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Gordiano Lupi. “Fuori dal gioco” e il caso Padilla
27 Dicembre 2008
 

Quella che segue è l'introduzione alla versione italiana di Fuera del juego di Heberto Padilla (1968), curata da Gordiano Lupi e che Tellusfolio ha già anticipato, in tre parti, a partire dall'agosto di quest'anno. Il libro è inedito in Italia e le Edizioni Il Foglio stanno pensando a una pubblicazione che verrà forse realizzata in coedizione con Il Foglio Clandestino. (Red.)


«Fuori dal gioco è un libro che mi sembra così lontano e irreale, pare scritto in un’altra lingua, in un altro mondo, ma è il mio segno distintivo, la mia cifra artistica, quasi il mio onore. Non è un libro, è un simbolo di misteriosa lealtà fuori dal tempo, una serie di liriche che mi commuove rivedere dopo tanti anni. Sono contento che possano venire lette dai cubani di un’altra generazione», scrive Heberto Padilla nel 1998, due anni prima di morire.

Fuori dal gioco vince il Premio UNEAC, “Julian del Casal”, 1968.

I giurati sono: J.M. Cohen, César Calvo, José Lezama Lima, José Z. Tallet e Manuel Díaz Martinez. La motivazione prende in considerazione le qualità formali e il valore espressivo delle liriche che manifestano una raggiunta maturità poetica. I giurati affermano che il libro ha valore anche per la sua natura di opera critica, polemica, non apologetica, pure se vincolata alle idee rivoluzionarie. Il libro presenta uno sguardo profondo sui problemi del mondo contemporaneo (il Viet Nam, la paura di un’esplosione nucleare, i problemi dell’uomo nel cammino della storia...). Padilla - secondo i giurati - è a fianco della Rivoluzione, veste gli abiti essenziali del poeta e del rivoluzionario, come un anticonformista che vuole andare oltre la realtà contemporanea. Non è facile dire quanto questa motivazione sia reale e quanto diplomatica, forse viene pensata così per premiare un’opera critica. Lezama Lima, scrittore non molto vicino a Fidel Castro, presiede la giuria e c’è da credere che abbia fatto il possibile per premiare un lavoro controcorrente.

Heberto Padilla fa appena in tempo a licenziare un’edizione commemorativa di Fuera del juego nel 1998 (Edicion Universales, Miami), perché muore due anni dopo per arresto cardiaco in un hotel dell’Alabama. Nel libro antepone una sentita introduzione dove racconta di aver cominciato a comporre la raccolta a Mosca e di averla terminata all’Avana. Padilla afferma che non ha mai pensato di scrivere un libro né a favore né contro la Rivoluzione, semplicemente non era compito suo fare politica e occuparsi di problemi sociali. Nel 1968, quando Fuera del juego ottiene il Premio Nazionale di Letteratura dell’UNEAC, la burocrazia del Consiglio Nazionale dell’Unione degli Scrittori contesta il riconoscimento, trasformando il poeta nella pietra dello scandalo, fino a provocarne l’arresto con l’accusa di scrivere letteratura controrivoluzionaria. Nel 1971 cominciano i problemi tra la Rivoluzione Cubana e gli intellettuali di tutto il mondo, che si ribellano contro l’ingiusta detenzione di Padilla, prima in carcere e poi nella sua casa dove viene tenuto sotto sorveglianza, emarginato dalla vita culturale. Jean-Paul Sartre, Simon de Beauvoir, Julio Cortázar, Mario Vargas Llosa, Octavio Paz, Susan Sontag, Juan Goytisolo, Federico Fellini, Marguerite Duras, Alberto Moravia e altri 72 scrittori e artisti condannano i metodi totalitari di Castro e non tornano più a visitare l’isola. Nel 1998, il ministro della cultura Abel Prieto critica, in un’intervista rilasciata a Cuba Internacional, il processo conosciuto come caso Padilla, affermando che il poeta si era preso gioco della Sicurezza di Stato e che un fatto come quello non si sarebbe più ripetuto a Cuba. Riportiamo le parole di Padilla in risposta alle menzogne di Abel Prieto: «Non si trattò di una burla, ma di un’astuta messa in scena durante la quale sono stato costretto a ripetere a memoria un testo preventivamente redatto in prigione dagli stessi ufficiali della Sicurezza. Tutto questo ha un nome: autocritica. Il procedimento è stato ideato da Lenin per recuperare i rivoluzionari nelle file del partito comunista e perfezionato da Stalin come strumento per distruggere moralmente chi esprimeva posizioni critiche. Ho accettato di recitare l’autocritica per ottenere la libertà e per poter lasciare Cuba, che ormai era diventata una prigione».

Il caso Padilla nasce da una critica che il poeta scrive su Pasion de Urbino, romanzo di Lisandro Otero, giudicata poco rivoluzionaria perché rivolta a uno scrittore-funzionario e non allineata con il giudizio della redazione de El Caimán Barbudo. Padilla si limita a dire che Pasion de Urbino è un romanzo che porta indietro di trentacinque anni la letteratura cubana e non può reggere il confronto con Vista del amanecer en el trópico (in Europa noto come Tre tristi tigri) di Guillermo Cabrera Infante. La redazione della rivista dedica una lunga risposta alle affermazioni di Padilla, definendole controrivoluzionarie e non il linea con il pensiero dominante. La redazione discute le opinioni del poeta con un eccesso di retorica, enumerando i successi rivoluzionari, cose come alfabetizzazione e sanità che nessuno nega. Padilla replica: «La pratica democratica è esigenza quotidiana del socialismo. Non ho compiuto un atto di coraggio criticando un romanzo. Il coraggio è ben altra cosa. Sono stati coraggiosi i guerriglieri sulla Sierra e chi ha assaltato la caserma Moncada... Io ho esercitato soltanto un diritto che credevo di avere...».

