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“Mai più guerra” con il viatico dei disegni di Käthe Kollowitz
01 Febbraio 2009
 

Si assiste ogni giorno a una recrudescenza della violenza che crea insicurezza, insofferenza, diffidenza, divisioni, sopraffazioni. Il mondo è cambiato sotto l’aspetto socio-economico e politico e il divario tra i popoli si accentua sempre di più con scarsi risultati degli interventi prodotti come mediazioni o abbattimento della fame o dialogo tra le diversità ideologiche. Spetta pertanto alla scuola riprendere il suo ruolo di educatore: educare a sapere, a capire, a confrontarsi, per dire “No! alla guerra”, “No! alle armi”, “No! alla violenza e usare tutti gli strumenti, tutti i linguaggi della comunicazione per risvegliare le coscienze e far sì che il principio di fratellanza diventi  deterrente contro ogni minaccia di guerra. Non utopie di pensiero, ma realtà se si desiderano ardentemente secondo il motto “Non basta volere, bisogna bramare” pronunciato da Petrarca per la salita al monte Ventoso e noi aggiungiamo -fortemente volere-.

Le persecuzioni razziali, che costituirono nella Seconda guerra mondiale un’immane tragedia, hanno purtroppo insegnato poco all’umanità.  Al “Viaggio” della disperazione, narrato da Primo Levi,  viaggio verso il Lager da lui descritto come discesa agli inferi, si contrappongono oggi i viaggi della speranza, di coloro che provenienti da Paesi più poveri, cercano lavoro e un avvenire migliore nella nostra terra. Ma quali sono le loro speranze? Quali atteggiamenti discriminatori li attendono? Sembra essere  ritornati all’antica barbarie o forse bisogna parlare  solo di barbarie di oggi?.

 

 

La -guerra- è malattia della mente e se  per tutti è esperienza terribile, ancor di più lo è per i bambini e i ragazzi, che per sempre porteranno nel cuore le immagini di morte. Così nella sua Ballata per il ragazzo che fui nel 1944,  Franco Maniscalchi scrive:

 

 

Era polvere il cielo, sulle vie

Le verghe deragliate, e case chine

Protendevano, fra le batterie,

bronchi di mura, nubi di caligine.

 

Anni che in me, un ragazzo, si stamparono

Franandomi dintorno e mi franò

Nel petto il cuore. Giorni, ore, minuti

Di raffiche, di morti, d’arsi grani

 

Abbattuti, un tempo che violò

I sogni, che mi spinse fra le mute

Torme d’inermi cacciati da mute

Fameliche ai rifugi. Chi non dà

Pace all’infanzia è già morto, è già all’inferno. E l’inferno è sulle vie.

 

 

…e mi franò nel petto il cuore… La poesia contiene immagini che esprimono efficacemente la distruzione dei sogni e delle illusioni giovanili provocata dalla guerra.

  

La scuola ha  una grande responsabilità nell’educazione dei giovani  affinché non attecchiscano in loro concezioni discriminatorie o razziste. Non si deve parlare di  guerre come se ognuna fosse diversa per luoghi e popoli che implica, ma di “guerra” dato che essa ha un solo  significato: morte, violenza e distruzione. I bambini con in mano un fucile, i ragazzi vestiti con una divisa, preparati allo spirito bellico e alla disciplina militare, annientano il concetto di Pace. La Pace esclude ogni forma bellica e dove non c’è Pace, c’è solo morte. È sotto gli occhi di tutti lo scempio dei bambini palestinesi, immagini che richiamano archetipi di stragi di innocenti. Il mondo non può tacere, non può dire: io non sapevo; il mondo non può nascondere il volto e ignorare.

    

   

Nella cittadina di Terezìn, a poca distanza da Praga, vennero deportati tra il 1942 e il 1944 quindicimila bambini.

Riportiamo le parole di Alena Synkovà, una di loro.

  

Vorrei andare sola

Dove c’è un’altra gente migliore,

in qualche posto sconosciuto

dove nessuno più uccide.

Ma forse ci andremo in tanti

Verso questo sogno,

in mille forse

e perché non subito?

   

Vorrei andare sola…Il sogno potrebbe essere la Pace, la Libertà, la Gioia.

Queste parole oggi sono presenti sulla bocca dei bambini palestinesi e dovrebbero servire di monito.

In ogni individuo esiste il desiderio di pace e se l’arte è uno strumento efficacissimo per  denunciare la violenza contro l’infanzia, tale è l’arte di Käthe Kollowitz, artista tedesca che testimoniò nelle sue opere lo stato di indigenza degli operai, dei contadini, delle vittime della guerra e in particolar modo dei bambini.

Costretta dal regime ad allontanarsi dal suo paese perché artista scomoda, non rinunciò mai alla sua arte e fece di essa uno strumento di denuncia. L’espressionismo tedesco, forte, vibrante e assoluto esprime il dolore, la disperazione, la tristezza ma anche la dignità dell’essere umano sopraffatto, sfruttato e utilizzato. Le espressioni dei bambini sono laceranti, i bimbi con le scodelle in mano abbattono qualsiasi frontiera e diventano l’emblema di un monte in crisi.   

  

Käthe Kollwitz nacque nel 1867, con il cognome Schmidt, nell'allora città prussiana di Königsberg, nella quale visse fino al 1885. Madre di due figli, la Kollwitz sentì fortemente il motivo della maternità, espresso però con toni tragici come il dolore di una madre che non può dar da mangiare al figlio che sta morendo. Käthe ha coscienza delle difficoltà che deve affrontare un'operaia per allevare la sua prole. Avverte anche profondamente, per esperienza personale, il dramma della madre che perde il figlio in guerra: nella prima guerra mondiale le morì il figlio più giovane e nella seconda il nipote prediletto. L'odio nei confronti della guerra rese le sue opere ancora più struggenti e appassionate. Nel 1924 disegnò il manifesto dal titolo Mai più guerra! che esprime la sua protesta contro il militarismo. Il tema della maternità assume nelle sue opere sempre più un contenuto antimilitarista. Käthe Kollwitz morì il 22 aprile 1945, pochi giorni prima della fine della guerra, nel piccolo centro di Moritzburg vicino a Dresda, dove aveva trovato rifugio presso alcuni amici dopo che i bombardamenti su Berlino avevano distrutto la sua casa. In luogo di quella casa è stato eretto un monumento in suo onore. Nel 1950 fu pubblicata in Germania una monografia per far conoscere la sua arte alle generazioni cresciute sotto il regime nazista. Le sue opere sono esposte in musei e gallerie e i bambini le conoscono già dai libri di scuola e l’arte realizza la sua opera di educatore delle generazioni: Sapere per non dimenticare.

 

A cura di Anna Lanzetta


Foto allegate

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