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Gino Songini. Brevi note sulla pittura e sulla musica. 
E sul loro stato ai giorni nostri
Pablo Picasso,
Pablo Picasso, 'Autoritratto', 1907 
04 Marzo 2012
 

Se pensiamo alle arti tradizionali, quelle che appartengono da sempre alla civiltà umana, dobbiamo ovviamente ricordare la pittura, la scultura, l'architettura, la poesia, la letteratura, la musica, la danza, il teatro. In tempi più vicini a noi sono nate la fotografia e il cinema. Si tratta, per queste ultime, di espressioni artistiche relativamente “nuove” (la fotografia ha centocinquant'anni di vita, il cinema poco più di cento) e in continua evoluzione. Naturalmente anche le altre arti hanno subito nel tempo un'evoluzione. Sappiamo bene che l'arte moderna è assai diversa da quella rinascimentale o da quella antica. Nel corso dei secoli si sono susseguiti stili, scuole e movimenti che hanno trasformato ogni tipo di attività creativa e hanno mutato i criteri stessi della percezione estetica.

Prendiamo il caso della pittura. Attraverso i secoli, da Giotto (m. 1337) a Modigliani (m. 1920), e passando per Masaccio, Raffaello, Tiziano, Caravaggio, Tiepolo, Canaletto, Fattori, Segantini ecc., tutto è cambiato profondamente. Nell'ultimo secolo poi l'evoluzione dell'arte pittorica ha conosciuto ritmi estremamente accelerati. Non si contano gli “ismi” delle diverse tendenze sviluppatesi dall'Europa all'America, dall'Africa al Giappone. Per quanto riguarda l'Italia (ma non solo) basti pensare al divisionismo, al futurismo, all'astrattismo, al postinformale, alla ricerca gestaltica, a quella segnica, cinetica, ambientale, neofigurativa ecc. Senza dimenticare gli influssi della pittura straniera, dal cubismo al surrealismo, dall'espressionismo al classicismo. Alterna fortuna hanno poi avuto le cosiddette “avanguardie”, a loro volta ben presto divenute “post” e quindi retrocesse a mode superate e vetuste. Una sequela di movimenti sempre più tesi all'affannosa ricerca di qualcosa di nuovo da proporre, di qualcosa di nuovo da dire. Per arrivare dove? Per arrivare, almeno così a me sembra, a un punto nel quale la pittura, e non solo quella italiana ovviamente, ha forse trovato il suo approdo finale, oltre il quale non c'è altra strada che quella della dissoluzione e del nulla. E naturalmente lo stesso discorso vale per la scultura.

Visitando una recente mostra nella quale venivano messi a confronto artisti del Rinascimento con autori (pittori e scultori) contemporanei, una nota studiosa dell'arte ha usato espressioni forti come “il mesto nulla di un artista odierno” e “la palude terrificante dell'arte di oggi”. Condivido tali espressioni. Qui non si tratta, amici lettori, di banalizzare il discorso celebrando la bravura inarrivabile degli artisti del passato rispetto all'inettitudine di quelli del nostro tempo. Ci mancherebbe. Non si tratta di mettere a confronto Pablo Picasso con Leonardo da Vinci. Qui si vuole soltanto chiarire un concetto che ormai si impone con evidenza: la pittura contemporanea non conosce più la sua strada. O forse, per dirla tutta, non ha più nessuna strada da percorrere perché ha esaurito il suo cammino. Ora dire questo può sembrare un paradosso di fronte al proliferare di mostre, di produzioni e di esposizioni realizzate da una moltitudine di autori in ogni parte del mondo. Ogni giorno possiamo osservare l'affannoso agitarsi di uno stuolo di artisti o di aspiranti tali che danno quasi l'impressione di svolazzare scompostamente come insetti intorno alla carta moschicida. Ma proprio questo attivismo frenetico e incontrollato contribuisce a confermare la sensazione di un'agonia avanzata e di una fine imminente. Per farla breve, io non riesco a immaginare un futuro per la pittura, al di là degli aspetti mercantili di opere (quelle di chiara fama, s'intende) sempre più ridotte a merce di scambio tra banca e banca, tra milionari e milionari, tra collezionisti e collezionisti. Ma l'arte è un'altra cosa. La pittura del Novecento, “il secolo breve” da poco trascorso, ha bruciato i ponti alle sue spalle ma non è riuscita a indicare una strada per il futuro. Del resto la fotografia, il cinema, la televisione, internet, le comunicazioni interattive, con la loro invadenza e con la loro violenza iconica, hanno sconvolto i parametri di questa arte meravigliosa e antichissima, nata insieme agli uomini nelle caverne. L'innato interesse dello spirito umano per le “immagini” è volto ormai altrove, e non trova più motivi di attenzione per un'espressione artistica che proprio sulle “immagini” basa tutta se stessa. Di questo si parlava recentemente con un amico pittore, il quale confidava il suo disorientamento nell'ideare, costruire e realizzare opere che, sulla tela o su altro, siano oggi in grado di dire qualcosa di veramente nuovo.

