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Valter Vecellio. Alitalia, scuola (e risorse per le scuole private cattoliche), gli accordi con la Libia…
16 Settembre 2008
 

Cu tuttu ca sugnu uorbu, la viu niura”, “Sebbene sono orbo, la vedo nera”. Vale a dire: Vedo che andrà male. La frase, racconta Leonardo Sciascia in “Occhio di capra” sarebbe stata pronunciata nel giugno del 1940 da un cieco che tutti chiamavano “mastru Pietru”, a una fontana pubblica, dove le donne, a turno, attingevano l’acqua. Mussolini aveva appena dichiarato guerra a Francia e Inghilterra e qualcuno gli aveva chiesto che cosa ne pensava. Quel commento rischiò di portare “mastru Pietru” in carcere, e qualche ragione i fascisti l’avevano: la frase racchiudeva ed esprimeva, meglio di qualunque discorso, il radicale pessimismo di chi percepiva perfettamente il disastro verso cui ci si avviava.

Parlare di Alitalia e pensare alla frase di “mastru Pietru” è qualcosa di automatico. C’è poco da pestar acqua nel mortaio, come fa, per esempio, Berlusconi a “Porta a porta”, che non trova di meglio di accusare il segretario della CGIL Guglielmo Epifani e la sinistra di mettere i bastoni tra le ruote al suo gioioso piano per salvare l’azienda.

Di Alitalia si è fatto uno spezzatino: la carne offerta alla cordata guidata da Roberto Colaninno. L’osso buttato disinvoltamente nel cestino dei rifiuti. Certo, con senso del decoro – lo stesso che anima il ministro Mara Carfagna con il suo progetto “via le prostitute dalle strade” – l’osso viene chiamato bad company. In inglese, deve aver pensato qualche cervellone di palazzo Chigi, è più elegante. Sempre osso, rimane.

Bad Company significa che il conto lo paga il contribuente. Significa che il costo di quello che resta di Alitalia lo paga il contribuente: cassa integrazione, mobilità, ammortizzatori sociali, e quant’altro. EsayJet ha calcolato che l’operazione costerà a ogni italiano circa cinquanta euro, da aggiungere a quanto Alitalia ci è costata negli ultimi vent’anni per tenerla in vita anche se era già moribonda. E non parliamo degli esuberi: ancora nessuno sa dire esattamente quanti siano, e che fine faranno.

 

Come sia, la vicenda fa venire in mente il caso Ast. Ast, stava per “Acciai Speciali Terni”, era un segmento della ex Ilva; ricordate? Era il 30 giugno 1994 quando venne annunciata l’avvenuta privatizzazione delle Acciaierie di Terni. L’anno prima l’Ilva era stata scorporata in due aziende, Ast e Ilp; in seguito a una selezione e a una trattativa privata l’intero pacchetto azionario di Ast viene ceduto. Se lo aggiudica il consorzio italo-tedesco Kai Italia Srl, composto dalla multinazionale Krupp che controlla il 50 per cento; e dalla Far Italia, gruppi che fanno capo ad Algarini, Fallck e Riva (l’altro 50 per cento). La Kai si fa carico dell’indebitamento, si impegna a mantenere inalterati i livelli occupazionali; garantisce il mantenimento della direzione aziendale a Terni; si dice perfino disponibile a coinvolgere i dipendenti in un azionariato diffuso, e assicura la continuità produttiva negli stabilimenti di Terni e Torino. I commenti sono entusiastici: “Svolta storica per la città dell’acciaio”… “Arriva un grande gruppo imprenditoriale non statale”, e via così.

Finisce che a sorpresa, a fine 1994, due dei tre soci italiani, Falck e Riva, escono di scena vendendo le loro quote ai tedeschi di Krupp, che così raggiungono la maggioranza assoluta, con il 75 per cento delle azioni. In breve: ad appena un anno, l’operazione procura grandi utili a entrambi: Falck incassa 110 miliardi di lire, Riva 42. In barba agli originari accordi, che prevedevano la parità delle quote, anche in caso di vendita, per tutelare il principio della pariteticità fra tedeschi e italiani. Anche per i tedeschi va bene per una decina d’anni. Poi ThyssenKrupp non trova che Ast sia più conveniente e annuncia chiusure e pesantissime ristrutturazioni. Sappiamo poi come poi si sia evoluta la situazione, e a quali prezzi. E resta un dato incontrovertibile: tutte le promesse e iniziali assicurazioni sul futuro di Ast si sono rivelate carta straccia.

