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Il mio amico Calvert Casey 
Scritto apocrifo di Guillermo Cabrera Infante
Calvert Casey
Calvert Casey 
22 Novembre 2010
 

Se c’è una cosa di cui mi rimprovero è quella di aver conosciuto troppo tardi Calvert Casey, scrittore cubano nato per caso a Baltimora nel 1924 e morto suicida a Roma nel 1969, dimenticato da tutti, soprattutto dalla letteratura cubana ufficiale, abituata a inginocchiarsi di fronte al potere. Ratamar è un esempio importante di questa casta di finti letterati, lui sa cosa vuol dire piegare la testa davanti a chi può decidere sul tuo futuro. Calvert Casey no, lui era un omosessuale balbuziente, sembrava debole ma era fortissimo, era uno di noi, uno degli scrittori che fecero di Lunes un momento importante della vera letteratura. Virgilio Piñera volle che conoscessi Calvert, nel 1960, me lo descriveva come un cubano-americano, mentre Antón Arrufat lo chiamava la Calvita, soprannome che ironizzava sulla manifesta omosessualità, oppure la Tartagliona perché balbettava insistentemente.

Calvert Casey è uno scrittore cubano che in pochi avrebbero apprezzato se non ci fosse stata Lunes, fucina di talenti controcorrente, unione di microbi che messi insieme erano capaci di distruggere la rivoluzione ma presi uno per volta potevano servire, come diceva Haydée Santamaría. Calvert Casey era lo scrittore ideale per un’epoca ideale che durò poco; era uno scrittore avanero nato per caso negli Stati Uniti che possedeva una prosa squisita e leggibile capace di raccontare il suicidio di José Martí e le bellezze stravaganti dell’Isola dei Pini, ma pure articoli così illuminanti da sembrare saggi. Calvert comprese prima di altri che avrebbero chiuso Lunes togliendoci da sotto i piedi il tappeto magico al rovescio d’un paradiso che andavamo lentamente perdendo. Fino a quando è durata la tolleranza verso gli scrittori maledetti, ci siamo dati appuntamento a casa di Virgilio Piñera, una capanna sulla spiaggia di Guanabo, da cui la nostra stella polare letteraria emanava luce incandescente. Le nostre riunioni cominciavano davanti a un piatto di spaghetti alla Piñera, cibo esotico per i nostri tropici, servito su un lungo tavolo sotto un albero di avocados. Una volta Calvert finì quasi strozzare durante una discussione con Virgilio, gli spaghetti gli si infilarono in gola e lo avrebbero soffocato se non fosse intervenuta mia moglie, Miriam Gómez. Arrufat - vera vipera omosessuale - non ci fece caso, disse che la Calvita balbettava e certe volte si affogava con le parole che non riusciva a ingoiare.

Nonostante tutto, soprattutto nonostante se stesso, Calvert Casey fu uno scrittore, al di sopra di tutto e di tutti. Scontò sulla sua pelle come tutti noi il reazionarismo di Fidel Castro, perché non poteva mantenere la sua scrittura all’interno della Rivoluzione. Fu un microbo pernicioso e contagioso - per dirla con Haydée Santamaria - capace di trasformare la rivista della Casa delle Americhe in una vera rivista e non in un bollettino di partito. Un microbo che disturbava, da destinare a luoghi lontani per impedire il contagio, come fecero con me in direzione Bruxelles. Calvert fece appena in tempo a pubblicare El regreso, fantastico volume di racconti osteggiati a Cuba, ma giudicati da critici veri come esempio di stile, superiore persino alla prosa di Salinger.

Calvert invitò Allen Ginsberg a Cuba, scrittore omosessuale che in quanto straniero poteva permettersi di dire in pubblico che Fidel Castro doveva aver avuto esperienze omosessuali e che a lui sarebbe piaciuto tanto andare a letto con Che Guevara. “Omosessuali di tutta Cuba, unitevi. Non avrete da perdere nient’altro che la vostra vergogna”, disse Ginsberg in un eccesso di appartenenza.

Calvert viveva ancora a Cuba ma lo faceva da appestato, da scrittore messo al bando, costretto a non pubblicare e a tenere per sé le sue creazioni. Lo rividi all’Avana quando tornai in patria per i funerali di mia madre e mi trattenni per quattro lunghi mesi nella capitale. Lui era il miglior scrittore cubano vivente e nessuno lo sapeva, caduto in disgrazia sul piano politico, in posizione precaria di fronte al potere, ingenuo nel voler restare a Cuba nonostante tutto. Calvert commise il grande errore di raccontare allo scrittore messicano Emanuel Carballo che a Cuba si deportavano omosessuali in campi di concentramento, con guardiani, cani lupo e filo spinato con la corrente. Non sapeva che le Umap erano un segreto del Ministero degli Interni, era vietato parlarne in pubblico, soprattutto non si doveva rivelarne l’esistenza in presenza di stranieri.

