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La scuola secondo Frank Wedekind: un luogo per l’annullamento della personalità
08 Giugno 2007
 

L’esame di maturità s’avvicina, e puntuali come ogni anno tornano i timori dei ragazzi e l’ansia delle famiglie per questa prova che continua a essere una tappa fondamentale nella vita dei giovani. Ma per quanto alta possa essere la tensione degli studenti e per quanto serie possano essere le preoccupazioni dei loro genitori, il clima con cui oggi si affronta l’evento non è certo paragonabile a quello che ci descrive Frank Wedekind nel suo dramma Risveglio di primavera dove la maturità è presentata come un incubo dai risvolti tragici.

Nato a Hannover nel 1864 e morto a Monaco di Baviera nel 1918, Wedekind è un autore che, come ha scritto Alberto Spaini, non si riduce «all’emozione di una serata, ma è lo specchio di un'epoca», quella della Germania Guglielmina del tardo Ottocento, intransigente e repressiva, contro la quale questo drammaturgo mordace e trasgressivo non cessò mai di lanciare le staffilate della sua penna velenosa. Quando Wedekind compì cinquant’anni, Stefan Zweig scrisse di lui: «Il suo concetto del mondo è la rivolta contro il presente»; e, in effetti, come uno sberleffo contro la società del suo tempo si leggono oggi le sue opere, «fanatiche e crudelmente estremiste» come quelle di un predicatore invasato, come ebbe a dire Robert Musil.

Il più noto dei copioni di Wedekind è la tragedia dedicata a Lulu, figura femminile che più che una donna è la quintessenza dell’istintualità liberata da ogni forma di convenzione. Ma importante per la sua portata dirompente è appunto anche Risveglio di primavera, testo del 1891, in cui lo scrittore rielabora in parte la propria esperienza sui banchi di scuola. Figlio di un medico, Wedekind, in certo senso socialmente predestinato a completare il suo percorso di studi con una Laurea – che di fatto non conseguì mai, benché avesse promesso al suo severissimo padre di diventare giurista –, dopo le elementari fu naturalmente mandato al Gymansium, scuola analoga al nostro liceo classico (che nel mondo di lingua tedesca ingloba anche le medie inferiori), l’unica con cui allora si poteva poi accedere all’Università.

L’immagine della scuola – e insieme della famiglia borghese – che Wedekind delinea nel suo testo è sconfortante: l’unico criterio pedagogico che in esse vige è quello della repressione. Genitori e insegnanti sembrano uniti in una congiura contro ogni espressione di spontaneità dei giovani, impunemente sacrificati a una colpevole omertà che li lascia del tutto all’oscuro in materia di sessualità, costringendoli a darsi da soli risposte che li inducono al travisamento della realtà. Così Melchior, appena prima della maturità, mette incinta Wendla, ma la madre della ragazza, invece di affrontare la situazione, preferisce affidare la figlia alle cure di una mammana che la libera sì dal “frutto del peccato”, ma le provoca contemporaneamente un’infezione mortale. Naturalmente la causa del decesso della ragazza viene falsificata.

Sempre Melchior cerca di spiegare al suo amico Moritz con un testo e alcuni disegni copiati da un’enciclopedia presente nella biblioteca di suo padre, i misteri della sessualità. I professori trovano però questi fogli e organizzano un vero e proprio processo per direttissima contro “il mostro” che ha messo a repentaglio il buon nome della scuola. Gli insegnanti, che Wedekind ci presenta mentre si accaniscono contro Melchior, sono esseri insulsi, beceri incompetenti cui l’autore attribuisce farseschi nomi dissacranti; meschini e autoreferenziali, per salvare la propria rispettabilità esterna sono pronti a tutto, meno che a un confronto dialettico aperto con il loro allievo incriminato, al cui educato tentativo di prender la parola sanno reagire sempre e solo con un perentorio: «Lei ha da star zitto!».

Moritz, dal canto suo, sconvolto dalla tempesta ormonale della pubertà e oppresso dall’onere scolastico eccessivo per le sue capacità – che gli fa per esempio passare notti insonni a studiare a memoria i paradigmi dei verbi greci –, viene bocciato alla maturità e si toglie la vita.

Melchior, rinchiuso dai genitori in istituto di correzione per minori, ne evade e nella scena finale – siamo molto lontani da ogni naturalismo – si incontra con l’amico suicida al cimitero. Moritz, che compare in scena con il proprio teschio sotto il braccio, cerca di attrarre l’amico a seguirlo nell’Aldilà; ma il richiamo del “Signore mascherato” finisce per avere il sopravvento: costui è un personaggio fantasmagorico – allora magistralmente interpretato dallo stesso Wedekind –, che al cimitero s’intromette fra i due amici e simboleggia la Vita, allettante benché ancora avvolta nel mistero, che sta oltre l’adolescenza.

Nonostante tutto dunque, a trionfare alla fine è un deciso “sì alla vita”, un invito, da parte dell’autore, a non abbandonarsi alle tentazioni della depressione.

Sprezzante e aggressivo – nei tre atti non mancano scene di carattere masochistico e omoerotico – Wedekind presenta qui, insomma, una scuola che più che un luogo di formazione somiglia a un centro d’addestramento per l’ubbidienza assoluta, il cui unico scopo è l’appiattimento degli allievi su un codice di comportamento tanto rigoroso quanto ormai privo di senso. I toni sono quelli deformanti della caricatura; l’effetto, quando il copione fu rappresentato, un enorme scandalo, seguito da veto immediato della censura.

 

Gabriella Rovagnati


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