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Primarosa Pia. L'eco dei mortai. Viaggio in Israele, 1-8 gennaio 2009
11 Gennaio 2009
 

Dopo un’esperienza così importante, alla quale per nulla al mondo avrei rinunciato, il ritorno al quotidiano è arricchito da mille e mille suggestioni, molto più preziose di qualsiasi luccicore, pensieri pesanti in contesti inquietanti vissuti intensamente.

L'intreccio di passato e presente, per il popolo che rivendica la sua storia e la sua pace, il dove e il come non ancora definiti e ancora meno il quando, ribaltano sul quotidiano l'ombra della storia sospesa, che per qualche giorno è stata la mia storia pur essendolo forse da sempre.

Non è facile trovare, in questo infinito parlarsi addosso di “maestri di vita altrui” che seduti a scrivanie di stanze riscaldate dal gas russo sono certi di dove stiano le ragioni e i torti, di chi siano i carnefici, di chi siano le vittime, il filo di un ragionamento basato su un’esperienza diretta se pur molto parziale.

 

C’è, sul web soprattutto, una gara forsennata a chi invia le immagini più cruente, forse insensatamente pensando che l’immagine di un corpo straziato possa impressionare di più degli occhi di un bimbo separato dalla mamma, o di quelli di una ragazza sì e no diciottenne costretta ad uscire dalla camera di un albergo con a tracolla un fucile automatico al posto dello zaino dei libri o della borsetta con sopra cucita l’immagine dell’uccellino Titti…

È sensato, mi domando, scendere in piazza quando il sangue scorre per le strade di polvere di quei territori e dormire sereni all’ombra di tregue instabili, quando le armi in apparenza tacciono ma la vita di tutti nulla ha della normale vita di un essere umano oggi?

 

Ovviamente non ho avuto esperienza diretta della vita quotidiana a Gaza, dunque posso solo raccontarvi dell’apparente normalità della vita nella piccola parte di Israele dove sono vissuta, sostanzialmente a Gerusalemme: per un visitatore non particolarmente attento la sensazione è di tranquillità, ci si muove liberamente, anche di notte, soprattutto in città.

In albergo si avvicendano comitive di turisti, non si sa se interessati al fascino dei paesaggi, alle suggestioni storiche, alla spiritualità da ricercare con un po’ di impegno tra i pellegrini dei luoghi sacri.

Ho ascoltato i dialoghi di un gruppo di torinesi, la mattina, a colazione, chiacchiere normali, come si possono ascoltare in qualsiasi albergo di qualsiasi città…

Mi sono chiesta se come me, nella notte, avessero sentito gli echi dei mortai bucare i rumori di fondo e i vetri serrati, scendere fino a quel centro indefinito dell’inquietudine e del disagio, alla fonte delle domande senza risposte, dei dubbi, della frustrazione, dei sensi di colpa...

I sensi di colpa... miei... comune cittadina di un’altra nazione, passante casuale in un paese in guerra, impegnata in un’attività di tutela della memoria di ciò che ha costituito una cesura imprescindibile nella storia dell’umanità, a rischio di sentirmi, con questa visita, in qualche modo “fiancheggiatrice” di un governo aggressore e sanguinario...

Ho chiuso in un cassetto la questione governo, troppo grande per me, ed ho rivolto la mia attenzione alle persone, al clima che avevo intorno. Ho scoperto a poco a poco il prezzo di quella tranquillità che cercavo di trasmettere alla mia famiglia rimasta in patria e che io, mio marito, ma credo anche i miei compagni di corso, abbiamo goduto: Israele non è un paese normale, i giovani non vanno solo a scuola, in palestra, in discoteca... i giovani vanno in guerra, e se non vanno al fronte, attori di quei massacri che certamente massacrano anche il loro futuro di uomini, presidiano la vita quotidiana, numerosi, addestrati, armati.

È normale entrare in un supermercato attraverso il metal detector?

È normale salire in camera in albergo accanto a soldati stanchi ed ai loro fucili?

È normale accedere ai luoghi santi attraverso un checkpoint?

È normale assistere a lezioni che parlano di razzismi, genocidi, stragi, olocausto, pensando a quegli echi lontani, ma pur evitando di indagare su cosa si nasconde sotto i sorrisi appena accennati, la cortesia e la professionalità di chi dall’altro lato dell’aula legge i nostri sguardi, intuisce i nostri pensieri, rivede attraverso i nostri silenzi ciò che abbiamo appena visto sugli schermi web dei pc liberamente accessibili in aula?

