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Nebbia dentro il poeta: Matteo Pazzi e il suo “Compendio del cacciatore disarmato” 
di Matteo Bianchi
(foto Patrizia Garofalo)
(foto Patrizia Garofalo) 
23 Novembre 2011
 

Abbracciati come lettere in una parola

prossimi fino a quasi scomparire

l’uno nell’altra,

leggermente socchiudo gli occhi

le mie dita scorrono tra i tuoi capelli,

sono l’incudine di un’onda che accarezza

il martello di una piccola vela,

e,

dopo che sei uscita,

trovare sul tavolo della cucina

due tazzine di caffè, e continuare a saperti …

qui … con me … vicina …

 

 

Il cuore pulsante della lirica è la lettera “e”, che congiunge due fasi intime complementari; questa è la dolcezza realista con cui scrive del suo sentire Matteo Pazzi. Un sentimento che non si rassegna davanti ai plotoni d’esecuzione a cui siamo sottoposti di continuo e che si rifà alla saggezza di Mario Luzi nell’opera pubblicata postuma: «quassù non giunge / la furente sparatoria / ma attento, attento, […]».

Il Compendio del cacciatore disarmato è stato ripresentato di recente presso l’atelier (R)evolution di Rita Mazzini a Ferrara, dopo la pubblicazione nel febbraio del 2008. Matteo Pazzi è un giovane poeta estense che nella raccolta delinea i tratti onirici di un luogo vicino a quello in cui egli risiede, un ubi che concilia i lineamenti del paesaggio a quelli dello spirito: Montesanto, una frazione di seicento anime o poco più del comune di Voghiera, nella nebbiosa campagna ferrarese. La nebbia, che appartiene al sangue di tutti gli abitanti delle terre di pianura e come un velo stempera allontanando l’osservatore dal quotidiano, ne quieta l’animo, a volte, però, illudendolo nella speranza ci sia altro al suo dissolversi.

Lampante già dal titolo è la citazione di Giorgio Caproni, equidistante tra il Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee (1965) ed Il franco cacciatore (1982), delle quali la seconda è dedicata dal grande poeta «ai suoi di casa», un’aria familiare intrinseca anche ai versi di Pazzi. Il cacciatore del giovane tiene tra le mani l’esperienza di un compendio e non un fucile, non si difende ad oltranza, ma si apre agli altri. Una prova di fiducia dalla valenza ossimorica, ossia pronta a subire le occasioni della vita. All’ombra di Caproni, Pazzi si affianca nella ricerca di un oltre – più che di un altrove – che prende corpo nell’amore («una rosa quando sboccia / non ha più alternative, / è un cuore di tanti istanti», a pag. 57) dedicato ad un “tu” ricorrente («anche stamattina arriverò / con mezz’ora di anticipo / per vederti arrivare» e ancora «un altro patetico minuti di vita / senza un tuo “ciao” allagato di cielo», a pag. 37), che attraversa tutta la raccolta, come fosse il personaggio di una narrazione. Un’ipotetica lei, che non tanto importa sia esistente o immaginaria, o – certamente – mescolanza di entrambe le realtà («sognare non è vivere», a pag. 36), quanto si riveli un mezzo per indagare se stesso nel profondo, per conoscersi meglio durante il viaggio che è l’esistenza. Alla domanda della Mazzini «credi nel Dio cristiano?», Pazzi ha risposto citando Nabokov «non importa che tu creda o non creda in Dio, l'importante è che Dio creda in te», un artificio logico con cui ha sottolineato elegantemente la sua posizione. Matteo Pazzi è laico e laica è la sua ricerca, ma se un giorno ci sarà un Giudizio di fronte agli occhi di una supposta divinità, il poeta spera di poterle riconsegnare il suo cuore riempitosi delle esperienze di un cammino intero. Allo stesso modo Wistawa Szymborska elencava i prestiti concessi a lei da Dio, la restituzione dei quali coincide con l’angoscia dell’attesa: «Nulla è in regalo, tutto è in prestito. / Sono indebitata fino al collo. / Sarò costretta a pagare per me / con me stessa, / a rendere la vita in cambio della vita».

