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José Martí. Bebé e il signor Don Pomposo 
Una bella fiaba da “L'Età dell'Oro”
19 Febbraio 2010
   

Bebé è un bambino bellissimo, di cinque anni. Ha i capelli biondi che gli scendono arricciolandosi lungo le spalle, come nella stampa dei Figli del Re Eduardo, che il malvagio Gloucester fece uccidere nella Torre di Londra per diventare re. A Bebé lo vestono come il piccolo duca Fauntleroy, che non si vergognava di farsi vedere per strada a parlare con i bambini poveri. Gli mettono pantaloncini corti stretti alle ginocchia, camicetta con collo da marinaio, di stoffa bianca come i pantaloni, calze di sera colorata e scarpe basse. Siccome gli vogliono molto bene, lui vuole molto bene alle altre persone. Non è un santo. No davvero! Fulmina con lo sguardo la domestica francese quando non gli vuole dare più dolci, una volta durante una visita si è messo a sedere con le gambe incrociate e un giorno ha rotto una brocca molto bella, mentre rincorreva un gatto. Ma quando vede un bambino scalzo gli vorrebbe dare tutto quello che possiede, porta un po’ di zucchero ogni mattina al suo cavallo e lo chiama cavallino dell’anima mia, si trattiene per ore con i vecchi domestici, ascoltando i racconti della loro terra africana, di quando loro erano principi e re, avevano molte mucche e molti elefanti. Ogni volta che Bebé vede sua madre, si getta tra le sue braccia, oppure siede in uno sgabello e attende che lei racconti come crescono i fiori, da dove proviene la luce del sole, di che cosa è fatto l’ago con cui cuce, se è vero che la seta del suo vestito è prodotta da alcuni vermi e se i vermi fabbricano la terra, come ha detto ieri in sala quel signore con gli occhiali. E la madre gli dice di sì, che ci sono dei vermi che si costruiscono casette di seta, lunghe e rotonde, chiamate bozzoli; e che è ora di andare a dormire, come i vermetti, che se ne stanno nel bozzolo, fino a quando non escono fuori che sono diventati farfalle. Allora sì che è bello Bebé, all’ora di coricarsi, con i calzini abbassati, e il colorito rosa, come i bambini che si lavano moto, e la camicetta da notte: assomiglia proprio agli angioletti dipinti, è un angioletto senza ali. Abbraccia a lungo sua madre, l’abbraccia molto forte, con la testolina bassa, come se volesse rifugiarsi nel suo cuore. Fa salti e capriole, salta sul materasso con le braccia rivolte in alto, per vedere se raggiunge la farfalla azzurra che è dipinta nel tetto. Si mette a nuotare come fa nel bagno, imita chi pialla la sponda del letto, perché da grande vuole fare il falegname; oppure gioca sul letto con un filo per cucire, con i riccioli biondi intrecciati alle calze colorate.

Ma questa notte Bebé è molto serio, non fa giravolte come tutte le notti, non si attacca al collo della madre perché non se ne vada, né pretende che Luisa, la domestica francese, racconti la storia del gran mangione, che morì solo e si mangiò un cocomero. Bebé chiude gli occhi, ma non è addormentato, Bebé sta pensando.

La verità è che Bebé ha molti pensieri, perché come ogni anno deve andare a Parigi, dove i buoni medici devono dare a sua madre le medicine per guarire la tosse, quella cattiva tosse che a Bebé non piace sentire: gli si inumidiscono gli occhi a Bebé quando sente tossire sua madre e l’abbraccia molto forte, come se volesse tenerla tutta per sé. Questa volta Bebé non va da solo a Parigi, perché lui non vuole fare niente da solo, come l’uomo del melone, ma ci va con un suo cuginetto orfano di madre. Lui e il cuginetto Raúl vanno insieme a Parigi, a vedere l’uomo che parla con gli uccelli, il negozio del Louvre dove regalano palloncini ai bambini, e dopo si recano al teatro Guiñol, dove i burattini parlano, il poliziotto cattura il ladro e l’uomo buono dà uno scappellotto all’uomo cattivo. Raúl va con Bebé a Parigi. I due ragazzi partono sabato con il piroscafo grande, che ha tre ciminiere. In quella stanza ci sono Raúl e Bebé, il povero Raúl, che non ha i capelli biondi, non veste come un piccolo duca e non porta calze di seta colorata.

Bebé e Raúl oggi hanno fatto molte visite: sono andati con la mamma di Bebé a vedere i ciechi, che leggono con le dita su certi libri scritti con lettere molto spesse; sono andati nella strada dove ci sono le sedi dei quotidiani per vedere come i bambini poveri, che non possiedono una casa dove dormire, comprano giornali per poi rivenderli e pagare la loro casa; sono andati in un hotel elegante, dove gli inservienti indossano casacche azzurre e pantaloni gialli, per far visita a un signore molto alto e magro, lo zio di mamma, il signor Don Pomposo.

