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Rosario Amico Roxas: 'Quando la terra non sa di pane. Palestina'. Memorie amiche (2)
08 Aprile 2009
 

Incontrai i palestinesi nel 1985 a Tunisi; erano sistemati alla periferia di Hammam Liff, cittadina immediatamente a sud di Tunisi. Erano i profughi di Sabra e Shatila, ma è più corretto dire che erano i pochi superstiti di quella immane strage.

Il primo incontro fu assolutamente casuale; terminato il mio lavoro, mi recavo in una dei grandi alberghi in Avenue Bourguiba; solo lì era possibile incontrare altri operatori stranieri, scambiare quattro chiacchiere e bere qualcosa stante che nei normali bar non si trova nulla.

A piccoli gruppo entravano in questi alberghi, senza consumare nulla, si sedevano e cercavano in tutti i modi di attirare l’attenzione degli stranieri per dialogare con loro e narrare la loro tragedia, visto che nel mondo occidentale non se ne parlava più.

Ricordo bene quel giorno del nostro primi incontro; erano in tre, indossavano abiti che avevano vissuto tempi migliori, ma cercavano di mantenere un atteggiamento dignitoso, quella dignità che si porta dentro anche nei momenti peggiori.

Un cameriere aveva insistito perché consumassero, ma non potevano… per ovvie ragioni. Fu allora che intervenni e li invitai al mio tavolo; così consumarono una spremuta di arance… a testa.

Parlarono di loro, delle loro famiglie, di quanti erano arrivati in Tunisia. Ringraziavano il governo tunisino per l’ospitalità, ma lamentavano la mancanza di un lavoro che permettesse loro di guadagnare l’indispensabile per vivere; un lavoro qualsiasi, purché onesto (ci tenevano tanto a specificarlo). Due di loro erano medici e il terzo era ingegnere di 2° livello (il nostro geometra); attendevano di essere chiamati a Gaza, per tornare nella loro terra ed essere utili al loro futuro paese.

Ci incontrammo parecchie volte, sembrava un appuntamento serale, che spesso si concludeva in una trattoria molto modesta, dove si consumavano, però, pietanze tipiche; ritenevano uno spreco inutile andare in un ristorante.

Un giorno mi invitarono nel villaggio dove risiedevano; avevano tardato a rivolgermi l’invito per avere il tempo di preparare una accoglienza superiore alle loro possibilità .

Fu allora che incontrai Ibrahim Slimane, già direttore dell’Istituto di filosofia islamica a Beirut, ma residente a Sabra in quanto palestinese e, come tale, emarginato; era giunto con la moglie e la figlioletta di dieci anni (oggi veterinaria in Libia e docente di genetica bovina all’Università di Tripoli). Aveva perso due figli, ma li attendeva ancora, convinto che fossero vivi e che stessero cercandoli, senza sapere dove cercare.

Rimase poco tempo ad Hammam Liff, perché fu invitato dal governo algerino ad assumere la direzione dell’istituto di filosofia islamica di Hanneba (l’antica Ippona).

Mi fece ottenere l’invito come osservatore a Il Cairo, in occasione dell’annuale congresso dei filosofi arabi, per quell’anno, 1987, presieduto proprio da lui, trattandosi di uno dei massimi filosofi allora viventi, universalmente riconosciuto nel mondo arabo. Quell’anno, al termine del congresso fu stilato un documento con il quale si prospettava la soluzione del dramma dei palestinesi con la creazione di DUE STATI Confederati per UN Popolo (i semiti):

- Stato semita ebraico

- Stato semita palestinese

ma furono poste delle condizioni che resero la proposta inaccettata dal governo sionista, nel quale imperava Ariel Sharon, bollato dagli ebrei semiti come “macellaio di Sabra e Shatlila”. Si voleva la restituzione della Palestina ai semiti, escludendo i sionisti; si chiedeva il ritiro delle basi americane e il disarmo nucleare. Il documento fu firmato anche dagli intellettuali israeliani, ma fu respinto dal governo sionista.

Il mio rapporto con Ibrahim si intensificò, da lui appresi quel poco che adesso conosco dell’Islam.

Nel 1998, in occasione del Ramadhan seppi che avrebbero rinunciato al sacrificio dell’agnello, perché troppo caro per le loro finanze. Accetto di raccontare come quell’anno arrivai ad Hammam Liff con quattro agnelli, perché fu l’occasione nella quale mi venne riconosciuto il nome Abou Roxas, del quale vado orgoglioso.

