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I magnifici quindici... 4. Sopravvivenze 
Una guida del tutto personale alla formazione di una biblioteca di cultura locale in 15 volumi
La copertina del volume
La copertina del volume 
08 Dicembre 2007
 

Gianpiero Mazzoni (immagini),
Giulio Spini
(testi)

Sopravvivenze

Mevio Washington & Figlio, Sondrio 1985

 

Scatulìn piandìn piandòor, quèl che resta l’è’n bèl tesòor. Anche per chi conoscesse a fondo i dialetti della Valtellina, in particolare quello di Rogolo – un paese di poche centinaia di anime vicino all’ingresso occidentale della valle dell’Adda – le paroline ritmiche piandìn piandòor suonerebbero ricche di mistero. Infatti si tratta proprio di due espressioni senza un significato vero e proprio. Eppure questa specie di filastrocca (Scatulìn piandìn piandòor, quèl che resta l’è’n bèl tesòor) rappresenta la musica che, negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo appena concluso, i ragazzini di quel paese hanno ascoltato e gridato quasi tutti i giorni, per più volte al giorno. Era la conta preferita, assolutamente necessaria ad esempio quando si giocava a cicaröla (nascondino), dimenticando le ore che volavano via veloci. Veloci le ore, velocissimi i ragazzi che, dopo la conta, volavano a nascondersi lungo un percorso prestabilito. Si sceglieva, di solito, el gir del memèe, un itinerario che correva lungo una specie di trapezio irregolare. Comprendeva un pezzo di via Roma, tutta la via Fallati e un tratto di via alla Stazione. E il punto da toccare, per risultare vincitori nel gioco, era una porta, a fianco della vecchia pesa pubblica.

Quanti ricordi! Come per magia, in mezzo a loro appare sempre lo Scatulìn, piandìn piandòor... Una conta che risuona cristallina nella colonna sonora della mia infanzia. Una musica carsica, che appare e che scompare, ma che non ti abbandona per tutta la vita. Se ciò sembrasse un’esagerazione, pensiamo anche solo per un istante a quel sapore delicato (una madeleine, un pasticcino addentato dopo essere stato immerso in un infuso di tiglio) che ha avuto il potere di scatenare, come un fiume in piena, un’ondata di ricordi. Memorie dominate dalla magia creativa di Marcel Proust, uno dei massimi scrittori del Novecento. Un episodio capitale, quello della madeleine, che troviamo alla fine della prima parte di Combray, all’interno di Dalla parte di Swann, primo volume della monumentale Alla ricerca del tempo perduto (suggerisco la versione di Giovanni Raboni, edizione Meridiani Mondadori del 1983). Certo, di Proust ce n’è uno solo. Ma il meccanismo che fa emergere i ricordi, può presentare una certa somiglianza. Non si tratta più, questa volta, di un sapore. È, invece, un suono, una serie di parole rimate. Le senti e, all’improvviso, ti compaiono a frotte davanti. Sono i ricordi di un’infanzia trascorsa, quasi cinquant’anni fa, in un paese contadino, ritmata dai lavori dei campi.

C’era una volta…, verrebbe da dire. Allora il tempo era ancora scandito, stagione dopo stagione, dagli avvenimenti che ruotavano attorno al mondo contadino: la semina, la fienagione, la vendemmia, la festa crudele dell’uccisione del maiale a dicembre. Le rogazioni, poi: una lunga processione – tutti vi partecipavano – che si snodava attraverso i campi e saliva in montagna, ai casìn o fino al castello. Si partiva al mattino presto cantando, naturalmente in latino, le litanie dei santi e le drammatiche invocazioni «a peste, fame et bello, libera nos Domine!». E i salotti pubblici aperti a tutti, dove si discuteva, si litigava, si facevano pettegolezzi (quello che oggi chiamano gossip). Il salotto per gli uomini era l’osteria o, nei giorni di festa, la piazza della chiesa dopo le funzioni (la mèsa granda). L’altro, strettamente riservato alle donne, era il lavatoio. E le mucche, con la loro costante presenza. All’abbeverata più volte al giorno, quando le strade, tutte con la loro brava grìscia (pavimentazione delle strade con ciottoli levigati di torrente), risuonavano di campanacci e di muggiti e di qualche sacranùn dei contadini che le accompagnavano. E i ragazzi che, dopo la scuola, sempre numerosi si trovavano a giocare al sas. Anche qui bastavano delle pietre e ci si divertiva per ore.

 

Improvvisamente, siamo sullo scorcio degli anni Sessanta, tutto cambia e molto scompare.

