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Nicoletta Varani. Lo sfruttamento minorile in Ghana: i piccoli “schiavi” del pesce 
Diritti umani in Africa – 1
01 Dicembre 2008
 

Nella Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, siglata a New York dalla assemblea delle Nazioni Unite nel 19891 a ciascun diritto corrisponde un dovere per gli adulti, famiglia ed educatori, enti locali, istituzioni che lavorano con i bambini; i primi due, tra gli otto Obiettivi della Dichiarazione del Millennio (Millennium Goals)2 fissati dalle Nazioni Unite da raggiungere entro il 2015 sono mirati a tutelare l’infanzia dalle minacce dell’estrema povertà. E sono sempre più le istituzioni e le associazioni, che nel corso degli ultimi anni, operano in tutto il Mondo attraverso programmi ed interventi volti a eliminare le peggiori forme di lavoro minorile. Tuttavia sono milioni i bambini che vivono tuttora in condizioni simili alla schiavitù: tratta, prostituzione, lavoro per ripagare debiti, schiavitù domestica, lavoro nelle miniere e nei campi, bambini soldato, matrimoni imposti: sono queste le vecchie e nuove forme di schiavitù.

Secondo recenti stime dell’ILO (International Labour Organization), nel Mondo sono circa 250 milioni i minori di età compresa tra i 5 e i 17 anni che sono coinvolti e sottoposti al lavoro forzato, di questi, almeno 80 milioni si trovano in Africa e di questi circa 49 milioni di minori sono conteggiati come popolazione attiva nei Paesi dell’Africa sub-sahariana.

Alcuni dati in dettaglio riescono meglio a quantificare il fenomeno:

- in Africa circa 120.000 minori al di sotto dei 18 anni di età sono destinati a diventare bambini soldati o ausiliari dell’esercito, facchini, cuochi o anche ad essere sfruttati sessualmente;

- l’Africa è il continente dove il fenomeno è più diffuso: ogni 5 bambini, due lavorano (il 41% del totale);

- l’Africa sub-sahariana è la regione con la più alta incidenza di minori economicamente attivi: il 26,4 % dei minori di età compresa tra i 5 ed i 14 anni svolge un lavoro. In particolare, il fenomeno della tratta dei minori, è in aumento in molti Stati dell’Africa Occidentale ed avviene in maniera molto variegata all’interno di migrazioni tra i vari Paesi confinanti, dove le stesse famiglie, sotto la pressione della povertà, “affidano” i propri figli a persone che non si fanno scrupolo ad inserirli nella occulta filiera del lavoro minorile, un mercato “giustificato”, in termini economici, dal basso costo della manodopera minorile e, in termini sociali, dal fatto che i bambini non sono coscienti dei propri diritti, sono più remissivi, più controllabili: in sostanza è più facile sfruttarli.

In molte aree povere dell’Africa sub sahariana, specie nelle aree rurali, la schiavitù infantile è una piaga sociale molto diffusa e una delle cause principali che spinge i minori al lavoro precoce è lo stato di povertà in cui versa la maggioranza della popolazione di molti Stati che non ha risorse economiche sufficienti per la sopravvivenza della famiglia. Dietro un piccolo lavoratore vi è la morte o la malattia di un genitore, un indebitamento o semplicemente la necessità di incrementare le entrate familiari, ma molto spesso, in quei Paesi dove la popolazione vive con meno di 1 dollaro al giorno, le famiglie dipendono dal reddito dei bambini semplicemente per sopravvivere! Secondo l’Unicef i fattori fondamentali, causa del lavoro minorile, sono riconducibili a tre: lo sfruttamento della povertà; la mancanza d’istruzione e le costrizioni imposte dalle tradizioni.

Il legame fra lavoro minorile e istruzione è profondo: il lavoro allontana i bambini dalla scuola; allo stesso tempo, un’ istruzione insufficiente è causa di sfruttamento.

Esistono ancora molte “zone d’ombra” sull’estensione e la natura del problema in Africa che trova il suo mercato nella crescente domanda di uso di minori: nei conflitti armati, nelle miniere, nei pozzi dell’acqua, nei lavori a rischio, nel commercio sessuale per non parlare della tradizionale tratta di minori in funzione della “schiavitù per debiti” ancora presente in molte aree dell’Africa sub-sahariana.

