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Paolo Diodati. Violenze sulla donna o violenze e basta?
07 Marzo 2010
   

Digitando su Google la voce violenze sulla donna, si trovano circa 1.050.000 articoli-notizie in italiano. Alcuni compaiono più volte. Ma tali ripetizioni non influiscono granché sull’ordine di grandezza (1 milione) di notizie, articoli, filmati, scaricabili.

Se si estende la ricerca ad articoli e notizie in lingua inglese, il numero diventa 20 milioni.

Queste cifre riguardano i casi, una minoranza, che vengono in un modo o nell’altro, resi noti e misurano, per difetto, la gravità su scala mondiale di un problema drammatico che esiste da sempre.

Ancora più significativo è questo dato: nell’arco di età compreso tra i 15 e i 45 anni, la violenza subita è la prima causa di morte delle donne.

 

Le violenze sessuali sulla donna in ogni ambito (da ragazza e da moglie in famiglia e all’esterno nel lavoro), le discriminazioni, le penalizzazioni dovute al suo stato di maternità o all’eventualità di potercisi trovare in futuro, sono note e continuano ad essere oggetto di comunicazioni a convegni locali, nazionali e internazionali.

 

Meno note sono le violenze che gli uomini subiscono da parte delle donne.

In genere si pensa che l'incidenza di eventuali violenze domestiche contro gli uomini sia così bassa da non permettere stime significative e attendibili. Ci sono voluti anni di patrocinio e sostegno per incoraggiare le donne a denunciare le violenze subite. Quasi nulla è stato fatto per incoraggiare gli uomini a riferire gli abusi subiti.

Per esempio, solo molto recentemente all’Università statale di Milano, la facoltà di Medicina ha aperto uno sportello (violenzaman2008@live.it) a cui gli uomini possono esporre i loro problemi.

Gli uomini non denunciano quasi mai, per vergogna. Perché l'idea che il “sesso forte” possa essere vittima di violenza domestica da parte di quello “debole”, è ritenuta così improbabile dalla maggior parte delle persone che molti non tentano neppure di esporre la loro situazione.

È quindi un’autentica sorpresa scoprire che alla voce Violenze domestiche delle donne contro gli uomini si trovano, in lingua inglese, circa 16.600.000 voci. Usando altri criteri si trovano, su scala internazionale, rapporti diversi, fino a un minimo di una violenza sull’uomo ogni 4 o 5 violenze sulla donna.

Un tipo nuovo di violenze è comparso con l’aumentare dei casi di separazioni e di matrimoni, in particolare di alcuni con “donne non dei paesi tuoi”. È stato riportato recentemente su “Sette” (inserto del giovedì del Corriere della sera) il caso di un 50-enne che ha avuto un figlio da una ecuadoriana. Le ha dato una casa, le pagava vitto e alloggio ma, poiché a lei tutto ciò non bastava, dopo le percosse avute dalla più robusta e giovane donna, è stato anche picchiato violentemente in una spedizione punitiva dei suoi amici ecuadoriani. È finito all’ospedale col naso rotto ed è minacciato dall’ex compagna, d’essere denunciato per violenza sessuale.

In Italia sono stati segnalati non pochi casi in cui l’uomo, sottovalutando il costo delle separazioni in presenza di figli, rimasto letteralmente al verde, ha chiesto di mangiare alla Caritas.

Lo stesso Berlusconi, come scritto in “Veronica e l’astronave” (Tellusfolio, 19 maggio 2009) potrebbe essere considerato oggetto di violenza da parte di Veronica Lario. Dopo la richiesta di alimenti per più di tre milioni e mezzo di euro al mese, ha annunciato che, sborsando quella cifra, non potrebbe più pagare cene agli amici. Ricorrerebbe anche lui, con tutti gli amici, ai pasti della Caritas?

 

I temi “violenze sulla donna” e “violenze sull’uomo” subite nel rapporto a due o dalla società, andrebbero inseriti nel vastissimo panorama della violenza come volontà di sopraffazione dell’individuo sull’individuo o di gruppi di individui su singoli individui o gruppi di individui.

L’uomo ha cercato sempre i più disparati motivi per affermare la propria superiorità e per sfruttare questa presunta superiorità per ricavarne degli utili. Il razzismo è l’esempio più noto ed eclatante. Ma non è una forma di violenza, anche se solo verbale, almeno inizialmente, quella di apostrofare “quattrocchi, talpa, tappo, psciconano, gambacorta, frocio, cristiano-cretino, sporco ebreo” e simili? Il ridicolo in questo atteggiamento è che poi uno Sgarbi, più alto di Grillo, dica: “Psiconano… Ma Grillo, quanto crede d’essere più alto di Berlusconi?”. È la stessa storia del dar del terrone. Quando Bossi va in Germania, un Bossi tedesco gli può ben dire “Tornatene a casa, sporco meridionale d’un terun!”

