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Gioco all’alba, 1927. Un racconto di Arthur Schnitzler (1862-1931)
01 Giugno 2007
 

Convinto pacifista e irremovibile nelle sue convinzioni anche quando la smania interventista, dilagante in Austria nel primo decennio del Novecento, aveva spinto la maggioranza della classe intellettuale a guardare alla guerra come a una possibile soluzione dei problemi dell’Impero asburgico, il viennese Arthur Schnitzler non perse occasione per attaccare nei suoi testi di prosa e nei suoi copioni teatrali la casta militare, presentata come fortemente condizionata da un codice comportamentale talmente rigido, ingessato e retrivo da risultare tragico. In effetti le sue frecciate contro i soldati d’ogni ordine e grado fecero sì che ben presto venisse radiato dall’esercito, dove ricopriva la carica di ufficiale medico. Questo non gli impedì però di continuare a dileggiare il mondo militare anche a guerra finita, quando le armate austroungariche avevano ornai dimostrato di essere più variopinte che ben munite, ed erano uscite sconfitte da quel conflitto che aveva ridotto l’immensa compagine danubiana a una piccola repubblica alpina.

Al 1927 risale la pubblicazione di un racconto, Gioco all’alba, che insiste sull’incapacità dei militari di adeguarsi ai tempi, che sottolinea lo scarto fra caserma e vita all’esterno. Il protagonista è uno dei molti tenenti un po’ vanesi della produzione di Schnitzler, uomo tanto attraente quanto incapace di affidare le proprie decisioni all’impegno personale per delegarle invece alle combinazioni aleatorie del gioco.

La visita di un ex commilitone, radiato dall’esercito per debiti, sorprende una domenica mattina l’ufficiale Willi Kasda; l’amico è venuto a chiedergli aiuto perché, non essendo stato capace di resistere alla passione per il tavolo verde, ha di nuovo perso molto denaro e, per aiutarsi, ha sottratto 1.000 fiorini dalle casse dell’ufficio in cui ora lavora come impiegato: ora però è tenuto a restituirli, se non vuol finire in prigione lasciando la moglie e il figlio sul lastrico. Kasda, dapprima sorpreso dalla richiesta, decide di essere solidale con il compagno che sceglie di aiutare tentando la fortuna con il gioco d’azzardo. Tipico esponente di un corpo che ha più lustro che potere, Kasda parte per Baden, cittadina termale a pochi chilometri da Vienna, per rischiare con un gruppo di abitudinari delle carte il piccolo gruzzolo di cui dispone. Schnitzler lo presenta come un arrivista senza scrupoli, pronto a sfruttare il fascino della propria divisa: invitato a pranzo da una famiglia abbiente di ebrei, l’ufficiale, consumato donnaiolo, corteggia in contemporanea la padrona di casa e sua figlia. Solo nel pomeriggio, dopo la comparsa nel bel mondo, il giovanotto si reca al caffé in cui sono già riuniti altri ufficiali che, come lui, sono divorati dalla passione per le carte e le gonnelle. Chi davvero tiene banco è tuttavia un losco faccendiere dai trascorsi poco chiari, che gode nell’umiliare i militari al tavolo da gioco perché li invidia per i loro vantaggi sociali - come l’ingresso gratuito a teatro - e per il loro successo con le donne. Il gioco inizia e procede frenetico, e Kasda, fra alti e bassi, si ritrova alla fine della nottata con una perdita di ben 11.000 fiorini che deve risarcire nel giro di ventiquattr’ore, se non vuole essere espulso dall'esercito. Quando decide, per salvarsi, di ricorrere all’aiuto di uno zio molto abbiente, Willi Kasda scopre che ormai il patrimonio del fratello di sua madre è nelle mani della sua scaltra moglie, una ex sgualdrina con cui anche il giovane ufficiale aveva un tempo trascorso una piacevole notte. Costei, che con il matrimonio si è riscattata socialmente ed economicamente, sfrutta lo sconforto di Kasda per vendicarsi dell’umiliazione subita dal giovanotto quando era costretta a vendere il proprio corpo; gli concede perciò un anticipo di 1.000 fiorini soltanto. Con questa somma Kasda può almeno salvare dall’infamia l’amico che gli ha chiesto aiuto, ma poi, considerando la propria situazione senza via d’uscita, si toglie la vita con una revolverata alla tempia. Quando lo zio arriva in caserma con la somma sufficiente a saldare il debito, è troppo tardi: il giovane ufficiale è ormai morto da qualche ora. Superficiale e acritico nei confronti di uno stile di vita inculcatogli in caserma, il tenente paga con la vita un atteggiamento di tronfia megalomania che non gli permette di dare più il giusto valore alla sua stessa esistenza. L’ufficiale Kasda diventa insomma in questo racconto il tipico esponente di una casta dagli orizzonti limitati, priva di vere e profonde istanze morali, che agisce seguendo le regole di un abusato cerimoniale che non trova più riscontro nelle dinamiche sociali e che richiederebbe, per dirla con Nietzsche, una totale “tra svalutazione dei valori”.

 

Gabriella Rovagnati


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