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All’Avana senza pace e senza guerra
01 Novembre 2010
 

Me ne stavo seduto sul muretto del Malecón dalla parte giusta, da bravo orientale, occhi immersi nella tranquillità del mare, ignorando le auto sulla strada che sfrecciano veloci, lasciandomi andare alla lenta armonia di una Ballata del piombo e del ferro messa in scena dagli sgherri di Batista a caccia di vittime, perforando il silenzio a colpi di pistola.

Era una notte calma e calda di primo giugno e la fresca brezza che veniva dal mare frusciava tra le foglie delle palme e faceva tremare le ombre degli allori sull’asfalto. Dai giardini saliva una nebbiolina umida e muschiosa, gradevole: e l’odore della terra bagnata e la frescura dell’erba piena di rugiada e la fragranza dei gelsomini e del caprifoglio si mischiavano in quell’aria dolce che contrastava con le facce e i gesti di quei tipi troppo duri per una notte d’estate così mite. Era una notte quieta e dolce, i rumori che vi sorgevano morivano adagio adagio e il silenzio si faceva sempre più denso e sensibile colmando il buio della terribile serenità che c’è nelle notti tropicali di prima estate.

Il silenzio e la dolcezza di quella notte profanati da uno dei tanti omicidi politici che cercavo di trattenere dentro istantanee furibonde, così poco letterarie, ma purtroppo vere, perché conservavano il ricordo di amici morti ammazzati dalla pallottole del dittatore. Ero consapevole che tutto sarebbe finito presto.

Scrissi Risacca e detti vita a un personaggio morente che aveva la voce dolce e fonda della gente della Sierra Maestra con quella cantilena che neppure il dolore riusciva a spegnere. Era uno sconfitto, come molti di noi che abbiamo lottato per cambiare le cose e adesso ci ritroviamo delusi a contemplare il passato.

La Rivoluzione cambierà le cose, diceva un amico al mio personaggio in fin di vita, tu devi avere coraggio e forza per andare avanti, la devi vedere questa Rivoluzione, perché allora saremo noi a governare. Tu e io e Yoyo e Sánchez e Braulio Pérez e tutti gli operai del Central, quelli di Sao e quelli di tutta Cuba: tutti gli operai del mondo. E acchiapperemo il potere e governeremo e faremo leggi giuste e ci sarà lavoro per tutti e denaro. Soldi. E potremo andare nei migliori ospedali… E vivremo nelle nostre casette. Casette come si deve, pulite, linde, con la luce e la radio e tutto. Ci sarà pure il frigorifero. E la televisione. E i bambini potranno andare a scuola senza che li guardino male. E anche noi: nessuno ci guarderà più in quel modo. Saremo tutti uguali. Gli haitiani saranno uguali ai padroni e noi saremo uguali ai chinos, ai mulatti. E il lavoro non mancherà mai, non ci saranno morte stagioni. E nemmeno sfratti. E nemmeno ingiustizie. Ci sarà giustizia per tutti. Giustizia sociale. Sì, sarà un paradiso, un vero paradiso. Ma per il mio personaggio morente era un paradiso irraggiungibile, per lui avanzava soltanto la setticemia, non avrebbe mai potuto apprezzare la tenuta dei sogni. Non avrei mai pensato di dover fare i conti molti anni dopo con la stessa malattia di quel vecchio personaggio. Pure io non ho più visto il mio paradiso, la mia Avana sognata e vissuta in decine di libri e racconti, pur trascorrendo la mia vita a Londra, lontano da un Tropico fantastico. Il mio rivoluzionario muore e attorno resta soltanto lo spettacolo triste della natura in pianto. Da qualche parte del cielo stava tramontando il sole. La sera era colma della serenità del crepuscolo. Un colombaccio si mise a tubare malinconicamente. Non doveva essere lontano. Una specie di ululato, inquietante. Poi il vento vibrò tra le foglie della palma e fece fischiare i fitti rami dei marabúes. Il colombaccio tornò a tubare. Un altro gli rispose lontano. O era l’eco? Udì quel lungo sbattere d’ali sorgere poco distante, forse da sotto il dagame, ma non vide passare l’uccello. Il vento fischiò di nuovo tra le foglie della palma sollevando un velo di polvere attorno all’uomo abbattuto per terra e scompigliandogli i capelli color paglia.

