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Claudio Sommaruga. Da liberazione a libertà (per la sua serenità) 
Con l'intervento di Berlusconi, e quello di Primarosa Pia, per il 25 aprile 2009
26 Aprile 2009
 

Finalmente dopo aver bigiato da 14 anni la lezione del 25 Aprile, “Festa della Liberazione”, Silvio ha imparata la lezione ma il componimento, devo riconoscere veramente buono (da otto!), non pare tutta farina del suo sacco! Anzitutto l'ha letto e non l'ha improvvisato spontaneo a braccio, forse un po' retorico e convenzionale con quella overdose della parola “Libertà” per sostituire “Liberazione” cara alla Resistenza: due cose diverse!

Comunque è bene ciò che finisce bene.

Ma occhio! Giù le mani dalla “Festa della Liberazione” che non deve cambiare nome, connotati e significato, come le “foibe” su cui tentano di mettere le mani gli ex fascisti in chiave anticomunista per non ricordarne la loro teorizzazione fascista dei primi “anni venti”!

Non lasciamoci comunque incantare da pose e manovre pre-elettorali volte a incrementare l'audience.

Liberazione” è un'azione che distingue carcerati e carcerieri, liberatori e oppressori.

Libertà” è un ideale, una meta, magari un'utopia, comunque un bene comune anche senz'atto di nascita! Libertà è Pace ma la “pacificazione”, cara alle destre, è un altra cosa: non significa “livellazione” tra buoni e cattivi, tra chi anche in buona fede giovanile ha fatto la scelta giusta o sbagliata; ma poi come l'ha esercitata? Con le stragi e la caccia all'uomo? Tanto peggio una “equiparazione” come tenta la dannata legge in Parlamento che vuole assimilare i ragazzi di Salò ai partigiani! L'uguaglianza è un concetto matematico, non di comodo!

I morti sono, è vero, tutti uguali ma erano ben diversi da vivi. Tutti i morti vanno rispettati dalla pietas romana alla carità cristiana, all'umanitarismo laico della Croce Rossa, ma col perdono solo di chi si è pentito (come nel sacramento cattolico). Ma che ne sappiamo del pentimento dei morti?

Possiamo convivere in pace, noi pochi ultimi sopravvissuti ultra ottuagenari e nonagenari parte in causa e così i nostri eredi, ma solo a titolo personale, perché non abbiamo deleghe dai morti per rappacificare i morti, magari anche non pentiti!

Non possiamo cancellare o modificare la Storia perché dimenticare gli errori (e gli orrori!) è la premessa per ripeterli! Certo la Storia non si ripete uguale, perché cambiano le circostanze, ma può ripetersi con possibili richiami al fascismo italiano, al nazismo tedesco, al comunismo sovietico e possono succedere autoritarismi liberticidi, con la maschera di una “libertà” che però esalta, sotto sotto, il culto del “capo”, minaccia la Costituzione, esautora il Parlamento, impoverisce poteri istituzionali, defrauda l'elettore della libera scelta diretta dell'eletto, trasforma la “democrazia” in “oligarchia” bipartitica premessa di una “monarchia” monopartitica con maggioranze totalitarie, magari oltre il 100% (!) a voto palese e addio libertà di coscienza! Ricordo quando accompagnai mio padre nel 1930 a votare: l'elettore sceglieva la scheda colorata da due mucchi in vista, SÌ e NO, e l'infilava nell'urna sotto gli occhi di tutti! I NO, molto meno del 10%, erano schedati dall'Ovra e molti degli schedati finirono al confino!

In democrazia, la maggioranza ha la forza e non sempre la ragione e la democrazia ha la ragione e non sempre la forza! Pressapoco un'osservazione, mi pare di Einaudi, ben centrata, teniamola ben presente.

Riflettete gente, riflettete!

 

Claudio Sommaruga

 

 

 

25 aprile: un onore e un impegno

Il discorso integrale del Presidente Berlusconi a Onna

 

Cari amici,

non è semplice trovare le parole per descrivere il mio, il nostro stato d'animo in questo momento.

Ci troviamo qui ad Onna per celebrare la Festa della Liberazione, una festa che è insieme, un onore ed un impegno.