In questo contesto rientra il Ghana, primo Paese dell’Africa “nera” ad ottenere l’indipendenza (1957)3 che si trovò nella delicata situazione di dover “inventare una politica”, senza commettere sbagli che si sarebbero ripercossi sulle aspettative di tutta l’Africa e che oggi, dopo alterne vicende ed una lunga e grave crisi economica (dalla metà degli anni Sessanta alla metà degli anni Ottanta) dovuta al crollo del prezzo cacao, non viene più annoverato tra i Paesi più poveri al mondo grazie ad un piano di risanamento4 che ha portato alla ripresa economica degli ultimi anni. Infatti, il Ghana gode oggi di buone prospettive di crescita con uno sviluppo in transizione grazie alla ripresa del prezzo del cacao, all’incremento del traffico nei suoi porti che sono diventati nodi nevralgici del traffico marittimo dell’area (prima incentrato nei porti ivoriani che hanno perduto quote di traffico a causa dell’instabilità politica che dal 2003 è presente in Costa d’Avorio) e infine da un primo embrione di sviluppo del turismo. Tale ripresa si rispecchia nel miglioramento dell’Indice Sviluppo Umano(ISU)5 del Paese, tanto che nel Rapporto Internazionale sull’ISU 2007 il Ghana presenta un ISU pari allo 0,5536 che lo colloca a livello mondiale tra i Paesi a medio sviluppo umano il che significa non solo un miglioramento delle condizioni economiche ma pure di quelle sociali.7 Nonostante ciò, sulla base dei risultati del monitoraggio nazionale sul lavoro minorile dell’agenzia Statistical Information and Monitoring Programme on Child Labour (IPEC-SIMPOC, 2003), in Ghana sono 750.000 (circa il 27,6%) i maschi tra i 5 ed i 14 anni di età che lavorano, mentre le femmine sono 660.000 (circa il 26,3%) per un totale di 1.410.000 (il 27%) di minori che lavorano. Questo fenomeno va ricondotto in parte al fatto che il Paese insieme alla Costa d'Avorio è uno dei principali produttori mondiali di cacao e l’economia dipende ancora molto dall’esportazione di questo prodotto per la cui coltivazione risulta particolarmente accentuato lo sfruttamento minorile e la principale causa del fenomeno risiede proprio nei bassi prezzi pagati ai produttori anche se a livello mondiale c’è stato un rialzo del prezzo. E ancora il fenomeno dello sfruttamento dei minori va ricercato nella realtà di un tessuto sociale che vede, famiglie molto numerose (mediamente 8 membri per nucleo) in difficoltà economica che non sono in grado di accudire e allevare i figli fino all’adolescenza tanto che in Ghana il 20% dei bambini con meno di dieci anni, soprattutto nelle aree rurali, non vive con i propri genitori, e il 65% delle famiglie di Cotonou e di Porto Nuovo, solitamente “accoglie” molti di questi bambini di strada per farli poi… lavorare.

 

Nonostante un certo sviluppo economico-sociale, esiste e persiste un substrato economico-culturale che in qualche misura tende a far “comprendere” e a spiegare il perché sia ancora presente lo sfruttamento minorile in un Paese africano che ha fatto grandi progressi.

In particolare fa sorprendere il fatto che il Ghana sia protagonista di uno sconcertante fenomeno di sfruttamento infantile, di cui solo da pochi anni si è venuti a conoscenza grazie all’Associazione Internazionale per i Migranti (IOM), che interessa migliaia di bambini venduti o abbandonati dalla loro stesse famiglie per poi diventare “schiavi” di pescatori privi di scrupoli che vivono in villaggi sul lago Volta nel Ghana centro-settentrionale.

Questa forma di schiavitù minorile è più recente rispetto a quella tradizionale della Trokosi,8 ed è da ricollegare alle difficoltà economiche in cui vivono le famiglie della regione del Volta,9 una delle zone più depresse del Paese al confine con il Togo, che vive di piccolo commercio locale e di agricoltura di sussistenza, in prevalenza mais, cassava e riso. L’area, ricca d’acqua, ha un grande potenziale agricolo, ma la mancanza di un capitale d’investimento e di un’appropriata tecnologia ne limitano lo sfruttamento.

L’economia familiare si basa su ciò che le madri, spesso adolescenti e sole, riescono a commerciare nei mercati locali, costringendo i loro figli, anche molto piccoli, a seguirle in luoghi poco igienici, affollatissimi, con il rischio di perdersi e di ingrossare le file dei bambini di strada, fenomeno particolarmente diffuso nel Paese. Ma anche le famiglie dedite all’agricoltura spesso non hanno abbastanza soldi per allevare tutta la prole (molti nuclei familiari sono composti da 10 o più bambini, essendo diffusa la poligamia) così alcuni finiscono a lavorare nei campi, o peggio, vengono venduti ai trafficanti poiché in questa zona il commercio di bambini è ritenuta un’attività molto redditizia. Solitamente le famiglie ricevono un equivalente che va dai 40-50 ad un massimo di 100 dollari e molte di esse non sanno dove vanno a finire i propri figli e addirittura le viene fatto credere che i loro figli andranno a star meglio!

