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Gordiano Lupi. Amazzone notturna 
Racconto apocrifo di Guillermo Cabrera Infante
12 Febbraio 2011
 

Non avrei mai scritto questo libro se non avessi avuto come amici due scrittori: Mario Vargas Llosa e Javier Marías. Ella cantaba boleros era il filo conduttore di Tres tristes tigres. Mario lesse il romanzo, - che poi non lo so neppure io se era un romanzo, sarebbe meglio dire una serie di scherzi, giochi di parole lessicali, un insieme di testi dedicati all’Avana, alla capitale più sensuale d’America, interpretata da alcuni cavalieri della notte -, e mi disse che avrei dovuto pubblicare Ella cantaba boleros come storia indipendente. Accettai il consiglio. Javier, invece, lesse L’Avana per un infante defunto e restò affascinato dal capitolo finale: L’amazzone. «L’ultimo capitolo è perfetto, Guillermo. Dovresti pubblicarlo come racconto autonomo». E io l’ho fatto. Ecco un nuovo libro, dunque, in pratica niente più che due vecchie storie unite da un Metafinale prelevato da Tres tristes tigres. Due racconti riuniti in un libro, due storie che - come molte mie narrazioni precedenti - celebrano la notte e l’amore, forse le sole cose in cui ho creduto fino alla fine dei miei giorni. Perché sono soltanto un cavaliere della notte che galoppa lento in groppa del suo destriero.

 

Narrare la mia storia d’amore con Violeta del Valle è come scrivere la storia di tante notti avanere passate a rincorrere un sogno, ma i suoi occhi verdi sono indimenticabili, come in quel famoso bolero Aquellos ojos verdes, occhi così insoliti in Cuba, come possono esserlo gli occhi neri in Russia, occhi che mi hanno fatto perdere la testa e persino l’indirizzo d’una casa dove mia moglie attendeva un figlio. Violeta faceva l’attrice, a Caracas, si era sposata con un venezuelano, ed era bellissima: grandi occhi verdi, bocca stupenda e in mezzo un naso prominente che conferiva maggior personalità al volto. Una Venere dagli occhi verdi, come diceva lei sorridendo e io non potevo dimenticare i suoi occhi verdi, sempre sulla difensiva, due occhi che mi avevano stregato. Andavamo insieme al Floridita per bere il daiquiri che ammaliava Hemingway, al Cabaret Ciro’s e pure al cinema Esmeralda, un cinema economico che emanava profumo di povertà, liquori in bottiglia stappati, aria condizionata rancida e puzzo di tabacco scadente. Violeta del Valle lavorava anche per la televisione e io non avevo niente in contrario, perché non ero come la maggior parte degli scrittori della mia generazione che si vantavano di disprezzare la televisione, senza rendersi conto che si trattava dello stesso disprezzo di cui aveva sofferto prima il cinema. A me piaceva la televisione come spettatore, ma mi interessava anche come scrittore e una volta ho persino tentato di scrivere un adattamento per un programma del mistero che si chiamava Tension en el Canal 6. Scrivere era la mia vita. Non importava come e per chi dovessi farlo.

Violetta riempiva con il suo sorriso le mie notti avanere, camminavamo fianco a fianco lungo la calle Industria, verso Barcelona, mentre la luce dell’estate tropicale si trasformava in un soave crepuscolo, più rosa che malva. Frequentavamo le posadas, alberghi a ore dove potevamo fare l’amore, protetti dal silenzio della notte, nascosti da tendine che favorivano la promiscuità dei sessi. Entrambi avevamo qualcuno ad attendere: mia moglie, sua sorella e un marito dimenticato a Caracas.

Un giorno seppi che il suo vero nome era Margarita del Campo, un nome floreale come Violeta del Valle… non capivo perché avesse voluto cambiarlo, fino a quando non mi confessò che il vero cognome era Pérez. Margarita Pérez era molto meno poetico e più comune. Me lo disse quando cercava di spiegarmi perché il suo cocktail preferito fosse il margarita e non il cubalibre o il daiquiri. Ma la sorpresa più grande fu quando facemmo l’amore per la prima volta e mi resi conto che uno dei suoi grandi seni, stupendi come gli occhi verdi che mi avevano affascinato, era posticcio. Violeta - o Margarita - aveva subito un’operazione per una grave malattia ed era venuta all’Avana per tentare di ricostruire il seno mancante. Purtroppo le avevano detto che ormai era tardi. Non c’era più niente da fare. Per me fu un brutto colpo, come se mi avessero detto che uno dei suoi occhi verdi era di vetro. La nostra storia andò avanti abbastanza, storia d’amore notturno e impossibile come in un vecchio film italiano. Mi sentivo il protagonista di Senso, vedevo Alida Valli negli occhi di Margarita. Mi trovai a percorrere le strade della notte e a spiare i suoi rientri alle prime ore del mattino, perché il mio ideale era vivere di notte, svolgere i miei compiti e soddisfare i miei amori, dormire di giorno e suicidarmi di fronte a un destino avverso, tagliandomi le vene sotto una doccia tiepida. Possiedo due patrie: L’Avana e la notte. Non so com’è accaduto, ma la prima mi è stata derubata e violentata da un atroce destino. Attendevo il rientro di Margarita, esercitavo la filosofia dell’attesa, domavo la mia impazienza, sorvegliavo che non mi tradisse anche se sapevo di non avere nessun diritto su di lei.