Che senso avrebbe scaricare sulle persone che abbiamo accanto, anch’essi in gran parte molto giovani, le accuse che vengono a piene mani scagliate sul loro governo e non solo?

Ho provato a parlare con qualcuno, ho trovato persone molto, molto preoccupate, qualcuno molto arrabbiato, assolutamente contrario agli attacchi, desideroso che si arrivi ad una trattativa, senza che si sottilizzi troppo sull’interlocutore, qualcun altro scettico sulla lealtà dell’interlocutore, sulla certezza che a concessioni possa conseguire veramente una situazione stabile.

Sono certa che in Israele l’accesso alle informazioni è uguale a quello che abbiamo noi, ovviamente i cittadini nulla sanno di strategie militari o di intelligence, e i dissensi non sono affatto facili da manifestare liberamente, soprattutto per chi in quel paese vive e lavora, per questo mi limito a raccontare le mie riflessioni, tenendo conto di ciò che ho visto e sentito con la mia sensibilità, le mie mancanze, i miei pregiudizi e forse anche con le mie viltà.

Vi incollo ora lo sfogo di un cittadino israeliano, è una lettera che ho ricevuto io privatamente, non un articolo prezzolato o qualcosa trovato sul web, che vi invio impegnandomi a mantenere l’anonimato riguardo l’autore:

 

...la guerra al sud del paese mi preoccupa ed innervosisce: penso che siamo tutti in mano a dei pazzi: I gruppi terroristici arabi sobillati e sostenuti da Iran e commercianti di armi (oltreché da religiosi che vorrebbero imitare Maometto), I governanti israeliani che s'illudono di poter ...portare la democrazia ed eliminare l'odio con la forza (come quel cretino di Bush in Irak, appoggiato dalla “missione di pace” italiana), I membri arabi del parlamento israeliano, democraticamente eletti, che potrebbero avere una funzione di equilibratori invece di cercare di guadagnare consensi fomentando odio... come ne usciremo? Nessuno stato permetterebbe che i suoi cittadini fossero per anni sotto il tiro di razzi e colpi di mortaio sparati da quelle zone dove abitavano, lavoravano e davano lavoro ai vicini di Gaza dei “coloni” ebrei; è triste sentire che dei cittadini arabi israeliani urlino “morte agli ebrei” (come altri gridano “morte agli arabi”)...

 

Vedo già il sopracciglio alzato di qualcuno di voi... lo so bene che a Gaza la vita non è anormale ma impossibile, che alcuni bambini non diventano giovani perché vengono uccisi prima che lo diventino, l’ho sempre ben chiaro...

Ma a quella domanda, come ne usciremo, che risposta sappiamo dare?

 

Quale può essere la via d’uscita?

 

Io non sono in grado di dirlo.

 

Come tutti voi mi aggiorno sulle notizie, come tutti voi sto male, ma voglio che quella via d’uscita venga ricercata e trovata, e questo non può avvenire senza mediazioni e se necessario anche pressioni della comunità internazionale.

I cittadini di un paese in guerra hanno il diritto di considerarsi tutti delle vittime, ma allo stesso tempo hanno il diritto di non considerare carnefici solo i nemici: molti molti sono coloro che entrano a pieno titolo in questa tristissima compagnia, senza nemmeno l’attenuante della legittima difesa, solo col fardello insostenibile di complicità, sfruttamenti, silenzi.

 

Io non scenderò in piazza a sostegno di una parte sola, chiamatemi quando organizzerete cortei in favore di una pace duratura e stabile, quando sui cartelli chiederete conto ai leaders del mondo della loro ignavia, della loro ipocrisia, della loro responsabilità, mi troverete in prima fila.

 

Primarosa Pia

(da Deportazione mai più, 10 gennaio 2009)

 

 

Primarosa Pia è la coordinatrice/moderatrice del gruppo di discussione Deportazione mai più dell'ANED Torino. L'A.N.E.D. è un'Associazione senza fini di lucro che riunisce i superstiti dei Campi di sterminio nazisti e i familiari dei Caduti, di ogni fede religiosa o convinzione politica. Si è recata in Israele, come racconta, per frequentare il Corso “Insegnare la Shoah” presso The International School for Holocaust Studies di Yad Vashem, il museo dell'Olocausto a Gerusalemme.


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