Il paese si trasforma. Quasi senza far rumore se ne vanno le mucche. Lentamente scompaiono i salotti pubblici. La televisione, poi, dà il colpo di grazia anche ai giochi collettivi dei ragazzi (addio cicaröla, addio giügà al sas). E, sempre piano piano ma senza possibilità di ritorno, scompaiono alcuni riti religiosi che si pensavano eterni. Infatti, a un certo punto spariscono le rogazioni. E oggi chi se le ricorda più?

Se ne stavano andando, e per sempre, i riti di un mondo contadino, ormai avviato inconsapevolmente al tramonto. Un insieme di gesti che scandivano immutabili da secoli le varie stagioni dell’anno, i vari momenti della vita. Oggi restano dei ricordi, talvolta tinti di rosa dalla nostalgia. Ricordi che, ad ogni anno che passa, si scolorano sempre di più e che potranno sopravvivere, nell’ipotesi migliore, fino a quando quelli della mia generazione (i cinquanta/sessantenni che hanno vissuto quelle esperienze) resteranno in vita e manterranno una buona memoria. Poi anche Rogolo, insieme a tanti altri paesini, avrà perso per sempre, e irrimediabilmente, un’altra fetta della sua storia.

Invece, fra cento e cento anni, la popolazione di Albaredo, un piccolo paese che vent’anni fa aveva lo stesso numero di abitanti di Rogolo, si ritroveranno ancor nitide e chiare le immagini di quella cultura contadina che ha scandito il ritmo lento e immutabile delle giornate dei loro antenati. In un futuro lontano avranno a disposizione non una semplice narrazione di gesti, di riti e di attività, ma potranno rievocare la vita quotidiana di un tempo, con i suoi modi di pensare e di vivere, cogliendone la sostanza attraverso uno specchio sovente più efficace della parola. Sono ottanta immagini fotografiche in bianco e nero, quasi tutte a piena pagina, raccolte in un libro bellissimo, uscito ventidue anni fa, nel febbraio del 1985. La tipografia era la Mevio Washington di Sondrio, mentre Lodovico Mottarella ne aveva curato l’impaginazione e la copertina. Proprio con questo primo volume fotografico, Gianpiero Mazzoni – fotografo e studioso della cultura alpina, originario di Albaredo – iniziava un percorso nel mondo contadino, tracciato attraverso istantanee fotografiche. (Arriveranno poi altre pubblicazioni. Ne segnalo alcune: Donne di montagna nel 2001 e Pastori nelle valli del Bitto nel 2004. Quest’anno, infine, ha curato le fotografie di un notevole volume di Cirillo Ruffoni sulla storia di Rasura).

 

Intanto sono andato a rileggermi alcune riflessioni che avevo utilizzato tempo fa per recensire, su un periodico a stretta diffusione locale, un altro libro fotografico di Gianpiero Mazzoni; si trattava di Pastori nelle valli del Bitto. Ho trovato frasi e considerazioni talmente calzanti che mi hanno tolto ogni dubbio sulla liceità del loro riutilizzo, soprattutto per un articolo on line. Quando sfoglio Sopravvivenze mi sembra di consultare un libro di poesie. Non scritte, naturalmente, con la penna, ma catturate con una macchina fotografica. Mazzoni riprende il “suo” mondo con scienza e amore. Con amore perché le fotografie denotano un’adesione profonda ai valori del mondo ritratto. Con scienza, perché, nello stesso tempo, è ben consapevole di fornire una testimonianza “storica”. Sa di fornire documenti di una cultura, di un modo di vivere che molto presto cambierà radicalmente. Il mondo tecnologico nel quale siamo immersi è come uno schiacciasassi che non trascura nessun angolo della nostra vita. Ne migliora le condizioni (il freddo, il dolore fisico, la fatica non sono più quelli di alcuni decenni or sono), ma ne modifica – cancellandone anche le tracce – ritmi e riti che, soprattutto nel mondo contadino, restavano immutati da secoli.

Questo libro è tanto più prezioso in quanto permette a un piccolo rettangolo di vita di lasciare, invece, una traccia profonda nel tempo. È un libro bello, con tante foto indimenticabili. È un libro che suscita emozioni. Di regola non ci si diverte e non si ride nelle fotografie di Gianpiero Mazzoni. C’è la fatica, c’è la solitudine. Il filo conduttore, l’accordo che risuona dalla prima all’ultima pagina, sottolinea un concetto chiaro: “è una vita dura”. Una vita che noi osserviamo affascinati, ma che difficilmente – mi verrebbe voglia di dire mai – saremmo oggi disposti a condividere, almeno in questo modo. Io credo che se un fotografo avesse immortalato le stesse scene, gli stessi soggetti nel 1907, cent’anni fa, pochissime sarebbero state le immagini diverse.

 

Renzo Fallati

(8 – segue)


Foto allegate

Rogolo, Via al Cimitero. 1967
Si gioca tutti insieme... 1965 ca.
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