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Milano nel cinema
16 Febbraio 2010
   

Domani 17 febbraio, alle ore 18:30, presso la Mondadori di via Marghera, verrà presentato il libro Milano Films 1896-2009. La città raccontata dal cinema (Fratelli Frilli Editori) di Marco Palazzini e del sottoscritto. Oltre agli autori, saranno presenti ospiti prestigiosi come lo scrittore Gianni Biondillo, i registi Marina Spada, Tonino Curagi e Anna Gorio (dei quali verrà proiettato il corto Milano-Manhattan), mentre modereranno gli interventi i giornalisti Alberto Figliolia (collaboratore di Tellusfolio, oltre che di Avvenire ed altre testate) e Luigi Bolognini de La Repubblica.

Sicuramente, grazie al libro e ai suoi 522 film su Milano analizzati o solo citati, si parlerà ampiamente del rapporto fra il cinema e una città che è apparsa quasi “magicamente” già alla fine dell’800 grazie a lavori di veri pionieri come Italo Pacchioni, Giuseppe Filippi e Luca Comerio, autori di molti documentari, “corti” e comiche. Opere girate in una Milano che diventa subito una delle capitali italiane della “settima arte” sia a livello di distribuzione e consumo sia di produzione (L’inferno della Milano Films venne proiettato in Europa e Stati Uniti), vincendo le resistenze di quella parte dell’opinione pubblica più restia ai cambiamenti.

Il dopoguerra, con il trasferimento della produzione a Roma, costringe Milano specializzarsi in documentari (famoso Stramilano di Corrado D’Errico del 1929) e nel dibattito teorico (con la nascita di numerose riviste), mentre pochi sono i film di cassetta che presentano la città come protagonista. Tra tutti, Gli uomini che mascalzoni e Grandi Magazzini (girato però a Cinecittà), entrambi con Vittorio De Sica come protagonista, che affermano l’immagine positiva di una città moderna e industriosa.

Il dopoguerra e gli anni ’50 regalano a Milano un ruolo importante nel documentarismo italiano (tra i tanti registi, citiamo Guido Guerrasio), nel cinema d’animazione (che poi conoscerà, con Bruno Bozzetto, un successo internazionale), nel settore pubblicitario (le scenette di Carosello vengono quasi tutte girate in studi cittadini) e nel cinema industriale (in cui esordirà Ermanno Olmi). Ma la città viene utilizzato anche come scenario di veri capolavori come, ad esempio, Cronaca di un amore o Miracolo a Milano, due opere di ambientazione e argomenti molto differenti che anticipano le tante Milano del cinema. Non particolarmente ricca di scorci “da cartolina”, la città diventerà infatti oggetto di diverse interpretazioni a secondo della visione del mondo dei diversi registi (tutti i maestri, tranne Fellini, dedicheranno a Milano almeno un film), mantenendo comunque quel paradigma di modernità che tuttavia tenderà, con il tempo, ad assumere connotati negativi. La capitale economica, con il suo stretto legame con il denaro, viene di fatti considerata come il luogo dove le relazioni umane diventano sempre più aride, dove i classici valori di solidarietà e onestà vengono sostituiti dal mito del benessere e del consumismo.

Lo stesso boom, ad esempio, viene riproposto cinematograficamente sottolineando soprattutto i suoi aspetti più alienanti (Il posto di Olmi, La vita agra di Lizzani, L’uomo dei cinque palloni di Ferreri), e pure l’emigrazione o comunque il rapporto Nord-Sud, dapprima inseriti nel filone della commedia (basti pensare a Napoletani a Milano di Eduardo De Filippo o alle due storiche scene di Totò, Peppino e la malafemmina), passano successivamente a toni più duri e realistici come in Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti. E nemmeno la crisi dei rapporti di coppia (La notte di Antonioni) e della stessa borghesia (Teorema di Pasolini) sfuggiranno all’analisi di importanti registi che non a caso ambienteranno tali temi proprio in una Milano “laboratorio”, dove i cambiamenti giungono prima che altrove.

Pure gli anni ’60 e ’70 tendono a riprodurre, nel cinema, quei fenomeni sociali che caratterizzano la città. Nascono così alcuni filoni tipicamente milanesi come quello della Milano industriale (Romanzo Popolare, La classe operaia va in paradiso…), delinquenziale (che segue in parte le orme letterarie di Scerbanenco) o d’impegno che rielabora o analizza fatti di cronaca (Sbatti il mostro in prima pagina, Il caso Mattei, San Babila ore 20: un omicidio inutile…). Il tutto, mentre muove i primi passi quella “commedia alla milanese” che da Pozzetto e Cementano arriverà fino ad Aldo, Giovanni e Giacomo.

Il riflusso degli anni ’80 vede la sua trasposizione nel filone della Milano da bere (da Sotto il vestito niente a Via Montenapoleone). Ma l’esistenza, negli stessi anni, di una città completamente diversa (ma altrettanto reale), ci viene mostrata da Olmi nel documentario Milano ‘83 e da un tris d’assi composto da Nichetti, Salvatores e Soldini, questi ultimi interpreti di una Milano della fuga e dell’inquietudine destinate a fare scuola.

Sempre negli anni ’80, con la manifestazione “Filmmaker”, iniziano ad emergere quelle tendenze che porteranno Milano all’attuale ruolo di capitale italiana di documentari, corti e produzioni alternative. Delle opere spesso di valore (da questo magma usciranno lo stesso Soldini o Marina Spada, per citare solo i nomi più famosi), creative ed originali, che testimoniano la vitalità del cinema milanese e ne costituiscono l’essenza, pur essendo penalizzate da difficoltà di distribuzione.

Nell’ultimo decennio, in attesa delle imminenti uscite dei lavori di Salvatores e Soldini, ritornati a Milano dopo molti anni, non sono molti i film “importanti” girati in città. Se si eccettua A casa nostra di Francesca Comencini (che critica aspramente l’attuale Milano e i suoi non-valori) e Come l’ombra di Marina Spada, la città appare (piuttosto raramente) in alcune produzioni più commerciali che continuano i filoni precedenti (dalla commedia alla criminalità). Comunque, e di nuovo, Milano viene però usata per mostrare i nuovi problemi sociali che attraversano tutta l’Italia, come il precariato (Volevo solo dormirle addosso, Fuga dal call center…), la questione immigrazione (Quando sei nato non puoi più nasconderti, nella sua parte finale), il disastro delle periferie (Fame chimica) e le trasformazioni urbanistiche che cambiano -ancora!- il volto alla città.

Questa produzione molto variegata mostra una Milano più vera rispetto alla filmografia a distribuzione nazionale, delineando però quell’estraneità nei confronti della città che sussiste in buona parte dei suoi stessi abitanti, i quali si adattano a viverci per necessità lavorative ma senza appartenenza, determinando così un problema di identità che ci auguriamo Milano riuscirà a superare.


Mauro Raimondi


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