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Eleonora Pinzuti. Due testi in uno, una nota di Giulio Marzaioli. Vie d’uscita 18
29 Dicembre 2008
 

Palindromo 2002

 

Palindromo è l’anno citato (2002) e palindroma la struttura dei due testi (in realtà un solo testo da leggere in due direzioni). Sin qui intuitiva e immediata la dimensione speculare della scrittura di Eleonora Pinzuti, che da sé parte e a sé ritorna. La formazione (o ricerca) dell’identità, tuttavia, viene invertita nel suo primo grado di riconoscibilità e così il rovescio appare quale primo stadio di lettura e di auto-riflessione. La dimensione “rovesciata” (da rovesciare) è quindi la più prossima, la più quotidiana, eppure la meno autentica, se al successivo cucito “a dritto” viene assegnato il compito di tessere in chiaro la trama reale del vissuto (vissuto che è sempre reale, sia a dritto che a rovescio, come ben determina il richiamo ad una data - il 2002, appunto). Così l’abito, che allo sguardo d’ordinanza risulta stirato e inamidato, rivela poi, nel momento in cui viene indossato, la sua effettiva tessitura fatta di strappi, tagli, suture. Lo strato epidermico è tanto più irrorato di sangue quanto più si avvicina al muscolo e così tanto meno si mostra liscio e levigato quanto più si osserva in profondità. Il segnale della “bava” colata (a chiusura del primo testo) e la minaccia dell’ago ficcato in gola vengono raccolti nel grido del secondo testo, alzato a liberare la parola da vincoli e legacci. La stessa parola che ben disposta su riga costringeva la penna alla gola, viene spurgata dalla ferita, ottiene la propria pienezza grazie alla scucitura dalla riga, dal disegno. È il linguaggio-corpo ad essere svelato una volta ferito. Il linguaggio che soltanto se posto orizzontale e sezionato torna alla propria identità, alla funzione prima del significare, anziché del giustificare la propria dicibilità. La condizione è di non compromettere il corpo sezionato, non esporlo ad infezione, rappresentata dall’ordine costituito di qualsiasi genia e grado. È la struttura esterna a comprimere e la liberazione può avvenire soltanto strappando i nodi ben cuciti sulla pelle. Ecco che il corpo-linguaggio non appare più lo stesso, non si somiglia più, una volta ridotto in frazioni (al contrario di quanto insegna la teoria dei frattali).* Così il “centrino” del primo testo, nel quale si rappresentavano tutto il corpo e tutto il linguaggio, una volta sezionato non diviene altro che una pezza, non più riproponibile nel significato metaforico, bensì ricondotto alla sua funzione. Ecco, forse può dirsi di Palindromo che è un testo sulla funzione e in particolare sulla funzione distintiva, che permette di distinguere fonemi e parole (il linguaggio, insomma) apparentemente uguali o simili. E allora, giocando, si può dire che una voce satura non può suturare, che per rivelare occorre svelarsi.

 

Giulio Marzaioli

 

 

* Un frattale è un oggetto geometrico che si ripete nella sua struttura allo stesso modo su scale diverse. Questa caratteristica è spesso chiamata auto-similarità.

 

 

 

Passo primo. A rovescio

 

Trovai ago e filo,

dentro la credenza.

E disegnai sillabe e righe

d’ordinanza.

 

A poco a poco

mi feci centrino

d’organza pronto a stare

sul tavolino

nei giorni di festa.

 

Ero lesta (o così credevo):

sul verso, di giorno, stiravo le pieghe

e di notte lavoravo d’uncinetto

(era nel rovescio che geminavano nodi a

frotte, tanto più tiravo)

 

Mi feci d’appretto.

 

E non fu, nel gioco del disegno,

la maglia a tenere,

ma l’uncino smaltato a

ficcarsi in gola meglio.

 

Così inamidata e ferma

superavo, nel recto, la prova:

 

Ero brava?

Il filo a cucirmi la bocca,

l’ago piantato

nel palato…

Che altro serviva?

Colava, peccato,

un po’ di bava.

 

 

 

Passo secondo. A dritto

 

Ho tolto ad uno ad uno i lacci

aggrovigliati ovunque:

restano gli strappi nella pelle,

(righe di catene)

e il sangue raffermo.

Vi passo sopra un panno chiaro, caldo e detergo.

Ho tagliato quel che c’era

la lingua, le corde, il frenulo tenuto dalla spilla.

 

E la voce s’è fatta diversa:

un suono da cuculo

che di tanto in tanto s’ode

(e andrà di villa in villa)

Lascio la ferita all’aria aperta:

guarirà in primavera.

 

E intanto smonto la credenza e chiudo

in un sacchetto bianco tutto:

i pezzi sciolti, il detto o il fatto.

E parto.

 

I nodi sono macerati

nell’acqua del lavabo, appena messi a mollo.

E hanno fatto trama. Coi chiodi appendo il collo della maglia.

 

Neanche i brandelli di me vi lascio,

né il centrino:

sareste capaci di chiedermelo

per pulirci il tavolino.

 

 

 

Nota bio-bibliografica

 

Eleonora Pinzuti si sta addottorando in Italianistica presso l’Università di Firenze. Ha pubblicato saggi in miscellanee su autori e critici italiani e stranieri (Dessí, Tabucchi, Boccaccio, Cellini, Bassani, Mann, Yourcenar, Sontag, Corti…) occupandosi di studi di genere e queer. A sua cura l’edizione degli atti Marguerite Yourcenar sulle tracce «des accidents passagers», Roma, Bulzoni, 2006 e, in co-cura con Ernestina Pellegrini Bestiari di genere, Firenze, Sef, 2008. Selezionata per la “Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo” nel 2003, ha pubblicato testi in varie antologie e riviste (suoi testi sono apparsi infatti su Semicerchio, Sagarana, L’area di Broca, su www.nuovorinascimento.org e su opere collettive edite da Zona e da Crocetti). Ha vinto il concorso nazionale di Arcilesbica Bergamo nel 2008.


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