E invece i figli venduti vanno a vivere, se si può usare questo termine, in condizioni inumane.

Lavorano alle dipendenze di questi pescatori del Lago Volta che li comprano o direttamente dalle famiglie o dai trafficanti locali di “merce umana”, sono sottoposti ad un orario tra le 12 e le 14 ore al giorno, in cui sono costretti gettare e recuperare le pesanti reti da pesca a ritmo continuo e ad immergersi senza alcun tipo di attrezzatura nelle pericolose acque melmose del Lago o per fissare le reti al fondo o per liberarle una volta che si impigliano sul fondale, gli viene concesso un pasto, quando va bene, una volta al giorno a base di kanke (una brodaglia a base di miglio): la maggior parte dei “piccoli schiavi” ha un’età compresa tra i 6 e i 14 anni; i maschi sono costretti a lavorare nella pesca, mentre le femmine sono impiegate come cuoche e serve sui barconi. I bambini "comprati" per essere utilizzati nel lavoro della pesca non frequentano la scuola e inoltre non ricevono nessun salario per il lavoro prestato. Risultano malnutriti, e ricevono scarse cure mediche. Tutto questo sia perché i proprietari delle barche non hanno soldi da spendere per i bambini, sia perché non permettono che i bambini stessi vengano a contatto con adulti che potrebbero "riscattarli" e spesso per lo stesso motivo rifiutano persino di portarli in ospedale se sono malati. È frequente che questi bambini vengano curati con preparazioni officinali e se i loro proprietari decidono di farli morire, semplicemente li strozzano e li gettano nel lago, come un sacrificio a Dio. Molti di loro non resistono e spesso muoiono dagli stenti o perché annegano dopo essere stati trascinati dalle correnti del lago mentre s’immergono anche a 20 m di profondità per recuperare le reti.

Dalla fine del 2003 l’International Organization for Migration (IOM) ha dichiarato di averne salvati più di 500 tra le comunità di pescatori nella zona di Yeji uno dei tanti villaggi sulla riva nord del Lago Volta che fanno parte del Distretto di Kpando con una popolazione, a maggioranza cattolica, di circa cinquemila abitanti.

Torkor rappresenta la più sviluppata delle comunità, a 5 kilometri dalla città di Kpando, a tre ore di strada da Accra, la capitale. La situazione socio-economica di questo villaggio è critica: su circa 850 abitanti più della metà sono bambini, e inoltre la scarsità di acqua potabile, servizi igienici, e adeguata assistenza medica è responsabile del diffondersi della bilarziosi (schistosomiasis),10 una malattia che se non curata bene può portare alla morte per degenerazione epatica. La presenza di bambini schiavi utilizzati per questa attività aumenta il livello di sfruttamento in questo settore tanto che un recente studio dell'UNICEF ha dimostrato che in Ghana esiste un traffico di minori dalle città dell'interno verso le comunità del Lago; proprio perché per le famiglie che vivono nell'entroterra è una pratica comune usare i propri figli come mezzo di sopravvivenza.

 

Lo IOM ha approntato programmi di reintegro (finanziati dal Bureau of Population, Refugees, and MigrationPRM, del Dipartimento di Stato statunitense) per questi bambini denominati “piccoli schiavi del pesce” che dopo esser stati liberati e aver trascorso un periodo, variabile a seconda dei casi,11 nel centro di accoglienza di Yegi vengono ricondotti dalle famiglie non senza difficoltà. Infatti accade sovente che molti bambini nutrano rabbia e impotenza nei confronti della famiglia, oppure spesso sono le madri a non volere i figli a casa giustificandosi dietro all’impossibilità di mantenerli. In questo caso il programma prevede di dare del denaro alla famiglia per mantenere il bambino o la bambina per due anni, con l’obbligo che vengano mandati a scuola. Gli anziani e i capo villaggio sono stati coinvolti nel programma con la funzione di mediatori con i pescatori che hanno comprato i bambini poiché, in cambio del rilascio dei piccoli, il programma prevede per i pescatori una formazione professionale nelle tecniche di pesca e microcrediti per avviare anche altre attività economiche.

Anche l’adozione potrebbe essere una soluzione alternativa e molte famiglie ricche della capitale, Accra, sarebbero disponibili. Ma adottare un bambino in Ghana non sempre significa semplificargli la vita Anzi, può “marchiarlo a fuoco” in una società in cui l’adozione è tuttora spesso stigmatizzata.

