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Commercio Cina. Sì alla globalizzazione ma con sicurezza e regole
25 Agosto 2007
 

Dagli al prodotto cinese!” Può apparire così tutto quello che si sta muovendo in questo periodo, complici anche noi, contro la qualità e l'onestà dei prodotti cinesi che arrivano sul nostro mercato. E non sono poche le categorie economiche e le forze politiche e sociali che cercano di drammatizzare in questo senso, in nome di una presunta superiorità assoluta dei prodotti fabbricati nel mercato occidentale, in particolare in Italia.

È bene esser molto chiari e non sacrificare, come al solito, le tasche dei consumatori in nome dell'ideologia e del populismo. A noi i prodotti cinesi piacciono, soprattutto perché, spesso con la medesima qualità di quanto fabbricato in occidente, il consumatore medio riesce ad acquistare merce che altrimenti si sognerebbe o dovrebbe prosciugarsi il portafogli. Non ci piacciono quei prodotti che, come per qualunque produzione di qualunque altra parte del mondo, sono fuori delle norme di sicurezza o –peggio- importati clandestinamente.

L'irruzione della Cina nel nostro mercato la vediamo come un fatto positivo in molti sensi, perché ci auguriamo anche che cominci a far riflettere i nostri legislatori sulla necessità di liberalizzare tutti i mercati e arrestare la folle corsa ai rincari di tutto su tutti, a partire dalle costosissime imposizioni fiscali e previdenziali e dal costo del lavoro.

Allo Stato il compito di vigilare che tutto avvenga nel rispetto delle regole, soprattutto quelle dell'informazione ai consumatori, sì che ognuno abbia consapevolezza di cosa acquista, potendo scegliere non solo tra una gamma di prezzi, ma anche tra diverse qualità.

Non crediamo che questa sia la ricetta immediata per cominciare a vivere in un mondo di onesti con uno Stato amico, ma sicuramente sono le basi perché si vada in questa direzione: produttori (italiani e stranieri) e governanti avranno una base per meglio comprendere che è in questo modo che si hanno più utili e si amministra meglio una nazione. I cinesi, che probabilmente hanno ancora una visione un po' predatoria dei mercati occidentali (anche per vecchie ruggini ideologiche), porrebbero quindi più attenzione a ciò che esce dai loro confini (e sembra, per esempio, che abbiano cominciato a farlo con i prodotti alimentari e il marchio Ciq, che sta per “China inspection and quarantine”); i produttori italiani avrebbero chiara la competizione e la scelta di confrontarsi o meno sulla base della qualità e non solo del prezzo; i legislatori dovrebbero mettere i consumatori in condizione di scegliere e i produttori in condizione di competere e non, come sta accadendo ora, di soccombere anche per colpa dell'Erario.

 

Vincenzo Donvito, presidente Aduc


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