Padilla non è un dissidente, ma un rivoluzionario che vuole continuare a pensare con la propria testa, crede di aver fatto una rivoluzione per guadagnare la libertà e pensa che sia ancora possibile criticare il sistema per migliorarlo. Parla di Guillermo Cabrera Infante, si domanda perché è stato destituito dai compiti governativi e per quale motivo non gli è consentito prendere un aereo per rientrare a Cuba.

«Ho sempre ammirato il rivoluzionario che non accetta umiliazioni da nessuno e meno che mai in nome di una Rivoluzione che rifiuta certi procedimenti. Il vero rivoluzionario non è il più docile e il più obbediente, ma il più degno e il più disciplinato. La posta in gioco è la società che stiamo costruendo e nella quale dovremo vivere», afferma.

Heberto Padilla concorda con la tesi di Solzhenitzyn: «Una letteratura che non traduce la società in cui si realizza, che non denuncia problemi, paure, pericoli morali e sociali, è una letteratura inutile, di mera facciata».

Padilla viene contestato duramente da Leopoldo Ávila, che lo accusa di scrivere per ottenere fama all’estero e per soddisfare la sua vanità, perché a Cuba tutti conoscono le menzogne controrivoluzionarie. Per Leopoldo Ávila è tutto molto semplice: «Padilla difende Caino (Cabrera Infante) e per questo non merita rispetto. Si schiera contro la Rivoluzione perché non ha più incarichi che lo portano a fare viaggi all’estero, spendere dollari e a fare la bella vita». Padilla sarebbe soltanto un poeta di terz’ordine che per guadagnare fama scredita la Rivoluzione, parla di polizia che minaccia, libertà che non esiste e un governo che non ammette contraddittorio.

La dichiarazione dell’UNEAC sembra in sintonia, quando afferma che la Rivoluzione Cubana rispetta la libertà di espressione, non si propone di eliminare la critica e non pretende che gli intellettuali siano asserviti al potere. Fidel Castro non ha ancora pronunciato il famoso discorso rivolto agli intellettuali: “Niente sarà concesso fuori dalla Rivoluzione!”, ma lo farà presto. I tempi cambiano e il caso Padilla si trasforma nella prima battuta di arresto della Rivoluzione, che subisce critiche da parte di intellettuali latinoamericani ed europei.

Heberto Padilla è arrestato, insieme alla moglie Belkis Cuza Malé, il 20 marzo 1971, viene rinchiuso in una cella di due metri, dove secondo la sua testimonianza (confermata da Reinaldo Arenas che ha subito simili trattamenti) viene malmenato, ma anche torturato con bagni freddi e caldi. Il proposito di Fidel Castro è quello di provocare una ritrattazione, screditarlo davanti al pubblico e nei confronti dei giovani scrittori cubani che lo ammirano. Per trentasette giorni Padilla è torturato psicologicamente e materialmente, fino al momento in cui non accetta di firmare la ritrattazione. Il poeta resta in galera fino al 27 aprile e in quello stesso giorno pronuncia davanti all’UNEAC la famosa autocritica concordata con i carcerieri. L’autocritica di Padilla è scritta con linguaggio da burocrate, per niente letterario e molto stalinista. Basta leggere alcune pagine per capire che il suo discorso non è sincero, perché il poeta mette in discussione tutte le sue precedenti opinioni, persino il valore letterario di Tre tristi tigri e la pochezza narrativa dell’opera di Lisandro Otero. Padilla non ha alternativa che recitare un’autocritica se vuol tornare libero. «Quando a un uomo mettono davanti quattro mitragliatori e lo minacciano di tagliargli le mani se non ritratta, di solito acconsente, anche perché le sue mani sono necessarie per continuare a scrivere», scrive. Reinaldo Arenas paragona la ritrattazione di Padilla al processo subito da Galileo Galilei e a quello del protagonista di 1984 di George Orwell, quando alla fine del romanzo, dopo essere stato sottomesso alle più terribili torture, dichiara di amare il Grande Fratello.

Padilla viene scarcerato, ma continua a vivere a Cuba come un fantasma fino al 1980, cancellato dalla vita pubblica e intellettuale, costretto a scrivere di nascosto senza essere pubblicato, praticamente oscurato e messo in condizione di non nuocere. Nel 1980 viene accolta la sua richiesta di espatrio negli Stati Uniti, dopo numerose sollecitazioni da parte di intellettuali europei. È ormai un uomo finito. Negli Stati Uniti pubblica Nel mio giardino pascolano gli eroi e il diario delle sofferenze quotidiane intitolato La mala memoria, ma la sua opera fondamentale resta Fuori dal gioco, simbolo di un poeta che si ribella al potere.

 

Gordiano Lupi


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