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Emir e Alban: «Lavoriamo onestamente e siamo rispettati» 
A Tirano da diversi anni e perfettamente integrati
Alban ed Emir
Alban ed Emir 
14 Ottobre 2006
 
  La storia dell’etnia albanese è una storia fatta di stravolgimenti politici, di passaggi da dittature a presunte democrazie, di persecuzioni e privazioni delle più elementari forme di libertà, di falsa solidarietà da parte dell’occidente e di tanta, tanta confusione sia sulle radici dei problemi che sullo stato attuale della situazione. Le questioni politiche internazionali sono tante e complesse e ciò che filtra la stampa spesso risponde più agli interessi di bottega di questa o quella lobby che ad una reale volontà di informare.

Non c’è da stupirsi quindi se oggi, la maggior parte di noi, accomuna in un’unica fascia, gli emigrati di etnia albanese, indipendentemente dalla nazione di provenienza. Macedoni, kosovari, albanesi, serbi, croati… culture e religioni diverse che per noi sono solo sinonimo di povertà, delinquenza, miseria e sottosviluppo. Ed è fin troppo scontato parafrasare Gian Antonio Stella, che ci ricorda quando gli albanesi eravamo noi, per sostenere in fondo che noi eravamo migliori, eravamo diversi, eravamo lavoratori. Non è esattamente così, ma questo è un altro discorso.

La storia che vogliamo raccontare è quella di due “albanesi” (in realtà sono macedoni, per loro la differenza è sostanziale mentre per noi… che differenza fa?). Alban ed Emir sono piegati con la schiena sotto il sole, dalle 7 del mattino, spesso, fino alle 7 di sera. Il loro lavoro è quello di accostare quei piccoli cubetti di porfido l’uno accanto all’altro, fino a realizzare un mosaico i cui motivi circolari si intrecciano e si confondo delicatamente l’uno nell’altro; il tutto calcolando pendenze, scarichi delle acque, disegni e simmetrie. Il valtellinese –dicono– è chiuso, in realtà, se non si sente minacciato, non impiega molto a cercare il dialogo e ad offrire la propria disponibilità. E così, piano piano, dal confronto emerge una realtà del tutto inaspettata.

Emir è un artigiano, titolare di una ditta che esegue pavimentazioni esterne; è stato sei anni a Trento, poi a Berbenno e adesso lavora qui: – Hai avuto difficoltà ad inserirti nel mercato del lavoro? gli chiedo banalmente, ma la risposta che mi dà non è poi così banale.

«Forse all’inizio», mi risponde senza nessuna vena polemica, «soprattutto con persone di basso livello culturale che ti trattano come se fossi inferiore a loro. Con geometri ed architetti invece non c’è mai stato nessun problema. Ma è normale, per la maggior parte degli italiani dire albanese è come dire delinquente. I giornali e le televisioni, quando qualche immigrato combina qualche cosa gli danno molto risalto così si crea una immagine sbagliata dell’immigrato. Non sanno che la maggior parte di noi ha un buon livello di istruzione, ha una professione e le ragioni per le quali siamo qui è perché nel nostro paese si fa fatica a trovare lavoro. Anche voi siete andati in tutto il mondo a lavorare, non è così?, e anche fra di voi, saranno stati mica tutti onesti...»

Eh già caro Emir... dovrei dirti che oggi ci lamentiamo perché il 38 per cento dei carcerati è costituito da immigrati, ma quando gli albanesi eravamo noi, la metà dei reclusi a New York erano italiani e non passava giorno che la polizia non ne raccogliesse qualcuno a pezzi sui marciapiedi. Ma forse queste cose le sai anche tu ed è solo il rispetto per il paese che ti ospita che ti impedisce di ricordarmele.

Alban invece è a Tirano da sei anni, scopro che abbiamo tanti amici in comune; è arrivato qui chiamato da Emir che gli ha offerto una opportunità di lavoro. È un lavoro duro e faticoso ma tutto sommato gli piace anche perché «è quello che adesso mi dà da vivere», mi confida, «e mi consente di pagare le spese per l’università». Alban è laureato in lingue, ne parla sei correttamente, ma il suo sogno è il mondo dell’arte. Quando è venuto in Italia, dopo un po’ si è iscritto al DAMS di Bologna. Una volta laureato conta di tornare in Macedonia e mettere in piedi una compagnia teatrale tutta sua, o fare lo sceneggiatore o comunque l’artista. Nel frattempo, finito il lavoro, suona la chitarra elettrica in un gruppo locale e si esibisce la sera a Bianzone e a Tirano.

Torna a piegarsi sul suo lavoro spostando sabbia e cemento, picchiettando centinaia di cubetti, allineati uno accanto all’altro. Sa che quando quel lavoro sarà finito, dovrà ricominciare da un’altra parte, a fare quello che nessuno dei nostri ragazzi è disposto a fare. Accade così ovunque e nei settori sempre più disparati; c’è chi sostiene che una fascia trasversale della nostra economia si avvale esclusivamente di manodopera straniera e che senza di essa sarebbero molti i settori che entrerebbero in crisi. Ciò che non si sa è che quelle badanti o quei manovali spesso sono persone diplomate o laureate, architetti, medici o insegnanti.

Il fisico Antonino Zichichi, in un incontro di fine mese, a Poschiavo, ha esposto il fenomeno dell’immigrazione rilevandone, come sanno fare solo le grandi menti, i termini macroscopici: «Un miliardo di persone che vivono in povertà» ha spiegato «nei prossimi anni andranno a vivere dove oggi vive un miliardo di persone che vivono nell’agiatezza. È ineluttabile. Dobbiamo solo attrezzarci per convivere con il fenomeno e trasformarlo in una opportunità».

Questa è la vera grande scommessa del futuro e quelli come Emir e Alban rappresenteranno un valido motivo per consentirci di rivedere tante convinzioni e abbandonare tante certezze.

 

Fulvio Schiano

(da Tirano & dintorni, ottobre 2006)


Foto allegate

Alban ed Emir al lavoro
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