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Peti, poeti e corazzata Potemkin
31 Gennaio 2007
 

Ci risiamo. Gli intellettuali “impegnati”, quelli sempre pronti a celebrare con versi e campanacci la gloriosa corazzata Potemkin, le bandiere rosse sventolanti e i peti del compagno Vladimir Il’ic Ul’janov, alias il forcaiolo Lenin, tornano alla carica, con tanto di inquisitori e giudici.

Non bastava il nasuto Edoardo Sanguineti, voce arrochita della letteratura italiana, a rilanciare, udite udite, le grandi e terapeutiche virtù dell’odio di classe.

Adesso è Renzo Paris, ovviamente su Liberazione, organo ufficiale del Partito di Rifondazione Comunista (e su quale altro quotidiano altrimenti…), a prendere bene la mira e sparare come un cecchino in agguato su alcuni tra i maggiori poeti italiani viventi come Giuseppe Conte, Milo De Angelis, Valentino Zeichen, Franco Loi.

L’accusa è quella di non essere organici, anzi, peggio ancora, di deragliare dalla strada maestra della rivoluzione proletaria perché ammaliati, così si dice, dalle sirene della destra.

Le prove? Perbacco, evidentissime, inconfutabili: l’amore per il mito e l’orfismo antico.

E già, per la miseria, che sconcezza, che dissennatezza, che imperdonabile crimine!

La vera poesia, infatti, secondo certi autori con la stelletta rossa tatuata nel cervello, non può concedersi deroghe, non può abbassarsi a vezzi piccolo borghesi, non può, ad esempio, manifestare una certa predilezione per visionari come William Blake o romantici come Coleridge, Keats, Shelley, Byron. Per carità…

E, poi, l’orfismo, l’oscurità del dire che si cala negli abissi per passione di luce, lo scavare ctonio e l’affiorare luminoso del sacro riscontrabile, ad esempio, in altissime espressioni dell’ermetismo fiorentino come Mario Luzi e Piero Bigongiari

E che dire di Campana? Mamma mia, che robaccia! Per essere poeti bisogna chiudere, a mo’ di pugno chiuso, la manina sinistra, alzare il braccio e tenerlo bene in vista. Meglio ancora se c’è un po’ di artrosi, così il pugno resta chiuso più a lungo.

Ma vogliamo scherzare? Bisogna essere aderenti al sociale, magari abbandonarsi alla diarroica verbosità di certa petulante avanguardia nostrana (quella che, per intenderci, ha ancora le mani in pasta nel potere editoriale), essere fedeli al credo materialista e, soprattutto, diciamolo una buona volta, far sapere di votare comunista.

A chi, comunque, intenda ostinatamente perseverare nel vizio, consigliamo caldamente di leggere due libri pubblicati lo scorso anno da Giuseppe Conte, e cioè Lettera ai disperati sulla primavera (Ponte alle Grazie) e Ferite e rifioriture (Mondadori), e due di Milo De Angelis, Tema dell’addio (Mondadori, 2005) e Poesia e destino (Cappelli, 1982). Ottimi antidoti all’idiozia trionfante.

 

Francesco Pullia

(da Notizie radicali, 30 gennaio 2007)


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