Bebé sta pensando. Tiene gli occhi chiusi e pensa: si ricorda di tutto. Com’è lungo lo zio di mamma… sembra un palo del telegrafo! Ha una catena dell’orologio da tasca così grande e sciolta che sembra una corda per saltare! Ha una pietra così brutta infilata nella cravatta, che pare un pezzo di vetro! E alla mamma non la lasciava muovere, le metteva un cuscino dietro le spalle, uno sgabello ai piedi, e le parlava come dicono che si parli solo alle regine! Bebé si ricorda di quel che dice il domestico più vecchio, che le persone parlano in questo modo a mamma perché mamma è molto ricca, ma a mamma questa cosa non piace perché mamma è buona.

Bebé torna a pensare a quel che è successo durante la visita. Quando è entrato nella stanza il signor Don Pomposo gli ha dato la mano, come fanno gli uomini con i papà; gli ha messo il cappellino sul letto, come se fosse una cosa santa, e gli ha dato molti baci, ma erano baci così brutti che si appiccicavano al volto, come se fossero macchie. E a Raúl, al povero Raúl, non l’ha neppure salutato, non gli ha tolto il cappello e non gli ha dato un bacio. Raúl se ne stava sulla sedia a dondolo, con il cappello in mano e con i grandi occhi spalancati. In quel momento Don Pomposo si è alzato dal divano colorato: “Guarda qui, Bebé, cosa ho conservato per te: questa cosa costa molti soldi, Bebé, ma te la regalo volentieri perché tu voglia sempre bene a tuo zio”: E ha tirato fuori di tasca un mazzo che conteneva oltre trenta chiavi, ha aperto un cassetto che aveva il solito profumo della toilette di Luisa, e ha consegnato a Bebé una sciabola dorata, - oh, che sciabola! oh, che grande sciabola! - e gli ha allacciato ai fianchi il cinturone di vernice - oh, che cinturone elegante! - e gli ha detto: “Vai, Bebé: guardati allo specchio; questa è una sciabola davvero bella ed è soltanto per te, per il mio bambino”. E Bebé, tutto contento, si è voltato in direzione di Raúl, che lo guardava, guardava la sciabola, con gli occhi più grandi che mai, e con un’espressione molto triste, come se stesse per morire: “Oh, che sciabola brutta, davvero brutta! oh, che zio cattivo!”, Bebé stava pensando proprio queste cose. Bebé era immerso nei suoi pensieri.

Adesso la sciabola è là, sopra la toelette. Bebé alza la testa poco a poco, perché Luisa non lo senta, e vede l’impugnatura brillante come il sole, perché la luce della lampada si riflette tutta sull’impugnatura. Le sciabole dei generali nel giorno della processione erano fatte proprio in quel modo. Pure lui, quando sarà grande, diventerà generale, avrà un vestito di stoffa bianca, porterà un cappello di piume, monterà un cavallo viola come il vestito dell’arcivescovo e guiderà molti soldati. Lui non ha mai visto cavalli viola, ma non importa, vorrà dire che li manderanno a fare. E chi penserà a fare i cavalli per Raúl? Nessuno, nessuno: Raúl non ha una mamma che gli compra i vestiti da piccolo duca, Raúl non ha zii alti che gli comprano sciabole. Bebé alza la testolina poco a poco: Raúl si è addormentato e Luisa se n’è andata nella sua stanza per mettersi il profumo. Bebé sgattaiola fuori dal letto, si dirige verso la toelette in punta di piedi, alza piano la sciabola, perché non faccia rumore… e che cosa fa? Che cosa fa, Bebè? Si mette a ridere, si mette a ridere, il mascalzone! Fino a quando non raggiunge il cuscino di Raúl e gli mette la sciabola dorata sul cuscino.

 

José Martí

Traduzione di Gordiano Lupi

 

 

José Martí (1853 – 1895), considerato l’eroe dell’indipendenza cubana, morì combattendo contro i colonizzatori spagnoli. Fu poeta di radice whitmaniana, anticipatore della poetica modernista (di lui si ricordano soprattutto i Versos Sencillos del 1891, dai quali venne estrapolato il testo canzone Guantanamera). Non fu solo poeta, ma anche narratore per l’infanzia (fondò la celebre rivista La Edad de Oro), saggista, uomo politico e romanziere. Tutta l’educazione della gioventù cubana passa attraverso l’insegnamento capillare della sua opera. Bebé y el señor Don Pomposo (inedita in italiano) è una fiaba pubblicata per la prima volta sulla rivista La Edad de Oro.


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