Il mare è sempre stato il mio sogno, forse perché per molti anni ne sono stato lontano, ma rappresentava molto anche quando vivevo L’Avana come un orientale di Gibara a caccia di segreti. Il mio personaggio di una donna che odia il mare vive di rimpianti e di aspettative deluse. Protagonista di un racconto che racchiude una storia con il mare, con una distesa immensa che può farsi messaggera di speranze e portatrice di illusioni.

La brezza arrivò fresca, umida e impalpabile, a ondate successive, come un proseguimento delle onde; e con la brezza il rumore del mare e l’odore frizzante del salmastro: tutto le veniva dal mare, anche l’attesa. E lei odiava il mare perché sapeva che le era nemico, un mare che doveva essere femmina, messaggero di nessuna speranza, un mare che non si decideva a portare notizie di chi se n’era andato e non voleva tornare. “Guarda il mare. Guardalo sempre e saprai se tornerò o non tornerò. Lui te lo dirà”. Per questo la mia donna odia il mare. Sa di non essere più nell’età del riso, ma del sorriso, sta attraversando gli anni dei passi lenti e non delle corse, gli anni del declino, delle ombre, degli echi: più tempo di pace che di guerra, tempo di tregua con la vita. Vive in un’isola e non ama quell’accidente geografico, anzi detesta una porzione di terra più o meno limitata e circondata d’acqua da ogni parte meno che in alto, almeno quando non piove, un povero pezzo di roccia, uno scoglio, una zattera immobile, una scheggia del naufragio del continente isolata dal mare, una gabbia d’acqua: una prigione.

Il mare di notte è fosco, illuminato da una luna irreale e inutile, per questo scuro, ingannevole, con tutti quei riccioli in superficie e la solidità di un blocco dentro, non estatico come la terra ma simile a una gran mole che avanza e indietreggia incessantemente, sempre aggressivo e tuttavia quieto, mite, disteso in quel mugghio, come di gatti che russano, un russare che invita a stendesi e a dormire; davanti a quel mare sicuro di sé, sicuro che la terra è sempre in suo potere e che ogni volta che l’attacca ne uscirà vittorioso. Il mare è un gallo nero con un’infinità di creste bianche e di onde come speroni, inerte eppure furioso: è un corvo con le ali d’acqua e con candide penne che spuntano dal suo gran piumaggio; è un cavallo matto nero e selvaggio che pur imbrigliato non cessa di cavalcare a furia dentro quell’enorme fossa con la bianca criniera al vento e la bocca che cola candida schiuma e il labbro che strappa sassi dalla riva con un gran frastuono di risacca, sbuffando come un matto e scalpitando e battendo gli zoccoli sulla rena della costa: corvo di malaugurio e gallo nero e cavallo matto. Il mare è il solo compagno d’una donna che conosce i segreti del mare, ormai condannata ad aspettare come se quella condizione fosse una seconda natura. Una donna in attesa del suo uomo che in fondo è un vincitore, perché se la sa cavare contro tutti, anche se resta un traditore. La donna osserva la notte, vede salire la luna a stento, tutta mangiucchiata agli orli come una palla sgonfia, che era venuta fuori da uno strascico di nuvole sull’orizzonte. In cielo una pioggia di stelle sta cadendo sul mare. Tutte le stelle si sciolgono e scivolano giù adagio ondeggiando luminose come bengala e continuano ad ardere sul mare come un fumo bianco e spesso come tanti punti di luce, come segnali convenuti.

Una donna sconfitta, in attesa di un uomo che non torna.

I miei racconti sono parte della mia vita, ho sempre scritto con sincerità pure quando lo facevo su commissione. Non sono capace di attingere ad altro materiale, ma so nascondere me stesso molto bene, tra le pieghe delle fantasie, occultando i ricordi. Scrivevo Mosche e latte pensando al tempo che scorre inclemente, ai corpi che diventano vecchi, alla bellezza di una donna che si ricorda bambina e sogna di fare le stesse cose, di vivere identiche sensazioni. La mia donna che non esiste - ma racchiude molte donne della mia vita - fissa la pioggia che cade e resta a guardarla. Poi si alza, si strappa gli abiti di dosso e corre all’aperto sotto l’acqua che cade. Rimane un bel poco fuori e si lascia inzuppare. Torna in casa tutta nuda, con quel suo corpo bruno e un po’ invecchiato che gocciola acqua da ogni parte. Adesso ha provato a rivivere il passato, si sente più giovane, ha fatto una cosa che ogni bambina cubana si diverte a fare quando scroscia la calda pioggia tropicale. Adesso va bene, è di nuovo in sintonia con il suo mondo, potrebbe tornare a bere il bicchiere di latte se non vedesse una mosca annegare nel liquido bianco che riempie il contenitore.