Un onore: di commemorare una terribile strage perpetrata proprio qui nel giugno del 1944 quando, i nazisti massacrarono per rappresaglia 17 cittadini di Onna, e poi fecero saltare con l'esplosivo la casa nella quale si trovavano i corpi di quelle vittime innocenti.

Un impegno: che ci deve animare è quello di non dimenticare ciò che è accaduto qui e di ricordare gli orrori dei totalitarismi e della soppressione della “libertà”.

Proprio qui, proprio in Abruzzo, è nata ed ha operato la leggendaria Brigata Maiella, che è stata decorata con la Medaglia d'Oro al Valor Militare. Nel dicembre del ’43, 15 giovani fondarono quella che sarebbe diventata appunto la Brigata Maiella che arrivò ad essere forte di 1.500 uomini.

E non casuale che in questa giornata speciale, i militari del Picchetto d'Onore schierati davanti a noi appartengano al 33.mo Reggimento di artiglieria, il reparto degli abruzzesi che nel 1943 a Cefalonia ebbe il coraggio di opporsi ai nazisti e di sacrificarsi - combattendo - per l'onore del nostro Paese. A quei patrioti che si sono battuti per il riscatto e la rinascita dell'Italia va, deve andare sempre la nostra ammirazione, la nostra gratitudine, la nostra riconoscenza.

La gran parte degli italiani di oggi, non ha provato cosa significa la privazione della libertà. Solo i più anziani hanno un ricordo diretto del totalitarismo, dell’occupazione straniera, della guerra per la liberazione della nostra Patria.

Per molti di noi è un ricordo legato alle nostre famiglie, ai nostri genitori, ai nostri nonni, molti dei quali furono protagonisti o anche vittime di quei giorni drammatici.

Per me è il ricordo di anni di lontananza da mio padre, costretto ad espatriare per non essere arrestato, è il ricordo dei sacrifici di mia madre, che da sola dovette mantenere una famiglia numerosa in quegli anni difficili. È il ricordo del suo coraggio, di lei che come tanti altri da un paesino della provincia di Como doveva recarsi ogni giorno in treno a Milano per lavorare, e che un giorno, su uno di quei treni, rischiò la vita, ma riuscì a sottrarre a un soldato nazista una donna ebrea destinata ai campi di sterminio.

Questi sono i ricordi, sono gli esempi con i quali siamo cresciuti. Quelli di una generazione di italiani che non esitò a scegliere la libertà. Anche a rischio della propria sicurezza, anche a rischio della propria vita.

Il nostro Paese ha un debito inestinguibile verso quei tanti giovani che sacrificarono la vita, negli anni più belli, per riscattare l’onore della patria, per fedeltà a un giuramento, ma soprattutto per quel grande, splendido, indispensabile valore che è la libertà.

Lo stesso debito di gratitudine lo abbiamo verso tutti quegli altri ragazzi, americani, inglesi, francesi, polacchi, dei tanti paesi alleati, che versarono il loro sangue nella campagna d’Italia. Senza di loro, il sacrificio dei nostri partigiani avrebbe rischiato di essere vano.

E con rispetto dobbiamo ricordare oggi tutti i caduti, anche quelli che hanno combattuto dalla parte sbagliata sacrificando in buona fede la propria vita ai propri ideali e ad una causa già perduta.

Questo non significa naturalmente neutralità o indifferenza. Noi siamo - tutti gli italiani liberi lo sono - dalla parte di chi ha combattuto per la nostra libertà, per la nostra dignità e per l’onore della nostra Patria.

In questi anni la storia della Resistenza è stata approfondita e discussa. È un bene che sia successo. La Resistenza è - con il Risorgimento - uno dei valori fondanti della nostra nazione, un ritorno alla tradizione di libertà. E la libertà è un diritto che viene prima delle leggi e dello Stato, perché è un diritto naturale che ci appartiene in quanto esseri umani.

Una nazione libera tuttavia non ha bisogno di miti. Come per il Risorgimento, occorre ricordare anche le pagine oscure della guerra civile, anche quelle nelle quali chi combatteva dalla parte giusta ha commesso degli errori, si è assunto delle colpe.

È un esercizio di verità, è un esercizio di onestà, un esercizio che rende ancora più gloriosa la storia di coloro che invece hanno combattuto dalla parte giusta con abnegazione e con coraggio.

È la storia dei tanti che hanno combattuto nell’esercito del Sud, che da Cefalonia in poi hanno riscattato con il sangue l’onore della divisa.