Margarita amava il cinema, come me che scrivevo recensioni per Carteles, ma quando andavo al cinema per lavoro svolgevo un compito solitario, senza nessuno accanto, da buon critico che non si fa condizionare. Margarita amava il cinema popolare, le pellicole messicane che passavano al vecchio Florecita, compiacente con la clientela del quartiere, al punto che proiettava pellicole di Cantinflas e romanzoni appassionati, cinema d’appendice, strappalacrime. Ma con lei andavo a vedere di tutto, sarei finito a galoppare in capo al mondo in compagnia d’un’antica amazzone, mi sentivo un cavaliere della notte che galoppava piano sul lungomare.

Un giorno venni a sapere che Margarita mi era stata infedele. Non disse: “Ti ho tradito”. Disse: “Ti sono stata infedele”. Mi disse che era un tradimento a metà, perché l’aveva compiuto con una donna, con una vecchia lesbica. Quando una donna è molto femminile, molto appassionata, si concede senza differenza di sesso, si lascia condurre dalla passione. Finì per fare una proposta assurda, forse credeva di compiacermi e invece mi fece inorridire: fare l’amore in tre, nello stesso letto, io, lei e la sua amante. Le dissi di no, che non mi piaceva per niente, che era un’idea inconcepibile. Ma niente poteva cancellare il mio amore per lei, neppure queste follie lesbiche e i tradimenti inattesi, perché quando la prendevo per mano mi sentivo un uomo diverso, capace di dimenticare ogni cosa che mi circondava. C’era soltanto lei per le strade di Guanabacoa, quartiere cubano irreale, d’una Cuba rivelata dagli specchi, una Cuba nera tutta da scoprire. Eravamo io e lei sull’Avenida del Puerto, lungo la Via Blanca, a San Francisco de Paula, al Rincón, approdi consueti delle nostre notti. Perché io ho due madri, la città e la notte. Quando apro la cassa di Pandora del ricordo vengono fuori gli odori e i sapori della mia musica notturna. All’Avana dormire è immagine della morte, perché in questa capitale sognante e disperata la notte è vita, è il momento più vitale del giorno.

Ricordare il passato è fare letteratura, forse è vero, ma io solo questo so fare. Non altro. Ricordo che Margarita mi propose di andare via dall’Avana, di seguirla in Venezuela, di andare a vivere con lei in un’isola davanti a Caracas. «Non vivrò mai in un’isola», risposi. «Ma vivi a Cuba. Vivi già in una grande isola», mi disse. «Non vivo a Cuba. Vivo all’Avana. E nessuno mi porterà via da questo posto. Perché la mia vita è qui, all’Avana. L’Avana non è soltanto la mia fine e il mio principio, è il mio scopo di vita». Non è finita così, purtroppo, e non è stata una donna a farmi fuggire. Cuba è rimasta la mia isola mitica e letteraria, la mia isola impossibile. Lei si preparava a partire per il Venezuela e la nostra relazione sfioriva lentamente, fino a morire. «Il tempo e la distanza mi fanno capire che ti ho perso», scrisse un giorno su un foglietto di carta che mi fece avere. Un telegramma che ho conservato per anni, un biglietto commovente dal decadente contenuto letterario, ricordo d’un amore perduto. Tornai a coltivare il mio giardino, mia moglie attendeva una figlia, che vidi nascere alla fine dell’estate, durante una pioggia torrenziale che si abbatteva sulle colonne, nel bel mezzo del fantastico spettacolo della burrasca tropicale. Era una bambina dagli occhi verdi, occhi che nessuno possedeva in famiglia, occhi d’un adulterio, occhi di Margarita del Valle, una donna scivolata via dalla mia vita lasciando dietro sé poche parole.

Tutto tornò alla normalità. Il cielo era chiaro alla mattina, si annuvolava al mezzogiorno, pioveva alla sera e le notti erano umide. Correggevo bozze e scrivevo articoli di cinema per Carteles, frequentavo amici con passioni comuni - niente separa tanto come una comune passione - permettevo che gli amici sapessero tutto della mia vita per tradirla mentre la traducevano in parole. Mi ubriacai pensando a Margarita, al suo splendore sessuale, ai suoi ardenti occhi verdi, al seno che le mancava, rara imperfezione da mitico unicorno. Ricordai il primo incontro, la visione fantastica nel teatro e la lunga persecuzione per le strade dell’Avana. Fu così che una notte raggiunsi la porta della sua casa, salii gli scaloni che avevo percorso insieme a lei, bussai forte e mi aprì una ragazza che non era lei, ma ricordava Margarita. Era la sorella, pure lei sprigionava una strana bellezza che ricordava il passato. Fu proprio lei a farmi notare una cicatrice che mi aveva lasciato Margarita in una mano, un segno ben presente, perché le cicatrici durano più delle parole. Era stata la mia dolce amazzone della notte a incidere quel ricordo d’amore, me ne accorgevo per la prima volta, ma sapevo che era un ricordo che nessuno avrebbe mai cancellato.

 

Gordiano Lupi

10/02/2010


 

Il testo va letto come un racconto apocrifo di Guillermo Cabrera Infante, ispirato al libro Ella cantaba boleros (1996)


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