La pioggia tropicale è uno spettacolo imperdibile. La pioggia viene giù strepitando tra le vecchie colonne consumate ed è una pioggia improvvisa che mette addosso una pesantezza insolita. Qualcosa di più che pesantezza. A Cuba non si sa mai quando finirà di piovere. Forse tra un attimo, forse tra un anno. Impossibile dirlo. Come sono fantastiche le strade dell’Avana vecchia, soprattutto sotto la pioggia, quelle strade strette e contorte, le case vecchie e belle, anche se alcune sono state abbattute senza pietà per farne spiazzi asfaltati per parcheggiare, e tutti quei balconi con gli arabeschi di ferro battuto e l’enorme solido palazzo della dogana e il molo della Luce e il viale Francesco da Paola ridotto a una specie di pasticcio con la chiesa che sembrava un tempio romanico lasciato a mezzo e i resti della muraglia e l’albero che era cresciuto su uno di essi e il Tallapiedra col suo odore di zolfo e di cose andate a male e l’Elevado e il castello di Antarés che spuntava in mezzo alla pioggia e il Paso Superior così grigio e ottuso e tutto quell’intrico di binari sotto e di fili ad alta tensione e telefonici sopra, e infine la strada maestra libera.

Il sole che tramonta - anche se Aprile è il più crudele dei mesi - è uno spettacolo che si perde nel ricordo del mio passato e nei racconti giovanili scritti vibrando d’amore. Il sole che scendeva lentamente. Un cerchio pieno di fuoco che l’orizzonte mutava in tre quarti di cerchio e in mezzo cerchio e poi in niente, con un gran fiotto di rosso nel punto in cui era scomparso. Poi il cielo prendeva a farsi violetto, sempre più scuro, e il nero della sera cominciava a cancellare anche i segni del crepuscolo.

In questo scenario onirico del tempo perduto tornano alla memoria Sciabole e Re Magi, ricordano un bambino che viveva a Gibara tra mille mancanze, ma scriveva lo stesso la lettera ai Re Magi perché attendeva un dono. Da sotto la porta penetrava il chiarore dell’alba. La luce entrava attraverso le fessure della finestra e si rifletteva sulle pareti. Uscii di casa e subito avvertii quell’inquietante sensazione di libertà che provano tutti i ragazzi appena sono in strada. È come una cosa confusa, come una paura e un’allegria davanti all’enormità dello spazio: le strade così larghe, aperte, e il cielo come un tetto irraggiungibile, e tutta quella luce e quell’aria, quell’aria indescrivibile dei paesi che chi vive in città non riuscirà mai a immaginarsi. Fu allora che mia madre mi confidò un segreto e in un attimo mi fece capire che stavo diventando grande. Ma io non avrei voluto saperlo quel segreto. Volevo restare bambino, cullarmi nei sogni d’infanzia, rassicurato dalla certezza d’una lettera che avrei scritto ai Re Magi. I Re Magi non esistono, disse mia madre, non avrei potuto avere il regalo richiesto perché mio padre non lavorava e non mandava denaro sufficiente per fare fronte a tutte le necessità. Non dovevo dirlo a mio fratello più piccolo, perché lui aveva diritto a un’ulteriore dose di sogno, una prolungata magia fatta di due piccoli regali da pochi pesos. Ricordo che comprai due sciabole di latta col fodero e il fischietto con soli settanta centesimi, ma quando mio fratello le vide sprizzava felicità. Non avrei mai potuto immaginare che nella lettera ai Re Magi aveva chiesto proprio una sciabola da guerra.

A volte costa poco realizzare un sogno d’un bambino. Non come il sogno che ha percorso la mia vita e non si è mai realizzato. A quel tempo non potevo immaginare che gli adulti spesso non sono in grado di realizzare i loro sogni. Ero ancora un bambino, mio padre era un gigante invincibile e mia madre una colonna su cui poter contare. Le strade della vita si dovevano ancora aprire. Purtroppo troppe illusioni sarebbero cadute accompagnando il sogno interrotto della lettera ai Re Magi.

 

Gordiano Lupi

 

 

 

Nota: Il racconto vede protagonista un immaginario Guillermo Cabrera Infante seduto sul muretto del Malecón dell’Avana, che ripensa al suo passato e rivive episodi della sua giovinezza attraverso le sensazioni dei racconti di Così in pace come in guerra.


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