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Carlotta Caldonazzo. Un accordo sul nucleare: necessità non necessaria 
Ma manca ancora un impegno serio e coerente della comunità internazionale per un abbandono definitivo
Accordo sul programma nucleare tra Iran e Gruppo 5+1
Accordo sul programma nucleare tra Iran e Gruppo 5+1 
04 Agosto 2015
 

A circa sessant'anni dal Manifesto Russell-Einstein, l'accordo sul programma nucleare iraniano tra Tehran e il gruppo 5+1, composto da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e Germania, pone diversi interrogativi. Anzitutto sulle possibili conseguenze geopolitiche, soprattutto se si considerano le reazioni tra sdegno e allarme di Arabia Saudita e Israele, che riportano alla mente la guerra fredda. In secondo luogo, sul fatto che cinque dei sei paesi che si sono seduti al tavolo dei negoziati con l'Iran, esclusa la Germania, possiedono armi nucleari, assieme ad altri quattro. Un elemento tutt'altro che trascurabile, poiché rende paradossale le loro pretese di sentenziare sulla legittimità o meno di qualsiasi programma nucleare. Peraltro, anche se Washington, Pechino, Londra, Parigi e Mosca sono formalmente impegnate a ridurre progressivamente i rispettivi arsenali atomici, il loro impegno reale finora è stato abbastanza trascurabile.

Le autorità iraniane hanno sempre negato di avere intenzione di procurarsi armi nucleari, ma il loro divieto di accesso ad alcuni siti militari per gli osservatori internazionali ha destato sospetti, in particolare negli Usa e nei loro alleati in Medio Oriente, Arabia Saudita e Israele in testa. Questo accordo si può dunque considerare una vittoria, visto che Tehran ha accettato un monitoraggio da parte della comunità internazionale, ma a livello geopolitico si tratta di uno dei tanti casi della logica dei due pesi e due misure. Si potrebbe infatti obiettare che l'impegno sulla riduzione degli arsenali atomici di cinque dei sei paesi che hanno negoziato l'accordo non è sottoposto ad alcun controllo indipendente. Potrebbe essere quindi motivo di allarme il fatto che, come riporta l'Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma (SIPRI), nove paesi (USA, Cina, Gran Bretagna, Francia, Russia, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord) possiedano complessivamente circa 15.850 armi nucleari, di cui 4.300 pronte per l'uso in diverse basi militari e 1.800 mantenute sotto codice di massima allerta. Ad averle ridotte, tra 2014 e 2015, sono stati solo Usa (in misura ridotta) e Russia (in misura più consistente). La Francia, invece, ha mantenuto invariato il suo arsenale, come Pakistan, Israele e Corea del Nord, mentre la Cina lo ha addirittura accresciuto. Occorre aggiungere in proposito che le leggi internazionali in materia di armamenti nucleari, non essendo aggiornate, non tengono conto delle armi all'uranio di ultima generazione.

Tra i paesi maggiormente preoccupati dello sviluppo del programma nucleare iraniano, figura l'Arabia Saudita. Eppure questa potente petromonarchia fu tra i maggiori finanziatori del progetto del Pakistan di produrre l'atomica, lanciato nel 1974 dall'allora primo ministro pakistano Zulfikar Ali Bhutto. Al punto che, negli anni '80, un rappresentante di spicco dell'esercito di Islamabad, in visita ufficiale a Riadh, disse al re saudita: “le nostre conquiste sono le vostre”. Nel 1998, inoltre, il primo ministro pakistano Nawaz Sharif, prima di praticare il suo primo test nucleare, si premurò di informare Riyadh, ringraziandola del suo sostegno, soprattutto finanziario. Una cooperazione che ha suscitato nelle diplomazie occidentali il timore che l'Arabia Saudita avesse siglato un accordo segreto con il Pakistan per assicurarsi la fornitura di tecnologie necessarie per fabbricare la bomba atomica, nel caso in cui venisse minacciata la sua sicurezza nazionale. Inquietudini aggravate da quanto riportato dal sito GlobalSecurity.org a proposito di un accordo tra i due paesi su uno scambio di armi nucleari e petrolio.