È la storia dei martiri come Salvo D’Acquisto che non esitò a sacrificare la sua vita in cambio di altre vite innocenti.

È la storia dei nostri militari internati in Germania, che scelsero il campo di concentramento piuttosto che collaborare con i nazisti.

È la storia dei tanti che nascosero concittadini ebrei ricercati, salvandoli dalla deportazione.

È la storia soprattutto dei tanti, tantissimi eroi sconosciuti che con piccoli o grandi gesti di coraggio quotidiano collaborarono alla causa della libertà.

Anche la Chiesa, voglio ricordarlo, fece la sua parte con vero coraggio, per evitare che concetti odiosi, come la razza o la differenza di religione, diventassero per molti motivo di persecuzione e di morte.

Allo stesso modo bisogna ricordare i giovani ebrei della Brigata ebraica, arrivati dai ghetti di tutta Europa, che imbracciarono le armi e lottarono per la libertà.

In quel momento tanti italiani di fedi diverse, di diverse culture, di diverse estrazioni si unirono per seguire lo stesso grande sogno, quello della libertà.

Vi erano fra loro persone e gruppi molto diversi. Vi era chi pensava soltanto alla libertà, chi sognava di instaurare un ordine sociale e politico diverso, chi si considerava legato da un giuramento di fedeltà alla monarchia.

Ma tutti seppero accantonare le differenze, anche le più profonde, per combattere insieme. I comunisti e i cattolici, i socialisti e i liberali, gli azionisti e i monarchici, di fronte a un dramma comune, scrissero, ciascuno per la loro parte, una grande pagina della nostra storia. Una pagina sulla quale si fonda la nostra Costituzione, sulla quale si fonda la nostra libertà.

Fu nella stesura della Costituzione che la saggezza dei leader politici di allora, De Gasperi e Togliatti, Ruini e Terracini, Nenni, Pacciardi e Parri, riuscì ad incanalare verso un unico obiettivo le profonde divaricazioni di partenza.

Benché frutto evidente di compromessi, la Costituzione repubblicana riuscì a conseguire due obiettivi nobili e fondamentali: garantire la libertà e creare le condizioni per uno sviluppo democratico del Paese. Non fu poco. Anzi, fu il miglior compromesso allora possibile.

Fu però mancato l’obiettivo di creare una coscienza morale “comune” della nazione, un obiettivo forse prematuro per quei tempi, tanto che il valore prevalente fu per tutti l’antifascismo, ma non per tutti l’antitotalitarismo. Fu il portato della storia, un compromesso utile a scongiurare che la Guerra fredda che divideva verticalmente l'Italia non sfociasse in una guerra civile dagli esiti imprevedibili. Ma l'assunzione di responsabilità e il senso dello Stato che animarono tutti i leader politici di allora restano una grande lezione che sarebbe imperdonabile dimenticare. Oggi, 64 anni dopo il 25 aprile 1945 e a vent'anni dalla caduta del Muro di Berlino, il nostro compito, il compito di tutti, è quello di costruire finalmente un sentimento nazionale unitario.

Dobbiamo farlo tutti insieme, tutti insieme, quale che sia l’appartenenza politica, tutti insieme, per un nuovo inizio della nostra democrazia repubblicana, dove tutte le parti politiche si riconoscano nel valore più grande, la libertà, e nel suo nome si confrontino per il bene e nell’interesse di tutti.

L'anniversario della riconquista della libertà è dunque l'occasione per riflettere sul passato, ma anche per riflettere sul presente e sull'avvenire dell’Italia. Se da oggi riusciremo a farlo insieme, avremo reso un grande servizio non a una parte politica o all'altra, ma al popolo italiano e, soprattutto, ai nostri figli che hanno il diritto di vivere in una democrazia finalmente pacificata.

Noi abbiamo sempre respinto la tesi che il nostro avversario fosse il nostro nemico. Ce lo imponeva e ce lo impone la nostra religione della libertà. Con lo stesso spirito sono convinto che siano maturi i tempi perché la festa della Liberazione possa diventare la festa della Libertà, e possa togliere a questa ricorrenza il carattere di contrapposizione che la cultura rivoluzionaria le ha dato e che ancora “divide” piuttosto che “unire”.

Lo dico con grande serenità, senza alcuna intenzione polemica.