Lo IOM ha anche avviato un programma specifico di prevenzione del fenomeno per migliorare le condizioni economiche delle famiglie povere per evitare che siano costrette a vendere i propri figli.

 

Per capire meglio tutto ciò è necessario far mente locale per un momento sia alla dimensione socio-economica in cui il Paese si trova, sia ad alcuni momenti storici.

Il processo economico della globalizzazione ha creato un'alta competizione tra i lavoratori. Il basso livello dell'industria, l'economia informale, e un gran numero di nuove tecniche e produzioni modernizzate fanno sì che il lavoro della pesca in queste condizioni sia marginalizzato. Inoltre, nonostante il basso costo del lavoro e l'alto tasso di disoccupazione molti preferiscono sfruttare la manodopera infantile sia per renderla “invisibile” e sia perché in questo modo nessuno può rivendicare diritti per questi lavoratori.

Per comprendere come il fenomeno della schiavitù abbia vecchie tradizioni in quest’area sarebbe necessario andare più a Nord, sopra il lago Volta, fino a giungere a Salaga ovvero il più grande mercato di schiavi della regione, oggi difficile da raggiungere perché fuori dalle rotte del commercio e del turismo. Qui molte sono le persone discendenti da schiavi e di conseguenza la loro memoria è ancora molto viva. Uno storico orale del luogo, Osman Mumuni, racconta: che intorno al 178212 un malam, cioè uno stregone arabo, arrivò dalla Nigeria e fece base a a Salaga, commerciando schiavi e barattandoli con spezie, fondine, cinte di cuoio, collane per donne, noci di cola e varie spezie. Quest’arabo, commerciante di schiavi, ma dalla pelle bianca, si chiamava Baturi e da allora tutti gli uomini bianchi a Salaga vengono chiamati proprio Baturi. E ancor oggi nella lingua hausa baturi significa bianco.

Da esperienze di volontari dell’ILO e da loro resoconti di colloqui con la popolazione locale sembra che se si chiede alla gente del posto cosa sia uno schiavo, probabilmente la risposta sarebbe: schiavo è colui che non è in grado di badare a se stesso, colui che non sa sfamarsi, che non sa decidere cosa fare, uno schiavo è qualcuno che è proprietà di qualcun altro… mentre c’è anche un altro significato che descrive l’uomo “comprato” che, all’interno della società Gonja, può salire molti gradini, fino addirittura diventarne re.

 

A questa, seppur frammentata, cronaca non possono far seguito altre considerazioni che quelle appena abbozzate e utilizzate per spezzare la crudeltà della vicenda e per cercare di dare un senso, che non c’è, una spiegazione, difficile da trovare, anche ricorrendo alle tradizioni storico-culturali. Ma nel comprensibile vuoto che si è venuto a creare nella mente di chi scrive, affaticata nel sistemare con logicità queste vicende, si fa strada un ricordo di aver letto “da qualche parte” che esiste sempre la Dichiarazione universale dei diritti umani, firmata nel lontano 10 dicembre 1948 e in cui l’Articolo 4 recita «Nessuno sarà tenuto in schiavitù, o in servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite in ogni loro forma».

 

Nicoletta Varani

 

 

1 La Convenzione è formata da 54 articoli e si fonda su quattro principi fondamentali:

1. la non discriminazione del bambino per credo religioso, razza, sesso e condizione

2. il miglior interesse del minore da determinare in accordo alla situazione del bambino in quel momento

3. la tutela delle condizioni di esistenza, ovvero il diritto di avere attenzioni per migliorare la vita

4. la partecipazione del bambino alla sua vita quotidiana, considerandolo come portatore di diritti in quanto soggetto attivo e protagonista della sua crescita.

2 Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals o MDG) delle Nazioni Unite sono otto obiettivi in cui tutti i 191 Stati membri dell'ONU si sono impegnati a raggiungere per l'anno 2015. La Dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite, firmata nel settembre del 2000, impegna gli stati a: 1. Sradicare la povertà estrema e la fame; 2 Garantire l'educazione primaria universale; 3 Promuovere la parità dei sessi e l'autonomia delle donne; 4 Ridurre la mortalità infantile; 5. Migliorare la salute materna; 6. Combattere l'HIV/AIDS, la malaria ed altre malattie; 7 Garantire la sostenibilità ambientale; 8 Sviluppare un partenariato mondiale per lo sviluppo.

3 Il Paese conosciuto oggi come Ghana prima dell’indipendenza era un insieme di territori e di popolazioni diverse sotto l’unico governo coloniale inglese, con sede ad Accra e fino al 1960 un rappresentante della Corona inglese aveva ancora il titolo di Capo di Stato onorifico.