Quanto a Tel Aviv, secondo il SIPRI è in possesso di circa 80 testate nucleari e, assieme a India, Pakistan e Corea del Nord, è una delle quattro potenze atomiche non riconosciute (dunque non menzionate) nel Trattato di non-proliferazione (NPT). Per Israele la corsa agli armamenti nucleari è iniziata subito dopo la sua fondazione, nel 1948, ed è approdata, alla fine degli anni'50, alla costruzione del primo reattore nucleare a Dimona. Indispensabile in questo è stato il sostegno, ufficialmente segreto, della Francia, paese che ha riconosciuto l'NPT ma non il diritto al risarcimento delle vittime algerine dei suoi esperimenti nucleari. Il primo di questi, del 13 febbraio 1960, avvenne in piena guerra di indipendenza algerina.

Le armi nucleari sono entrate ufficialmente nella strategia militare francese oltre cinquant’anni fa e, alla Corte Internazionale di Giustizia, principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, Parigi ha difeso il proprio diritto-dovere di averle per mantenere la pace e la sicurezza nel mondo. A questo “nobile motivo” sono dovuti i 17 esperimenti effettuati tra il 1960 e il 1966, di cui quattro atmosferici a Reggane (nella provincia di Adrar) e 13 sotterranei a In Ecker (Hoggar, 150 km a Nord di Tamanrasset). I primi facevano parte di un’operazione che prendeva il suo nome da un simpatico topo-canguro del deserto, il Gerboa (gerboa blu, bianco, rosso, verde): quattro esplosioni tra il 13 febbraio del 1960 e il 25 aprile dell’anno successivo, con effetti devastanti e ancora percepibili nell'ambiente. Un'invasione che neppure la decolonizzazione ha saputo fermare, se si considera che 11 dei 17 esperimenti sono stati effettuati nei quattro anni successivi al 5 luglio 1962, data della proclamazione dell’indipendenza. Il 18 marzo 1962, infatti, a margine degli accordi di Evian che ponevano fine alla guerra di liberazione, il Fronte di Liberazione Nazionale ha accettato (all’interno di quelli che vengono chiamati annexes secrets) che la Francia utilizzasse per altri cinque anni i siti del Sahara per test nucleari, chimici e balistici.

A Taouirit, distretto fantasma a 36 km dal punto Zero di Hamoudia (40 km a Sud di Reggane), dove il 13 febbraio del 1960 venne fatta esplodere la bomba A, non resta quasi più alcuna forma di vita. Una potenza tre o quattro volte maggiore di quella dell’atomica di Hiroshima, e ripercussioni registrate anche in Mali, Niger, Sudan e Senegal. Un'intera regione condannata al suo paesaggio lunare per i prossimi 24.000 anni. Chi è sopravvissuto e ha potuto rendere testimonianza mette l’accento sull'irreversibilità dell'impatto degli esperimenti sull'ambiente e sui suoi abitanti. Cancro della pelle, leucemia, malformazioni e danni alla vista sono le conseguenze che per prime si sono manifestate su chi si trovava entro un raggio di 150 km da Hamoudia al momento dell'esplosione del 1960, anche perché il materiale contaminato lasciato sul posto dai Francesi è stato inconsapevolmente riutilizzato per costruire abitazioni di fortuna. Senza considerare la scomparsa della fauna locale (volpi del deserto, dromedari e capre) e l'inquinamento irrimediabile della falda freatica.