Diverso è invece il discorso che riguarda la letteratura, il cinema, il teatro, la poesia. Personalmente ritengo che, sia pure con tutte le loro difficoltà, queste attività creative abbiano davanti un cammino ancora lungo. A differenza della pittura e della scultura esse non hanno esaurito la loro spinta creativa.

La stessa cosa, e con maggior convinzione, può dirsi per la musica. Essa è ancora in grado di offrirci emozioni che entrano nell'animo di ognuno di noi. Il Novecento, dal punto di vista musicale, è stato un secolo di eccezionale importanza. Grazie alla sua diffusione, favorita anche dalle innovazioni tecnologiche, la musica è divenuta patrimonio universale, disponibile per chiunque in ogni angolo della terra. In questo campo la modernità non ha chiuso ma ha aperto altre strade, nuove e importanti. Tutto quello che è avvenuto in campo musicale, non solo ha contribuito ad arricchire la civiltà umana, ma anche ad avvicinare i popoli tra di loro. Durante il Novecento l'America ha rimandato in Europa melodie e composizioni rielaborate col contributo dei ritmi africani, dal soul al gospel, dal jazz al rhythm and blues, dal rock' n' roll alla pop music, ecc. Tre continenti per una sola musica. Per non dire della meravigliosa produzione sudamericana e caraìbica. Sempre nell'ultimo secolo sono state conosciute e diffuse nel mondo le più belle musiche popolari dei diversi paesi, dall'Italia alla Russia, dalla Germania al Portogallo, dal Cile alla Grecia, da Cuba a Israele, ecc. E ancora: una grande massa di appassionati ha potuto finalmente apprezzare le grandi opere sinfoniche e concertistiche come un tempo non si poteva nemmeno immaginare. Si sono avvicinati alla musica giovani di ogni parte del mondo. E forse questa non è che la prima parte di una strada che può ulteriormente contribuire ad affratellare i popoli della terra.

Ma lasciamo stare i discorsi troppo grandi. Per chiudere queste brevi note vorrei ricordare che anche da noi, nella piccola realtà valtellinese, la musica ha svolto il suo ruolo di arte pura e democratica, aiutando il risveglio del nostro sonnolento microcosmo. Nella seconda metà del secolo scorso, in particolare durante “i favolosi anni Sessanta”, sono sorti anche in Valtellina gruppi musicali che hanno segnato la storia locale con il loro entusiasmo, con la loro voglia di essere parte di un mondo giovanile che nella musica si riconosceva, e che con la musica intendeva partecipare alla trasformazione della società. Certo, non si sta parlando dei Beatles, né dei Rolling Stones. Ma la bella ricerca di Paola De Maestri sui gruppi rock valtellinesi, riportata dal Gazetin, con le interviste ai protagonisti di allora, ha fatto rivivere in maniera splendida momenti e atmosfere di un tempo ormai lontano ma che ha lasciato tracce più che positive nel nostro ambiente. Dai continenti alla Valtellina: qualche muro è pur caduto grazie alla musica.

Io credo che, mentre la pittura si affanna per uscire dal tunnel nel quale è venuta a trovarsi, la musica abbia ancora davanti a sé una strada tutta da percorrere. Dicendo questo non intendo intonare il De profundis per l'una e un'ode celebrativa per l'altra. Io amo profondamente la pittura così come amo la musica e mi sento debitore nei loro confronti di tante emozioni. In questo breve spazio ho voluto semplicemente sottolineare la diversa situazione in cui, a mio parere, queste due attività creative si sono oggi venute a trovare. E per il futuro? Fare previsioni è sempre difficile perché l'avvenire, come è noto, sta sulle ginocchia di Giove.

 

Gino Songini

(da 'l Gazetin, febbraio 2012)


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