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Guillermo Cabrera Infante e i fiancheggiatori di Castro
Guillermo Cabrera Infante, nel 1998, nella sua casa di Londra (foto Daniel Mordzinski)
Guillermo Cabrera Infante, nel 1998, nella sua casa di Londra (foto Daniel Mordzinski) 
23 Agosto 2007
 

I libri di Guillermo Cabrera Infante sono quasi introvabili in Italia, anche se lo scrittore cubano è uno dei più grandi autori latinoamericani. Allo scrittore questa definizione non sarebbe piaciuta - un indio venezuelano, un peruviano e un boliviano non hanno niente di latino, neppure la lingua madre - ma è la sola che riesco a trovare. In Italia sono reperibili soltanto Tre tristi tigri (Il Saggiatore, 1997 e ristampa Net economica 2007), Mea Cuba (Il Saggiatore, 2000) e Il libro delle città (Il Saggiatore, 2001). Garzanti ha messo fuori catalogo un capolavoro come L’Avana per un infante defunto, scritto nel 1979 in esilio a Londra e pubblicato in Italia nel 1993. Per trovarlo ho dovuto ricorrere a una libreria Reimanders in rete e consiglio di fare altrettanto perché è un libro fondamentale, uno stupendo romanzo di formazione che racconta l’adolescenza dello scrittore e fa conoscere la vita quotidiana della Cuba anni Cinquanta. Così in pace come in guerra, edito da Mondadori nel 1963, ha fatto la stessa fine. Non si trova neppure nei Reimanders. Resta la Biblioteca Nazionale e il prestito interbibliotecario, ma bisogna essere lettori forti e davvero interessati.

Credo che sia una cosa da stigmatizzare. Guillermo Cabrera Infante è una delle più grandi voci del dissenso, dell’esilio cubano, della letteratura della diaspora e in Italia è quasi impossibile leggere un suo romanzo. In compenso di Gianni Minà, Gianni Vattimo e Bianca Pitzorno è reperibile l’opera omnia, anche se ne potremmo fare a meno. Tutta gente che parla di Cuba inginocchiandosi davanti a sua maestà Fidel e propaganda le menzogne scritte sul Granma e diffuse da Cubavision. Pare quasi che Cabrera Infante dia fastidio e che si cerchi di nascondere un patrimonio di inestimabile valore, solo perché ha lasciato l’isola nel 1965 ed è morto in esilio in aperta polemica con il regime castrista. La sua ultima opera è il soggetto del film di Andy Garcia, The Lost City (La città perduta), che consiglio di vedere, anche se pure in questo caso va denunciato un assordante silenzio della stampa italiana intorno a un’opera basilare della cinematografia cubana in esilio.

Ho una mia tesi in proposito. Andatevi a leggere pagina 247 di Mea Cuba (Edizione Est – Il Saggiatore, 2000) dove lo scrittore si lancia contro i castristi d’accatto sparsi per il mondo, quelli che sanno bene come stanno le cose ma che per convenienza personale propagandano le bugie di regime. Ecco le sue parole, lanciate come pietre contro chi contribuisce al triste destino di un popolo e non si vergogna a reclamizzare menzogne.

Da qui parte la mia mozione, che è una convinzione, perché la Seconda Repubblica di Cuba crei una procura generale in cui il procuratore della repubblica processi tutte le pubblicazioni che in Europa e in America hanno ripetuto tutte le calunnie castriste contro Cuba e le giudichi, se non per complicità, almeno per diffamazione.

Aggiungo la mia piccola voce a sostegno di Cabrera Infante, immenso scrittore che ho scoperto da poco ma che sto leggendo con passione e interesse. I tristi fiancheggiatori del regime dovranno rendere conto di troppe bugie interessate di fronte al tribunale della storia. Le sofferenze dei cubani che fuggono e sono costretti a vivere lontani dalle loro famiglie macchieranno in eterno le loro coscienze.

 

Gordiano Lupi


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