Quello che qui però cerco di mettere in evidenza è un tipo di violenza più subdola. Perché non ci sarebbe violenza fisica così diffusa su tutto il pianeta, se non ci fosse un substrato di storture subculturali che ha impregnato e impregna anche il linguaggio. Violenza più subdola, che possiamo riscontrare negli ambienti più colti ed emancipati della nostra società. Anche nei rapporti di coppia dove, anche se non tutto va liscio, non si pensa mai di ricorrere a un avvocato e alla separazione. Un tipo di violenza inestirpabile perché insita nella diversa psicologia che, statisticamente, caratterizza l’uomo, la donna e quindi il loro comportamento.

Riporto tre esempi dai quali si può dedurre forse uno dei motivi più profondi per cui indipendentemente dall’andamento delle statistiche sulle reciproche violenze tra uomo e donna, è stata, è e sarà la donna, nella realtà della vita, a subire più violenze.

a) Il colombo e l’uomo. Avete osservato, attentamente, il comportamento di una coppia di colombi, simbolo di pace, fedeltà e amore di coppia? Li avete osservati quando lei è intenta a beccare qua e là, in un terreno pieno di sassolini ed erba e vi chiedete come faccia a centrare mollichine e semini nascosti e mimetizzati? Ci vuole concentrazione e precisione. E che fa il maschio? A petto gonfio la disturba con una serie interminabile di “Quou-quou-quò!… Quou-quou-quò!… Quou-quou-quò!” E lei si scansa, scatta a destra, scatta a sinistra, accelera, torna indietro, cerca di allontanarsi da quel borbottio continuo. E lui la rincorre a petto ancor più gonfio “Quou-quou-quò!… Quou-quou-quò!… Quou-quou-quò!” e la becca ripetutamente in testa, fino a farla sanguinare. E cerca di montarle addosso sempre con un’idea fissa. Lei pensa ai figli. Lui, oltre disturbarla e a farle male, pensa a come farle fare ancor più figli.

Molti di noi uomini, nel rapporto a due, siamo proprio come i dolcissimi colombi. Petulanti e noiosi, borbottiamo e critichiamo, tronfi della nostra presunta superiorità, ostacolando l’operosità casalinga della donna, intenta a pensare ai figli.

b) La fagiana e i figli. Decespugliando un’ampia aia con erba molto alta e fitta, mi bloccai per l’improvviso e poderoso batter d’ali d’un fagiano che decollava quasi in verticale, come un elicottero, impaurito dall’avvicinarsi del rumore. Quel decollo improvviso mi aveva spaventato. Restai a guardare in cielo l’allontanarsi del fagiano, fino a quando non lo vidi più.

Ripresi ad avanzare muovendo il decespugliatore in modo rapido e semicircolare, aprendo un varco nell’aia che mi faceva pensare alla macchinetta elettrica del barbiere quando inizia a radere a zero la testa di un capellone. Il mio avanzare, lento ma deciso tra “la boscaglia”, fu interrotto da una visione che ancora mi porto dietro. Con raccapriccio e in tutta la sua nitidezza. La lama della mia arma, aveva reciso la parte superiore della testa della fagiana che, a differenza del maschio fuggito, era restata a difendere la sua cova.

c) Cuore di mamma. L’origine di questa “iperbole” è remotissima. Ai nostri giorni viene riproposta aggiornata e potrebbe aver come titolo La mamma e il figlio drogato: storia di miseria e grandezza di una madre con il problema del figlio drogato.

Alla richiesta di somme sempre maggiori di denaro, la donna era riuscita a far fronte facendo anche la donna di servizio. Quando non bastarono più i suoi guadagni, arrivarono le botte. I vicini le dicevano di denunciare il figlio. Ma lei, niente. Un giorno al figlio venne un’idea. Uccise la madre, le aprì il petto, recise il cuore, lo mise in un vaso di vetro e corse all’ospedale, dove l’avrebbe venduto. Nella corsa, cadde rovinosamente a terra. Il vaso si ruppe e il cuore, ancora pulsante e sanguinante, rotolò sull’asfalto. Dal cuore si udì la voce allarmata della madre: “Figlio mio, ti sei fatto male?”

Questa storia è stata inventata, non a caso, per una mamma. Per un cuore di mamma.

 

Paolo Diodati


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