Il 25 aprile fu all’origine di una nuova stagione di democrazia e in democrazia il voto del popolo merita l’assoluto rispetto da parte di tutti.

Il popolo, dopo il 25 aprile, votò pacificamente per la Repubblica, e la monarchia accettò il giudizio popolare.

Poco dopo, il 18 aprile 1948, la scelta popolare fu di nuovo decisiva per il nostro Paese: con la vittoria di De Gasperi, il popolo italiano si riconobbe nella tradizione cristiana e liberale della sua storia. E gli anni Cinquanta, sempre con il sostegno del voto popolare, modellarono un’Italia come realtà democratica, economica e sociale. L’Italia divenne parte dell’Europa e dell’Occidente, fu tra i promotori dell’unità atlantica e dell’unità europea, diventò da Paese reietto un Paese rispettato.

Oggi i nostri giovani hanno davanti a loro altre sfide: difendere la libertà conquistata dai loro padri e ampliarla sempre di più, consapevoli come sono che senza libertà non vi può essere né pace, né giustizia, né benessere.

Alcune di queste sfide sono planetarie e ci vedono impegnati a fianco dei Paesi liberi: la lotta contro il terrorismo, la lotta contro l’integralismo fanatico e liberticida, la lotta contro il razzismo, perché la libertà, la dignità e la pace sono un diritto di ogni essere umano, “ovunque” nel mondo.

Ecco perché voglio qui ricordare i soldati italiani impegnati nelle missioni di pace all’estero, e in particolare tutti quelli che sono caduti nell’espletare questa nobile missione. C’è una continuità ideale fra loro e tutti gli eroi, italiani e alleati, che sacrificarono la loro vita più di 60 anni fa per ridarci la libertà nella sicurezza e nella pace.


Oggi quell’insegnamento dei nostri padri assume un valore particolare: questo 25 aprile cade all’indomani della grande tragedia che ha colpito questa terra d’Abruzzo. Ancora una volta, di fronte all’emergenza e alla tragedia, gli italiani hanno saputo unirsi, hanno saputo superare le divergenze, sono riusciti a dimostrare di essere un grande popolo coeso nella generosità, nella solidarietà e nel coraggio.

Guardando ai tanti italiani che si sono impegnati qui nell’opera di soccorso e di ricostruzione mi sento orgoglioso, ancora una volta, ancora di più, di essere italiano e di guidare questo meraviglioso Paese.

Oggi Onna è per noi il simbolo della nostra Italia.

Il terremoto che l’ha distrutta ci ricorda i giorni in cui fu l’invasore a distruggerla. Riedificarla vorrà dire ripetere il gesto della sua rinascita dopo la violenza nazista.

Ed è proprio nei confronti degli eroi di allora e di oggi che noi tutti abbiamo una grande responsabilità: quella di mettere da parte ogni polemica, di guardare all’interesse della nazione, di tutelare il grande patrimonio di libertà che abbiamo ereditato dai nostri padri.

Abbiamo, tutti insieme, la responsabilità e il dovere di costruire per tutti un futuro di prosperità, di sicurezza, di pace, e di libertà.

Viva l’Italia! Viva la Repubblica!

Viva il 25 aprile, la festa di tutti gli italiani, che amano la libertà e vogliono restare liberi!

Viva il 25 aprile la festa della riconquistata libertà!

 

 

 

25 aprile 2009

MILANO, ANPI BARONA

intervento di Primarosa Pia

 

Succede anche nelle feste familiari... un posto vuoto a tavola... e scatta il ricordo, la malinconia, lo sguardo corre a una fotografia, il cuore si aggrappa a un ricordo…

È così anche oggi, facciamo festa, ma sappiamo bene il prezzo che è costata questa festa, a quante fotografie deve correre il nostro sguardo, quanta riconoscenza deve esserci nel nostro cuore.

Ed io ora penso a vittorio malandra, morto a mauthausen il 22 aprile, giorno in cui io festeggio il mio compleanno, o a luigi corradini, morto a gusen, come il mio giovane zio vittorio, fratello di mia mamma...

Ho accettato di parlare, oggi, perché mi sento di rappresentare le persone cui i partigiani e i deportati tenevano di più: i famigliari.