Ho rivisto Calvert a Madrid, nei primi tempi del mio esilio, siamo andati insieme a Barcellona dove lui doveva pubblicare i suoi racconti e un romanzo che non ha mai scritto, o forse l’ha scritto ma ha finito per distruggerlo. Calvert soffriva per la sua condizione di controrivoluzionario, temeva di non essere più pubblicato, neppure in Europa dove la sinistra non sapeva che cosa fosse davvero la Rivoluzione cubana ma la difendeva. Nel 1966 ero esiliato in Inghilterra, la mia patria adottiva, quando rividi Calvert nello squallido scantinato di Trebovir Road a Earls Court, mia prima residenza londinese. “Non mi piace per niente questo posto”, disse Calvert. E siccome conosceva un po’ di santeria, fece una sorta di rito magico per scacciare gli spiriti maligni e le presenze nefaste. Ricevemmo molte visite di Calvert in quel periodo, dopo un suo lungo viaggio in India e dopo che lui aveva incontrato un giovane amante italiano di cui era molto innamorato. Non dissi mai a Calvert cosa pensassi di quel ragazzo sfrontato troppo più giovane di lui, interessato soltanto ai suoi soldi e ai costosi regali. Il mio amico era troppo innamorato, non avrebbe capito; io ero diventato troppo londinese e avevo appreso l’ipocrisia come forma di buona educazione, sapevo che non sempre bisognava dire la verità agli amici, soprattutto quando non volevano saperla.

Non ho più visto Calvert Casey, purtroppo. Peccato, perché a lui sarebbe piaciuta molto la nuova casa dove mi sono trasferito con Miriam Gómez, a Kensington, in quella Gloucester Road pulita e chiara, immune da difetti e da spiriti maligni. Un giorno arrivò una telefonata assurda come la morte, o come la vita: “Calvert Casey si è suicidato a Roma”. Odio il telefono, non so perché. Le brutte notizie arrivano sempre per telefono, preannunciate da squilli terribili alle ore più impensate. Per anni ho atteso la sua lettera che non è mai arrivata, capace di contraddire e di spiegare l’inesplicabile. Alla fine ho dovuto accettare la morte di Calvert Casey, suicida a Roma senza un vero motivo o forse per mille motivi diversi. La stampa italiana fece a pezzi il suo corpo mortale, rendendolo oggetto di gossip terminale, trattato come un omosessuale suicida che conduceva una vita dissoluta. Il mio amico Calvert doveva scontare due peccati non emendabili per certa stampa italiana di sinistra: omosessuale e controrivoluzionario. Non ho mai capito perché l’ha fatto, anche se i motivi potevano essere molti. C’era Gianni, l’amore troppo giovane della sua vita, al quale aveva dedicato un romanzo ridotto a un misero frammento. Poteva essersi ucciso per lui. C’era una Cuba lontana dove non poteva ritornare perché aveva rinunciato alla cittadinanza, mentre l’Italia gli aveva tolto il permesso di soggiorno e lo costringeva alla fuga. Non ha retto alla disperazione, povero Calvert, scrittore sensibile e dimenticato, nato per caso a Baltimora, innamorato della sua Avana e del tropico, come dei corpi dei ragazzi che cercava di conquistare sul muretto del Malecón. Ed è scivolato via dalla mia vita in una notte romana, rifiutato da tutti, persino da Haydée Santamaria che non rispondeva ai suoi telegrammi e che poco dopo si sarebbe suicidata anche lei. Non so che cosa si diranno adesso nel paradiso dei suicidi, forse si comprenderanno a vicenda, forse no. Calvert Casey narratore di racconti - non era un romanziere, proprio no - è stato il più audace di tutti noi, gli uomini che fummo Lunes, l’avventuriero che in viaggio si è spinto più lontano. Timido e balbuziente, Calvert è stato eloquente fino alla fine, persino dopo la fine, si è dimostrato un grande attore comico capace di giocare alla tragedia del suicidio.

 

Gordiano Lupi

 

 

Nota: Il racconto parte dalla finzione che sia Guillermo Cabrera Infante a raccontare Calvert Casey (1924 - 1969), scrittore cubano che ha pubblicato El regreso (1962), Memorias de una Isla (1964) e Notas de un simulador (1969). In Messico è uscita nel 2009 una raccolta dei suoi migliori racconti. In Italia nel 1966 è stato pubblicato Il ritorno (Einaudi) tradotto da Lucrezia Cipriani Panunzio, ormai fuori catalogo ma reperibile in molte biblioteche nazionali. Sono consigliate le fotocopie! «L’esilio non è mai stato facile per nessuno. Ma se per qualcuno può rivelarsi poi non tanto male, magari anche proficuo e vivificante, per altri può diventare una angoscia senza fine. Per Casey diventò intollerabile», ha scritto Lucrezia Cipriani Panunzio. Il mio racconto - ispirato ai testi di Cabrera Infante - può servire a non dimenticarlo.


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