Portai quattro agnelli perché il gruppo si componeva di quattro sotto-gruppi, assimilati per tribù.

All’ora del sacrificio, chiesi che i quattro maggiorenti, riconosciuti come capi, si alternassero, in segno di unità dell’intero gruppo; così avvenne, ma invitarono me, cattolico e cristiano, a guidare la preghiera, per la quale esordii “As-salam Aleikun” ben conoscendo la doppia natura di quell’invocazione “la pace sia con voi”, ma anche il 15° nome attribuito a Dio, e quindi “Dio sia con voi”; capii che quella preghiera era il loro modo di essere in comunione con Dio, mentre il modo cristiano è ancora fermo al “fare la comunione”. Fu lo steso Ibrahim a chiamarmi per primo Abou Roxas e tale sono rimasto fino al mio rientro in Italia nel 2002.

Trasferito ad Hanneba con quello che restava della sua famiglia, così mi recavo ogni fine settimana a trovare quel mio amico; coltivano il desiderio di tradurre in italiano l’imponente Storia Universale di Walî al-Dîn Abd al-Raḥmân ibn Muḥammad ibn Muḥammad ibn Abî Bakr Muḥammad ibn al-Ḥasan al-Ḥaḍramî, più noto come Ibn Khaldûn; lui traduceva in francese ed io riportavo in italiano, ma con la certezza di avere utilizzato il più vero significato di ogni singola parola.

Non andammo oltre la Muqaddima, cioè l’introduzione, dove pure viene anticipata di oltre cinque secoli l’esordio della sociologia come scienza.

Le traversie patite gli avevano prodotto un cuore polmonare cronico; mi aveva chiesto una di quelle bombole di ossigeno portatili e ricaricabili che in Algeria non si trovavano. Nel corso di uno dei miei rientri in Italia, trovai quella bombola e telefonai per dire che l’avrei portata presto; fu la moglie a dirmi che non sarebbe più servita.

Scrivo ciò per rendere omaggio ad un amico prezioso e un maestro irrepetibile.

 

 

 

Quando la terra non sa di pane

(Ai miei fratelli Palestinesi)

 

Abou Roxas

Nome palestinese

di Rosario Amico Roxas

 

Nell’oscurità del tempo

è stata scritta la nostra condanna,

nera fuliggine dentro uno scorcio di cielo.

I figli di Sem e di Abramo

rivendicano il diritto ad esistere uccidendosi a vicenda,

mentre le parole d’amore

dell’Unico Dio si perdono

nell’inospitale deserto dei valori.

Ci hanno vestiti con gli abiti del perdente,

con la maschera della ferocia, con le ciabatte del burattino,

mentre nel nostro petto c’è  la corazza  del combattente.

Le reliquie della meschinità, la crudele avidità,

hanno vanificato ogni sforzo, violentando  la verità:

Abele si è suicidato.

 

Il destino dei vinti ha mortificato la nostra volontà,

ma non il nostro diritto di esistere.

Cerchiamo di mettere le briglie alla memoria,

per dimenticare millenni di persecuzioni,

ma tutto torna alla mente con impietosa crudezza,

tutto si ripete con drammatica puntualità.

Naufraghi dentro la pozzanghera degli egoismi,

cerchiamo invano una parola  di solidarietà,

una riva amica non venduta al più forte.

 

La felicità è un’eco lontana che non ci appartiene da secoli;

balenio di speranze, sogni, illusioni,

tragica memoria di tante amarezze senza alcuna gioia,

tante rinunzie e nessuna vittoria.

Scorre dentro il nostro sangue il tempo impietoso,

continua l’inutile ricerca della nostra  Patria,

senza un attimo di sosta.

Presagio di una fine che non ha avuto un inizio.

 

In questa tragica realtà

la nostra terra non sa di pane,

come la nostra casa non sa d’amore.

 

Morti dentro, cercano ancora di ucciderci.

La Speranza è un sogno da ricchi !

Solo orizzonti offuscati da nuvole gonfie di fiele.

Anche il giorno comincia con il tramonto.

Stiamo arrivando all’ultima goccia nel bicchiere.

Cerchiamo un chiodo per appendervi l’anima.

 

Hallahu akbar (Dio solo è il più Grande).


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