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Un altro imbroglio è quello della scuola. Il ministro Gelmini, con la complicità di una buona campagna di stampa propaganda iniziative di recupero di decoro a costo zero: il ritorno al grembiule, il voto in condotta che fa media, il ritorno al voto numerico… e va tutto bene. Peccato che non si parli dei rovinosi e selvaggi tagli alle classi della scuola pubblica; sarebbe il caso, magari, di prestare un po’ d’attenzione agli ingenti spostamenti di risorse verso le scuole private, che in Italia sono quelle cattoliche, vaticanesche. Su questo risvolto delle “riforme” Gelmini si preferisce sorvolare; e si capisce…

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In cambio di cinque miliardi di dollari da versare in vent’anni, Berlusconi ha assicurato di aver stretto un accordo con il dittatore libico Gheddafi: “Meno clandestini, più gas e più petrolio”. L’Italia, ha premurosamente informato la velina di palazzo Chigi, in cambio dei cinque miliardi di dollari di risarcimenti per la realizzazione di un’autostrada costiera di oltre 1.600 chilometri che attraverserà tutta la Libia, «avrà in cambio l’attuazione degli accordi di pattugliamento congiunto delle coste libiche per il contrasto ai mercanti di schiavi che alimentano l’immigrazione clandestina e una maggiore penetrazione delle sue imprese nello sfruttamento del gas e del greggio libico, con l’ENI già al centro delle relazioni petrolifere. Assieme ad un’altra serie di accordi economico-commerciali».

Al di là delle entusiastiche dichiarazioni della prima ora sarebbe opportuno conoscere al dettaglio, e a livello istituzionale, la natura di questi accordi. Perché al di là delle pacche sulle spalle, e degli album con le fotografie di famiglia, ancora non è ben chiaro in cosa consista questo trattato. Non dev’essere chiaro neppure al ministro dell’Interno Roberto Maroni: che prima esulta, poi si lamenta e vola a Tripoli meravigliato «che la Libia non rispetta gli accordi sull’immigrazione».

Il trattato comporta certamente dei costi, e non sono solo quelli economici. I “costi” su cui si preferisce sorvolare sono quelli che – radicali a parte – ha posto in luce solo Giovanna Zincone su La Stampa: «I costi sono umanitari… Bloccare i potenziali immigrati in Libia per ridurre i flussi clandestini verso l’Italia non mette gli stessi migranti al riparo da sorti terribili. Le carceri libiche di Kufrah, Sebah e Gahran, destinate agli immigrati fermati o respinti, non sono permanenze salubri. Sigillare le frontiere meridionali della Libia, come prevede l’accordo, non tiene conto delle sorti di quei migranti che possono essere respinti verso il deserto. A partire dal 1996, si calcola che più di mille persone abbiano perso la vita tra le dune nel tentativo di raggiungere la Libia o l’Algeria, per poi dirigersi verso le sponde europee del Mediterraneo. Queste soluzioni hanno però un vantaggio: provocano tragedie facili da ignorare. Sono lontane dai nostri occhi, dalla percezione dei nostri media…».

Meglio non si poteva dire. Ma come mai questa indifferenza, questo silenzio da parte di quanti dovrebbero essere in prima fila nella denuncia e nella evidenziazione di questo punto del presunto accordo raggiunto con un dittatore che, secondo le parole di Berlusconi, è «autore di un’opera che ha saputo svolgere in questi anni, portando il popolo libico alla piena dignità e facendo della Libia un protagonista della politica internazionale e, con la sua moderazione, incitare alla moderazione di tutti i popoli»?

 

Valter Vecellio

(da Notizie radicali, 16 settembre 2008)


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