4 La drammatica congiuntura economica fu sanata sia dagli aiuti di organismi internazionali a sostegno di politiche economiche incentrate su sanità, istruzione, infrastrutture di comunicazione, sia da un processo di privatizzazione che ha interessato circa i due terzi delle imprese pubbliche.

5 Tale indice, dal 1990 in poi, viene elaborato ogni anno dall’UNDP, agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di programmi di sviluppo. L'Indice (in inglese: HDI - Human development index) è un indicatore di sviluppo macroeconomico utilizzato per valutare la qualità della vita nei Paesi membri e viene calcolato non solo utilizzando il PIL (che rappresenta solo il valore monetario dei beni e dei servizi prodotti in un anno su un determinato territorio nazionale) ma di altri indicatori quali l'alfabetizzazione e la speranza di vita.

6 La scala dell'indice è in millesimi decrescente da 1 a 0 e suddivide i Paesi: ad alto sviluppo umano (indice compreso tra 1 e 0,800), a medio sviluppo (indice compreso tra 0,799 e 0,500), a basso sviluppo (indice compreso tra 0,499 e 0). Gli ultimi dieci posti della graduatoria stilata nel Rapporto UNDP del 2007 vede agli ultimi posti ben dieci Paesi sub-sahariani: Rep. Democratica del Congo (0,411), Etiopia (0,406), Ciad (0,388), Rep. Centrafricana (0,384), Mozambico (0,384), Mali (0,380), Niger (0,374), Guinea Bissau (0,374), Burkina Faso (0,370), Sierra Leone (0,366).

7 Un esempio è dato dal sistema scolastico che viene definito negli ultimi anni uno dei più sviluppati dell’Africa occidentale con l’istruzione primaria gratuita e con l’obbligo scolastico che ha una durata di nove anni tra i 6 e i 16 anni.

8 Termine che in lingua Ewe significa “schiava di Dio”: È una forma di schiavitù molto diffusa e radicata nella tradizione in particolar modo tra la popolazione Ewe (che insieme agli Ashanti e ai Dagomba è una delle principali etnie presenti nel Paese), nel Ghana settentrionale. Questo tipo di schiavitù, legato ad una tradizione plurisecolare e difficile da eliminare, obbliga migliaia di bambine e giovani donne a vivere come concubine e a lavorare senza alcun diritto, per espiare “peccati” commessi dai loro familiari. Questa condizione è legata alla figura del sacerdote tradizionale (sacerdote del vodu), al quale di solito viene affidata la figlia di una famiglia che si è macchiata di reati minori. Il periodo di “prigionia” può durare fino a cinque anni, durante i quali la ragazza o bambina deve sottostare a ogni genere di ordine e abuso. Se sopravvive alla prova può essere riscattata dai familiari e tornare a casa.

9 Il Lago Volta è il più grande bacino artificiale del mondo. Attraversa la Regione del Volta nel Sud attraverso l'Est e il Nord del paese. Sulle sponde del lago sono presenti piccoli centri abitati e molti villaggi, il che offre ovviamente un ampio terreno per sviluppare un'attiva industria della pesca. Purtroppo, a causa di diversi fattori, come per esempio la mancanza di fondi e la scarsa organizzazione, la popolazione di questi villaggi vive molto al di sotto del livello di povertà.

10 Bilarziosi (Schistosomiasis): è una malattia causata dalla presenza, nel ventre dell'uomo, di parassiti (piccoli vermi) chiamate bilarzie. Si contrae la malattia facendo il bagno nei fiumi o camminando a piedi nudi nei corsi d'acqua o negli stagni spesso infetti da questi parassiti che provocano diarrea, sangue nelle urine. Gli effetti possono durare anni. I sintomi sono di solito: Prurito - Febbre - Sangue nelle urine - Diarrea - Ventre gonfio. Se la malattia non è curata i parassiti distruggono il fegato, la milza o i reni e provocano la morte.

11 Quando vengono ritrovati sono in condizioni disperate fisiche e psicologiche: sono denutriti spesso il loro corpo è pieno di lividi e fratture, frutto dei maltrattamenti subiti, sfiniti per le intere giornate passate a pescare per i propri padroni.

Quelli che sopravvivono alla fame e alle botte soffrono di forti problemi psicologici e psicosomatici.

12 Fino ad allora i Gonja e i Dagomba (due etnie del Ghana) non erano interessati al commercio degli schiavi; furono gli Ashanti a coinvolgerli nello sfruttamento della schiavitù.


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