Le donne e gli uomini che hanno scelto di opporsi al nazifascismo, alle sopraffazioni e alle violenze diventate intollerabili, lo hanno fatto certamente pensando alle loro famiglie, al futuro di quei figli che erano già nati o che dovevano ancora nascere, e che essi volevano crescessero in una nazione sovrana, libera e democratica.

Il pensiero dei famigliari in ansia, del pericolo di ritorsioni nei loro confronti, l’impossibilità di fornire il proprio contributo al loro sostentamento ma anzi dover richiedere sacrifici per inviare viveri e vestiario, è un motivo ricorrente nei diari e nelle memorie dei resistenti.

E le famiglie hanno fatto il loro dovere, anch’esse: le mamme, le sorelle e le mogli che non li hanno seguiti non si sono comunque tirate indietro, se era possibile li hanno sostenuti, oppure hanno sostenuto altri, con la segreta speranza che qualcun altro facesse la stessa cosa con i loro cari.

Ma ci sono stati giorni in cui resistere, combattere, nascondersi, non è stato sufficiente: sono stati i giorni dei rastrellamenti, delle feroci torture, delle fucilazioni, delle deportazioni.

Nelle famiglie si sono creati vuoti incolmabili, le mamme hanno curato o peggio seppellito i figli, oppure atteso invano ritorni che non ci sono stati.

Mio nonno è morto di dolore, all’inizio del ’45, dopo aver visto portati via dai repubblichini quattro dei suoi figli e il fidanzato di una delle sue figlie, mentre il marito della figlia maggiore e papà di un bimbo piccolissimo era prigioniero in africa.

Mia nonna, poi, non si è mai data pace che il suo figlio minore, quel toju giocherellone che la faceva inquietare con i suoi scherzi, sia stato portato a morire di lavoro, fame e disperazione in germania, come si diceva allora, il corpo bruciato nel forno crematorio di gusen, terribile sottocampo di mauthausen, il giorno in cui compiva diciott’anni.

I deportati, i soldati che non hanno accettato le pressioni di arruolamento accanto ai nazifascisti, gli operai, prima di essere trucidati o deportati sono stati resistenti, e anche come tali debbono essere ricordati.

La loro sorte, anche di chi è tornato, è stata terribile: travolti nell’ingranaggio dello sfruttamento fino all’ultima energia e poi dell’annientamento programmato dai nazisti.

Ai nazisti, autoproclamatosi futuri dominatori del mondo, servivano forze lavoro che sostituissero gli uomini impegnati al fronte, ed ecco che le nazioni occupate diventarono serbatoio di schiavi senza diritti, da calpestare senza pietà, al pari degli ebrei, dei rom, dei sinti, dei testimoni di geova, dei gay, ritenuti dalla folle ideologia nazista colpevoli di essere nati.

Sono stati costretti a lavorare in turni pesantissimi, all’interno di gallerie che essi stessi avevano scavato, in cave di pietre esposte al gelo o al sole cocente, ma furono messi anche al servizio delle industrie belliche tedesche o peggio di quelle civili, chimiche o medicinali, usati come cavie umane, tra umiliazioni e violenze indicibili.

Quale pensiero ha dato loro la forza di resistere in tali condizioni, se non il pensiero di tornare a casa, di rivedere i propri cari?

Ce l’hanno fatta in pochi, e da allora la missione di molti di essi è stata quella di mantenere vivo il ricordo di quell’infamia affinché non debba più ripetersi.

Ecco perché li ricordiamo anche qui, oggi, per dare un segnale visibile che non dimentichiamo, che se noi siamo i fortunati “fruitori” di questa democrazia nata dalla resistenza, intendiamo tenerne conto, pronti a tornare a difenderla se qualcuno dovesse pensare che è “cosa sua”, ognuno col proprio ruolo, il nostro di testimoni e famigliari, i pubblici amministratori come garanti di iniziative da conservare e attivare, intese come impegno morale, prima che come dovere civile ed istituzionale, e mai come riti usurati o vagamente fastidiosi.

La trasmissione della memoria non è un guardare al passato, è il mantenere efficiente il sistema immunitario della Nazione, coloro che ne fanno parte come testimoni o come famigliari, con la loro sensibilità allertata dalle sofferenze personali, sono gli anticorpi che prima di altri individuano e segnalano i comportamenti dannosi al “bene comune” conquistato a caro prezzo ed oggi così poco tenuto in considerazione.