Matteo Pazzi non identifica in un demone la Poesia – definizione cara a William Blake – che soffia nelle orecchie e nella mente, che orienta il cuore dell’uomo, quale, invece, un fiume carsico che disseta e alimenta la nostra dimensione interiore. La poetessa Eleonora Rossi, in una delle sue ultime liriche, definisce la Poesia una «grotta carsica», in cui raccogliere i resti luminosi dei nostri giorni. Un lascito che per Matteo Pazzi è ciò che rimane del viaggio, il suo fine sostanziale fissato con le parole allo spessore del foglio: «Foglio di carta che brucia il giorno» (pag. 72).

Le liriche non hanno il vincolo visionario dei titoli: bastano i primi versi a tracciare il percorso. Neanche scelte metriche evidenti ne distinguono la stesura, bensì una ricerca della parola che soppesa il proprio significato. È la parola del vissuto e mai dimenticato.

Il suo interesse per la poesia inglese, in particolare del Novecento, lo dimostra il cucchiaino che risuona contro i bordi della tazza («a un cucchiaino / che non può uscire / dalla gogna circolare della tazzina», a pag. 77), l’eccezionale primo correlativo oggettivo del Prufrock di T. S. Elliot: «I have measured out my life with coffee spoons» (verso 51). O, nella semplicità dell’usuale, una passione per il caffè, pausa dalla confusione del susseguirsi dei pensieri e da un tempo frenetico imposto a noi stessi da un sistema sociale snaturato («Anche quel mattino / il treno era in ritardo, / la lepre invece no», a pag. 65), che il poeta porta con sé.

 

 

Il cacciatore senza memoria

 

Io ricordo;

la campagna e l’inverno,

compassi di nebbia

fra le magre stelle polari

dei nudi alberi da frutto –

 

arrivo – ancora una volta

è un piccolo paese

 

un gruppetto di case

simili a pezzetti di pane

sulla schiena

di operose formiche

 

m’incammino verso

l’unico bar del luogo,

 

una persona anziana e sconosciuta

appena mi vede entrare

getta a terra il cappello

e si tappa la bocca con le mani

 

“Il mio bar si chiama Dio”

dice il proprietario

da dietro il bancone

 

“dove stai andando?” mi chiede

 

“Vivere spesso

ha il sapore di un partire oggi

e arrivare ieri” gli rispondo

 

la persona anziana e sconosciuta

raccoglie il cappello

e me lo porge.

 

(Matteo Pazzi)

 

 

Antefatto

 

Sedetti fuor dell’osteria
al limite della foresta.

Aspettai invano. Ore e ore.
Nessun predace in cresta
apparve della Malinconia.

Aspettai ancora. Altre ore.
Pensai, in straziata allegria,

al colpo fulminante

del franco cacciatore.

 

(Giorgio Caproni,
da Il franco cacciatore)

 

*

 

Matteo Pazzi è nato a Este (Pd) nel 1977; si è laureato in scienze politiche con una tesi sul filosofo francese J.-J. Rousseau. Ha conseguito due master universitari di II livello in Politiche sociali e Pianificazione territoriale presso l’Università di Bologna e in Diritto della Rete presso l’Università di Padova. Tra 2000 e 2008 sono usciti i seguenti volumi di poesia e narrativa: Ventiquattro poesie con MontEdit, Il Pasto con Este Ediction, Chiuso per lotta con Prospettiva Editrice e Compendio del cacciatore disarmato con Simple Edizioni. Suoi testi sono stati pubblicati in diverse riviste: Il foglio clandestino, Poesia, Soglie, L’Ippogrifo, Il vascello di carta.

 

Matteo Bianchi

 

 

Matteo Pazzi, Compendio del cacciatore disarmato

poesie, Edizioni Simple, Macerata 2008, pagg. 88, € 10,00


Foto allegate

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