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Mariaelisa Giocondo: Dario Bellezza, l’insostituibile. (Parte prima)
07 Agosto 2009
 

Ma la cultura, la poesia, può essere classificata in base al genere o meglio la Cultura può essere omosessuale o eterosessuale?

Con questa affermazione/indignazione inizia la mia scoperta di Dario Bellezza ed in fondo così narrano anche le sue parole che allora, ancora non conoscevo: «Ad esempio, personalmente so di non essere un poeta omosessuale. Al limite, sarei un omosessuale poeta. La poesia è poesia. Punto e basta. Può possedere migliaia di colori e di sfumature. Uno può scriverla su di un fiore, su un'insalata, sulla magnificenza di un cazzo. Oppure ammettiamo che si potrebbe scrivere la poesia del cazzo, della verdura o dei tramonti. (…) Io credo nei bei versi, nella buona poesia e basta».

Spigoloso e crudo questo era Bellezza. Irriverente era il suo verso. E come tutti i grandi, poesia e vita, s’intersecavano («Se si confonde vita e letteratura uno è e resta sempre se stesso») in un groviglio difficile da srotolare, un po’ perché molti dei suoi libri sono introvabili, un po’ perché sia nelle antologie scolastiche che in quelle specialistiche il suo nome non figura come dovrebbe o a volte è assente del tutto, un po’ perché certa critica lo snobbava, se così si può dire, e che lui stesso considerava andata: «La critica letteraria non esiste. Io faccio il critico a tempo perso, per guadagnare. La critica è morta da quando non ci sono più Cecchi, De Robertis».

Dario Bellezza navigava tra il Poeta Vate, nel senso più pulito del termine, e il giullare. «… Ero giovane, / ero ragazzo, ero libero, ero cascamorto giullare / di un invito al ristorante con la grande artista / melodiosa del verbo incarnato del Cristo». In questi versi tratti da “Morte segreta” viene a compiersi anche la figura di una grande artista, Elsa Morante, che Dario definiva «la mia madrina letteraria». Il rapporto tra l'autore e la Morante era molto controverso. Una relazione particolare, ambigua, che nasceva da una profonda ammirazione letteraria da parte del giovane Bellezza e che via via si andava trasformando in qualcosa di più alto, e allo stesso tempo più concreto, perché non era certo vanagloria quello che il nostro Dario ricercava. In un’intervista rilasciata a Luciano Simonelli nel 1984, Bellezza dice: «La conobbi quando avevo sedici anni e lei, cinquantenne s'innamorò di me... Io avevo ammirazione per lei e anche affetto, come lo può avere un giovane che ha scritto tre versi brutti, glieli fa leggere e si sente dire che sono un capolavoro... Certo se mi avesse considerato davvero un genio, come diceva, poi mi avrebbe perdonato qualunque cosa». Però la Morante non dimenticò mai «certe gravi offese». Da una parte gli apparve difficile capire l’omissione del suo orientamento sessuale: «la nostra storia è andata avanti per nove mesi fino a quando una rivista ha pubblicato un mio racconto e lei, che credeva fossi eterosessuale, leggendolo si è accorta che non era così...».

Sicuramente Elsa occupò un posto molto ambito ma proprio per questa sua natura sentì in Dario l’impossibilità di un sentimento completo. Ma la cosa che gravò nella loro relazione è che elle non poté accettare di essere stata inserita «in un romanzo nella sua verità, senza finzioni né di carattere né di età». In Angelo, infatti, il giovane protagonista, segnato da un’esistenza devastante, dalla droga, all'omicidio, incontra la «famosissima scrittrice» Elisa V. Il libro costerà molto a Bellezza: «Diranno che ho voluto, in verità, soprattutto svalutare agli occhi dei suoi passati lettori la figura sacra della scrittrice... Forse scrivo per vendetta, o per simulare davanti al fosco teatro di me stesso un amore impossibile e normale; e per ritrovare una perduta identità scomparsa nella tempesta del tempo... e pur sapendo che mai Elsa mi perdonerà, ho voluto per l'ultima volta testimoniare l'enorme dipendenza che a lei mi lega».

Nonostante il rapporto importante, che i due ebbero, l’autore di Angelo narrerà la personalità della grande scrittrice aprendo una polemica su Nuovi Argomenti e in un articolo del 1993 su La Stampa, di Mirella Serri, Bellezza dirà: «La passione prima era la letteratura e sarebbe andata a letto con un qualsiasi editore pur di pubblicare» e ancora «quando l'ho conosciuta io stavo cercando di pubblicare le mie prime poesie e lei mi raccontava episodi del suo passato per farmi capire come può essere dura la strada della letteratura». Solo alla fine dell’articolo si comprende la fine del loro rapporto e la motivazione di queste sue rivelazioni che potrebbero sembrare irrispettose alla memoria della scrittrice a sette anni dalla morte. «L'interruzione - del rapporto - fu reciproca, anche perché era difficile rimanerle a lungo vicino senza litigarci. Poi Elsa soffriva di terribili gelosie e vedeva molto male il fatto che io frequentassi Moravia. Insomma un terribile intrigo».

Ma non è certo questo il motivo per cui Bellezza decise di fare queste aspre confessioni ma perché: «Tutte le iniziative che vi sono state per ricordare la Morante di recente non mi piacciono. (…) Dire la verità serve a far scendere sulla Terra e a rendere più concreta e umana una donna, una grande scrittrice che rischia di essere trasformata in un santino dai suoi estimatori».

Serioso fino agli estremi, Bellezza conteneva in sé ogni sacralità dell’ars poetica, dolendosi per la figura del poeta che già allora appariva in una condizione difficoltosa: I poeti animali parlanti / sciagurano in bellezza versi / profumati - nessuno li legge, / nessuno li ascolta. Gridano / nel deserto la loro legge di gravità. (Proclama sul fascino).

Nel colloquio con Maurizio Gregorini, confessa che «lo sforzo del poeta è di conquistarsi un’identità», sono anni, quelli (1989-1996), in cui Dario abbandona l’idea del potere salvifico della poesia, ma mai la sua sacralità o meglio la sua veridicità, «Le poesie, per me, sono come lo specchio di casa; in esse mi rifletto. (...) Bisogna comprendere che la vita non ha importanza, non esiste. È uno scherzo. Di vero c’è solo la letteratura, ahimè, purtroppo».

Dario Bellezza, l’anticonformista, il provocatore, l’uomo di estrema spiritualità, il poeta e il prosatore, durante la sua tormenta vita, attorniato dai suoi figli, i gatti, non risparmiò il suo pensiero, sprezzante forse, nemmeno per coloro che la cultura del tempo riteneva suoi simili, i diversi, gli omosessuali: «Molti degli omosessuali italiani formano una corporazione, mentre io rifiuto di essere parte di una casta, una presa di posizione che mi attira sempre più odio da parte di alcuni froci, come testimonia il fatto che alcuni miei romanzi non incontrano accoglienza favorevole nell’ambiente. (…) In Olanda i froci si sposano, ma io sono contrario al matrimonio tra uomini: riproduce l’orrore della eterosessualità nella sua interezza. La reale condizione omosessuale di un essere umano non può divenire parodia dell’eterosessualità comune, non può divenire una concretezza tipica della borghesia».


Mariaelisa Giocondo



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