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Pesaro, Rom/Diritti umani. Malini e Picciau assolti perché il fatto non costituisce reato
28 Aprile 2012
 

Una straordinaria vittoria della rete internazionale di organizzazioni per i diritti del popolo Rom. Un riconoscimento giuridico, finalmente, al lavoro dei difensori dei diritti umani. Festeggia, idealmente accanto a noi, il popolo Rom in tutto il mondo

 

 

Pesaro – Gli avvocati Silvano Zanchini e Valeria Novelli, che ci hanno difesi nel procedimento penale presso il Tribunale di Pesaro, ci comunicano stamattina il verdetto del giudice: siamo stati assolti in base all'articolo 530 del Codice di Procedura Penale, perché «il fatto non costituisce reato».

Il decreto penale che due anni fa raggiunse Dario e me, comminandoci una condanna detentiva (commutata in una pesante multa) per «interruzione di un'operazione di polizia» è stato capovolto dalla nuova sentenza. L'agente di polizia che ci accusava è stato smentito dalla verità e questa sentenza attesta che l'opera di un difensore dei diritti umani a tutela di un essere umano in difficoltà può essere svolta anche in presenza della forza pubblica, anche nel corso di operazioni di polizia che intaccano la libertà e i diritti umani della persona.

In Italia, purtroppo, questo non avviene quasi mai e tanti attivisti umanitari hanno subito condanne inique per la loro opera civile. Attualmente va sottolineato come spesso le forze dell'ordine agiscano con estrema durezza di fronte alla presenza di difensori dei diritti umani, che vengono trattati come ostacoli davanti alle azioni poliziesche, anche quando esse colpiscono ingiustamente individui e comunità vulnerabili, causando grave pregiudizio a bambini, donne anche incinte, malati e persone in difficoltà.

I difensori dei diritti umani del Gruppo EveryOne si sono sempre comportati secondo coscienza, con atteggiamento nonviolento, per difendere i principi contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Quando l'operato delle forze dell'ordine non si è mostrato rispettoso di tali principi, mettendo in atto azioni che violavano l'integrità della persona e della famiglia, i nostri operatori umanitari hanno sempre attuato azioni nonviolente a tutela delle vittime, anche di fronte a intimidazioni, minacce, insulti, ordini ingiusti da parte dell'autorità.

Con questo operato, pur subendo una grave persecuzione, abbiamo salvato vite umane, impedito drammi umanitari, evitato che i diritti fondamentali delle minoranze discriminate fossero calpestati. In alcuni casi, purtroppo, il nostro operato nonviolento non è stato sufficiente a evitare vere e proprie tragedie, come il 25 febbraio 2009, nel corso dello sgombero da parte delle forze di polizia della Fabbrica in via Fermo, 49 - sempre a Pesaro - dove due bambini, ancora nel grembo delle giovani madri, persero la vita a causa del terrore suscitato loro da un'operazione durissima.

Anche in quell'occasione, tuttavia, disobbedimmo a intimazioni ingiuste (per esempio, di non avvicinarci a due giovani donne cadute al suolo per assisterle) e rimediammo a danni peggiori, fra cui l'ingiusta sottrazione da parte delle autorità di tanti bambini Rom. Il Gruppo EveryOne accoglie con soddisfazione questa sentenza e si augura che le Istituzioni europee e le Nazioni Unite, in base alla Dichiarazione Onu sui Difensori dei Diritti Umani, offra una tutela più efficace a tante persone che, in tutto il mondo, rischiano la vita, la libertà e i propri diritti per tutelare le minoranze colpite da persecuzione. Se la civiltà non tutela coloro che si pongono a rappresentare i valori assoluti della solidarietà, dell'uguaglianza e dell'amore fra i popoli, noi rischiamo di scivolare in un baratro davvero profondo e oscuro.

Il processo di Pesaro non avrebbe mai dovuto essere celebrato, perché nessun magistrato dovrebbe negare il diritto all'assistenza umanitaria verso persone discriminate, escluse, indigenti e spesso malate. Nessun giudice dovrebbe progettare di spedire in prigione coloro che difendono la vita di tanti bambini, donne e uomini perseguitati e in difficoltà, senza un riparo e senza un sostegno sociale. Ieri il Pubblico Ministero ha chiesto ancora il carcere per me e per Dario Picciau, dopo aver sentito la verità, non solo da parte nostra, ma anche da parte dei testimoni. Il giudice ha rimediato con l'unico verdetto civile e giusto, ma le domande rimangono.