Si è cercato di propagandare l’idea che noi siamo ormai gli ultimi tutori di un passato che nulla ha più a che fare con il presente, ma recenti segnali paiono dimostrare che l’interesse è mutato, da ostentata indifferenza mista a fastidio si è passati al desiderio di esserci, e ci fa piacere, a patto che questo interesse si dimostri sincero e non strumentale a scopi di commistioni e confusioni che noi non abbiamo intenzione di consentire.

È ingenuo non collegare gli episodi di razzismo e violenza che il presente ci propone a dottrine che per anni abbiamo creduto affidate per sempre al rifiuto totale e assoluto della Civiltà.

La confusione creata da certi comportamenti istituzionali poi, non fa che rendere sempre più labili i confini tra ciò che è stato il coraggio di chi ha scelto di combattere, patire e morire per conquistare la Libertà di cui godiamo, e chi questa Libertà ha scelto di mantenerla affidata a un padrone, e per questo ha combattuto e molto spesso torturato e ucciso.

È sui comportamenti riguardo queste situazioni che si confronteranno le corrispondenze tra le parole e i fatti: troppi sono e sono stati i provvedimenti adottati in violazione o in stridente contrasto con le norme costituzionali, troppi attacchi si stanno portando alle libertà individuali ed a quelle collettive, non intendiamo trascorrere il nostro tempo a firmare petizioni e proteste, ne tenga conto chi oggi festeggia il 25 aprile con noi come gradito ospite.

Noi non parliamo di odio, l’odio non ci tocca, ma non possiamo neppure parlare di perdono, perché il nome di chi poteva perdonare è là, inciso su quelle lapidi che non onoriamo mai abbastanza, noi parliamo di giustizia e di dignità di tutti gli uomini, a cominciare dai più sfortunati, perché le umiliazioni che sono loro inflitte sono anche le nostre.

Certo non ci spaventano le manifestazioni pateticamente nostalgiche verso i regimi sconfitti dalla storia, ma non accetteremo mai che vittime e carnefici siano messi sullo stesso piano.

Se non potremo impedire che un riconoscimento venga dato, esso rimarrà comunque di una parte sola, quella nella quale non hanno voluto stare i nostri vecchi e non vogliamo starci neppure noi.

Ha ragione il Presidente Napolitano, la libertà conquistata dalla Resistenza, oggi è un patrimonio di tutti, la Costituzione è un patrimonio di tutti, ma chi governa la nazione non ne è il proprietario e deve assoluto rispetto a tutti i Poteri previsti dalla nostra Carta, senza delegittimazioni o tentativi di prevaricazioni.

Questo vale per i vertici, ma anche per i singoli individui, spesso mediocremente appiattiti a posizioni servili e strumentali ad obiettivi privatistici, a volte addirittura in palese contrasto con il loro effettivo comportamento privato.

Anche ai nostri riti laici non vogliamo sepolcri imbiancati, perché qui stanno i nostri entusiasmi, il nostro impegno, il nostro lavoro, i nostri ricordi, che non intendiamo mettere al servizio di nessuno.

Come ha detto ivano prima, io sono la moderatrice di una mailing list, ed a volte capita che qualche iscritto comunichi al resto del gruppo il suo scoramento, la sua sensazione di impotenza di fronte ad un’informazione e ad una classe politica che pare in gran parte votata a valori molto meno nobili di quelli che noi intendiamo salvaguardare, ed è successo una notte dell’estate del 2007, dopo il danneggiamento della lapide di piazza Miani, che ad ivano sia sfuggito pubblicamente, ed ha echeggiato su tutto il web, un grido di ribellione così potente, così sincero, che deve essere arrivato in fondo alle coscienze di molti. Alcuni hanno fatto come me che gli ho risposto che non era solo, molti si sono messi al lavoro, in silenzio, ma con nuova lena, con nuove energie tratte da quel grido ma soprattutto dalla consapevolezza di non essere soli.

Non siamo soli, siamo dalla parte giusta, teniamo gli occhi e i monitor aperti e non ci stanchiamo di far capire ai giovani, anche con i loro stessi strumenti, la distinzione che passa tra il sangue rosso e le camicie nere.

 

 

Fonte: Tutti i testi sono divulgati da R-esistiamo, newsletter dell'ANED-Torino, 25-26/04/2009


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