Le terre del Touat e del Tidikelt un tempo erano fertili, caratterizzate da una cospicua produzione di cereali, datteri, lenticchie, ortaggi e da una fauna numerosa e variegata. Un ecosistema irreparabilmente compromesso dai test nucleari, definiti da Mekki Kaloum, sociologo e ricercatore di Adrar, un crimine contro l’umanità e contro la natura. Da qualche anno, attraverso appelli trasmessi tramite i media, Kaloum tenta di censire tutte le persone direttamente colpite, giungendo finora oltre quota 10.000. Le autorità francesi infatti reclutavano con la forza manodopera algerina: il 40% da Adrar, il 24% da Zaouiet Kounta, il 7% da Fenoughil, l’11% da Reggane, percentuali incerte da Tindouf e Béchar, tutti uomini di età compresa tra 12 e 46 anni. Molti di loro hanno solo costruito gli impianti, credendo di partecipare ad un programma di urbanistica coloniale ordinario. Chi invece ha “lavorato” a Hamoudia come cavia umana durante e dopo l’esplosione è stato munito di collari: uno per l’identificazione, uno per la misurazione delle radiazioni. Salmi Mohamed, uno dei testimoni, racconta che c’erano circa quaranta Algerini nelle tende quel giorno. Alle 16 (poche ore dopo l’esplosione) è stato ordinato loro di uscire e di mettersi proni sotto il sole coprendo il viso. Mohamed Belhacen, un altro testimone, racconta che prima dell’esplosione i Francesi avevano chiesto agli abitanti della zona di lasciare le loro case, temendo che crollassero. Prima una luce, aggiunge, come un sole, un quarto d’ora dopo un rumore assordante e alla fine l’onda che si propagava sottoterra come un terremoto. Disegnando i suoi ricordi nella sabbia, rammenta quel fumo nero, giallo, marrone che saliva verso l’alto, sotto gli occhi increduli della popolazione, che non capiva cosa stesse accadendo. Ancora oggi la produzione agricola è ferma, come gli scambi commerciali (un tempo assai remunerativi) tra i contadini locali e i mercanti del Mali. Il dramma è reso ancor più grave dalla carenza di personale medico: a Adrar, capoluogo della wilaya, non c’è un vero ospedale, ma soltanto uno stabilimento pubblico ospedaliero.

Altre testimonianze arrivano invece dagli ex detenuti del triangolo della morte, come Noureddine Belmouhoub e Abdelkader. In M’guel, Reggane, Oued Namous: tre caserme francesi all’interno del perimetro contaminato dalle radiazioni, riciclate come carceri dal governo algerino. Secondo il Comitato per la Difesa dei Detenuti vi sarebbero stati rinchiusi 24.000 presunti membri del FIS. Tra costoro, Noureddine e Abdelkader, detenuti a In M’guel, ai piedi della montagna di In Ecker, dove, a causa della radioattività, hanno perso l'olfatto. Il Massiccio dell’Ahaggar venne scelto come sito per i test nucleari dopo che, in un'esplosione a cielo aperto, a Reggane le cose non andarono come previsto e 195 soldati furono contaminati, dieci dei quali morirono in brevissimo tempo. Il primo esperimento sotterraneo, nelle gallerie scavate appositamente sotto l'Ahaggar, è del 1 maggio 1962, ma qualcosa anche lì andò storto. La galleria cedette insieme a parte del fianco della montagna, lasciando fuoriuscire una nube di gas, polveri e materiali radioattivi (nel 2005, secondo i rilevamenti dell’AIEA, il livello di radioattività nella zona era ancora molto alto). Negli anni '90, i detenuti delle tre caserme dismesse scavavano buche profonde fino a tre metri, raccogliendo i vecchi picchetti di metallo, senza sapere nulla dei pericoli cui sarebbero andati incontro. Anche di questi test, infatti, nessuno era stato informato e nessuna precauzione era stata presa per la popolazione locale. Al contrario, le autorità coloniali esposero direttamente alle radiazioni, ad un km dal punto zero, 150 prigionieri algerini, per la maggior parte combattenti della resistenza.

 

Carlotta Caldonazzo

(da Free Lance International Press, 29 luglio 2015)


Foto allegate

Test nucleare francese nel deserto algerino
Soldati francesi assistono a un test nucleare in Algeria
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