensare che giovedì scorso eravamo sull'orlo di un abisso. Questo denota che abbiamo una classe politica che sa far di necessità virtù. Ma trovo allo stesso tempo preoccupante che nessuno dei miei colleghi abbia voluto metterci la faccia, per tenersi la mani libere, e poi si sia scatenata la guerra per i sotto poteri, e ognuno di loro si spreca con interviste ogni giorno per dire a Monti cosa deve o non deve fare. Come ho dichiarato in aula noi radicali siamo dell'opinione che la gravità della crisi politica, istituzionale ed economica del Paese avrebbe dovuto spingere i partiti ad assumere direttamente impegni di governo. Dopo questo apparente beau geste, adesso tutti si mettono ad interferire.

 

– I vecchi riti della partitocrazia sono duri a morire, anche nei momenti di emergenza quali quelli che sta vivendo il nostro Paese?

Sì, anche nei momenti dove l'intero sistema dovrebbe dimostrare coesione e responsabilità tutto sa di vecchia politica, di manuale Cencelli stile Prima Repubblica. Monti però è una persona che ascolta e quando prende una decisione la tiene.

 

– Quali sono le misure più urgenti per far uscire il Paese dalla crisi?

Quelle che noi radicali proponiamo da decenni, con tutti gli strumenti che abbiamo avuto a disposizione, dall'iniziativa parlamentare ai referendum. Ora attuarle è diventato un imperativo, anche se è sbagliato definirle di lacrime a sangue.

 

– Lei come le definirebbe?

Riforme di speranza per il futuro. Avremmo dovuto farle 20 anni fa. Quelle sul tema del lavoro e degli ammortizzatori sociali (solo il 30% degli italiani ha la cassa previdenziale se perde il lavoro), sulla liberalizzazione della professioni, sul vitalizio dei parlamentari che va cambiato, come per tutti, passando al contributivo. E quella sulle pensioni: non è sostenibile andarci a 60 anni quando si vive fino a 82. Poi c'è il tema della giustizia, anzi, della malagiustizia. Abbiamo invocato amnistia non solo per i detenuti, ma per la Repubblica che, con milioni di processi pendenti, con la necessità ogni anno di centinaia di migliaia di prescrizioni di classe, si trova nella condizione ormai endemica e obbligata di delinquere. E lo dico nel senso tecnico, ovviamente, e non morale del termine. È un'affermazione grave, ma quale altra definizione si potrebbe dare di una Repubblica che nega una giustizia tempestiva e giusta ai propri cittadini?

 

– Alcuni di questi temi facevano parte del programma di governo di Berlusconi. Perché non si è fatto nulla in questi anni?

Perché non c'è stato il coraggio sufficiente. Molto più facile, e pagante elettoralmente parlando, tutelare, per esempio, chi ha già un lavoro, magari i propri iscritti. Come i sindacati, che si sono dimostrati un grande freno alla modernizzazione e oggi rimangono il blocco più conservatore del paese. La globalizzazione poi ha colto molti impreparati e ancora adesso inconsapevoli della posta in gioco, sicché è stato più agevole, ma molto poco lungimirante per gran parte dei partiti di buttarla in politica ed invocare misure protezionistiche ed antistoriche difese localistiche.

 

– Il governo Monti, con la sua autorevolezza, riuscirà a spiazzare il direttorio franco-tedesco che finora ha dato la linea all'Europa e a dare un ruolo più forte all'Italia?

Posto che il motore franco-tedesco è sempre stato storicamente una condizione necessaria ma non sufficiente per andare avanti, l'idea del direttorio non mi piace e spero che l'Europa torni al più presto a parlare con una voce sola. Detto ciò, Monti in questo momento è la persona giusta al posto giusto. Ha il profilo adatto e l'autorevolezza per ridare all'Italia un ruolo da paese fondatore dell'Europa comunitaria. In più, finché dura, gode della più ampia fiducia da parte del Parlamento.

 

– Il problema è anche un'Europa che viaggia sempre a due velocità.

Per uscire da questa crisi occorre continuare a lottare per una maggiore integrazione europea avviando un processo che preveda - vista l'interdipendenza tra paesi e tra mercati - una riduzione della sovranità nazionale a favore di una sovranità più vasta, con un controllo reciproco tra Stati membri e soprattutto con un coinvolgimento diretto dei cittadini. Per un'Europa, insomma, federalista. L'Europa delle Patrie ha finito per distruggere anche le Patrie, senza costruire la Patria europea.

 

– Ma l'euro è davvero a rischio?

Più che l'euro è l'eurozona ad essere a rischio perché l'aver creato una moneta comune lasciando che ogni Stato membro decidesse in assoluta autonomia la propria politica fiscale e di bilancio portava in sé i germi della crisi. Oggi il prezzo di questa anomalia è diventato evidente.

 

Marina Nemeth

(da Il Piccolo, 22 novembre 2011)


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