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Valentina Ascione. Shakespeare a Rebibbia: il faro dei Taviani sul buio delle prigioni
03 Marzo 2012
 

Non è proprio una recensione, questa che leggete di Cesare deve morire di Paolo e Vittorio Taviani. Non parleremo di montaggio, costumi, suono o fotografia; della scelta dei registi di girare in digitale (obbligata, poiché «non c’erano soldi per la pellicola»). Né ci soffermeremo sulla distribuzione della Sacher di Nanni Moretti: ultimo ad aver visionato il film e unico ad accettare la sfida di distribuirlo in un mercato dove la commedia fa la parte del leone e anche tutte le altre. Non è una recensione, dicevamo, ma più che altro un’impressione a caldo dell’opera che dopo 21 anni ha riportato l’Orso d’Oro – riconoscimento più ambito della Berlinale – nel nostro Paese, ringalluzzendo così l’italico orgoglio che in molti, in quest’epoca di tecnici, già davano in ripresa. E che ha innanzitutto il merito di aver acceso una luce dietro le sbarre di una prigione, luogo di rimozione per l’intera società. Un faro, caldo e potente più di quelli del set, sui volti e le anime di un’umanità da molti considerata materiale di scarto, rifiuto sociale, ovvero quanto di più lontano dal talento. Dall’arte e dalla bellezza. E che invece della bellezza dell’arte è riuscita ad appropriarsi, facendone uno spazio di evasione, un’occasione di riscatto. E perfino un’opportunità di lavoro.

Anche per questo Cesare deve morire, girato interamente tra le mura del carcere romano di Rebibbia e con i detenuti del reparto Alta Sicurezza impegnati a mettere in scena il Giulio Cesare di Shakespeare, è insieme contraddizione e metafora. Racconto disarmante della quotidianità della reclusione attraverso la messa in scena di un testo che molto tratta di libertà, e personaggi il cui vissuto e le emozioni – il tradimento, il sospetto, l’omicidio – in tanti casi appartengono all’esperienza di quei detenuti che sono stati invitati a interpretarli, ognuno nel proprio dialetto d’origine.

Così, mentre Bruto e Cassio tramano i propri piani di congiurati in siciliano e in napoletano, il dramma shakespeariano s’intreccia con quello dei reclusi. Con i loro umori, la memoria, i rimorsi e le speranze. L’immedesimazione, così, appare quasi un processo naturale. E la finzione apre squarci di verità su quanto sarebbe altrimenti rimasto nascosto sotto la dura crosta della realtà quotidiana, su cui scorre tempo sempre uguale a se stesso. Scandito dal rumore delle grosse chiavi che girano nelle serrature e dei blindi che, una volta calato il sipario sul palcoscenico di Rebibbia, di nuovo si chiudono pesanti. Dietro le spalle di Cesare e Bruto che, smesse le toghe, tornano a vestire i panni di Giovanni e Salvatore. E di Cassio, al secolo Cosimo Rega, che rivela: «Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione».

«Se volete che le cose cambino, regalate libri agli istituti penitenziari», hanno dichiarato a proposito dell’emergenza carceraria alcuni degli interpreti di Cesare deve morire, oggi uomini liberi e attori professionisti. Forse con la cultura non si mangerà, come ha sentenziato una volta un importante ministro italiano, ma di certo si diventa più liberi.

 

Valentina Ascione

(da Gli Altri, 29 febbraio 2012)


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