Nei giorni precedenti all'udienza, tanti difensori dei diritti umani, da tutto il mondo, hanno alzato le loro voci autorevoli per chiedere giustizia nei nostri confronti. Ne citiamo una parte, perché sono centinaia le manifestazioni di solidarietà ricevute: Juan de Dios Ramírez Heredia, il Presidente di Union Romani; Grattan Puxon, storico attivista per i diritti dei Rom e dei Traveller; Els De Groen, ex parlamentare europea e presidente di Khetanes, associazione di artisti per i diritti del popolo Rom; Asociacion Mujeres Gitanas Sinando Kali; Viktoria Mohacsi, ex parlamentare europea, rifugiatasi in Canada dopo aver subito persecuzione in Ungheria; Marcel Courthiade, famoso studioso e difensore della cultura Rom; Morgan Ahern di Lolo Diklo, Romani Against the Racism; Congresso Mondiale del Popolo Rom di Belgrado; Pascual Borja Borja, Asoc. Gitana Gao Lacho Drom (Vitoria-Gasteiz); Elez Bislim, SUMNAL – Association for development of the Roma community in Macedonia; Bernard Sullivan, Kosovo Medical Emergency Group; Carla Osella, Presidente Nazionale A.I.Z.O.; Angel Heredia, Union Romani; Rachel Francis-Ingham, Inclusion office - UK Association of Gypsy Women UKAGW); Sara Dyer, UKAGW; Maria Bravo Krysta, presidente di Smocsa - Single Mothers and Child Support Agency; Nicolás Jiménez González, Gitano, sociologo, profesor lector de la Universidad de Alcalá de Henares, asesor del Instituto de Cultura Gitana de España, consultor de la Federación Autonómica de Asociaciones Gitanas de la Comunidad Valenciana e membro del Transatlantic Young Political Inclusion Leaders Network; Montse Forcadas, Presidenta Forn de teatre Pa'tothom; Fabio Zerbini, Antirazzisti Milanesi; Colette Olczyk, ASEFRR, asociación de solidaridad con los Rroma de Romania y Bulgaria; Marcello Zuinisi, il coraggioso difensore dei diritti umani, rappresentante di Nazione Rom, che ci ha accompagnati a Pesaro per il processo; Terry Evans, difensore dei diritti umani; Paul Polansky, poeta e difensore dei diritti umani; Union Romani, Área de empleo y formación Peter J Krijnen, artista e difensore dei diritti umani; Pit Becker, membro di Khetanes; Consolacion Carballar Arboleda, responsabile di Educacion Unión Romaní Andalusia; Juan Molleja Martínez, attivista gitano; Bill Bila, scrittore e attivista Rom francese; Caffè Shakerato, Genova; Beatriz Basenji, studiosa e scrittrice Gitana; Morid Farhi scrittore; Fiorella D'Amore, attivista; Evelyne Morady, attivista; Ana Belén Léon López - José Luis Ramírez Romero, Union Romani, Coordinación de Zonas; Edileny Tomé da Mata, Union Romani, Área de Inmigración; Union Romani, Área de Juventud; Viola Razhavi, Khetanes; Almudena Donce, attivista; Sonia Meyer, attivista; José Eugenio Cordero, attivista; Hugo Paternina Espinosa, Proceso Organizativo del Pueblo Rrom o Gitano de Colombia (PRORROM); Mónica Santos Carrillo, attivista Gitana; Toñy, Trabajadora Social de Andalucía y Activista Gitana; Chacon, Galizia, Spagna; Dr Jaime Vándor, Profesor jubilado de la Universidad de Barcelona (España); A. Rafael Carmona, Gitano, maestro di scuola, Andalusia, Spagna; Mireia Ros, attivista; Amara Montoya Gabarri, Coordinatora de Areas - Fundacion Instituto de Cultura Gitana, Madrid.

 

Questa vittoria dei diritti umani, che è un evento storico in Italia, paese dove istituzioni e sistema giudiziario proteggono, come ha rilevato giustamente il Presidente di Union Romani, le autorità che mettono in atto le politiche anti-Rom e anti-migranti promosse dal governo e propagandate da politici e media. Si deve tener presente che i media italiani sono finanziati dallo Stato e dunque dalla stesa politica che promuove sgomberi, espulsioni, esclusione sociale dei Rom e persecuzione delle minoranze etniche nonché degli attivisti umanitari. Riguardo al caso di Pesaro, nonostante gli interventi autorevoli da tutto il mondo e la peculiarità così rara del processo penale contro di me e Dario, la stampa nazionale e quella locale (se si eccettua il coraggioso bollettino on line ViverePesaro) hanno censurato in toto la notizia. Nessun giornalista si è presentato al Palazzo di Giustizia, nonostante li avessi inviati tutti personalmente. In certe azioni, l'Italia si mostra coesa e granitica! Riguardo alla giornata di ieri, va rilevato che l'agente di polizia, dopo il processo, mi si è avvicinato e in conclusione al breve dialogo che abbiamo avuto ha detto a me e Dario: “Con il vostro modo di difendere i diritti umani, prima o poi vi schiacceranno”.

Dopo l'udienza, siamo andati a pranzare in un ristorantino sul mare. Con noi era Mia Copalea, orgogliosamente vestita secondo la tradizione Rom, con una splendida gonna lunga arancione. Non appena siamo entrati, una cameriera ha rivolto a Mia queste parole: “Tu non puoi entrare qui”. Abbiamo protestato, dicendo che Mia era nostra amica e che volevamo pranzare. La cameriera ha guardato verso il titolare, il quale ha scosso la testa. “No, non può entrare qui”. Dopo aver rivolto le opportune critiche al proprietario del locale e alla cameriera, siamo usciti e ci siamo recati in un altro locale, dove siamo stati serviti con cortesia e simpatia. Al termine del pranzo, ci è sto fatto anche un piccolo, ma graditissimo sconto. Mia e il figlio Ipat ci hanno quindi accompagnati in stazione e spesso i cittadini di Pesaro guardavano verso il nostro gruppetto con riprovazione.

Ora il teatro dell'intolleranza e della persecuzione giudiziaria si sposta a Milano, dove Dario Picciau, Matteo Pegoraro e io, i co-presidenti di EveryOne, dovremo presentarci davanti al giudice per rispondere di un altro reato (stiamo mettendo insieme la collezione completa dei “crimini” che vengono cuciti addosso, come stelle di David, agli attivisti umanitari): “diffamazione”. Si tratta di un evento accaduto nell'estate del 2008 nel quale il Gruppo EveryOne, dopo che l'Ospedale San Salvatore di Pesaro aveva rifiutato di accogliere al pronto soccorso una donna di etnia Rom in preda a lancinanti dolori al capo e al ventre (si tratta della stessa Mia Copalea, paziente oncologica, affetta anche da malattie da precarietà) e dopo che il distaccamento oncologico dello stesso ospedale la riceveva solo per redigere una carta medica, senza tuttavia visitarla (non le provarono neanche la pressione), decise di inviare ai giornali la testimonianza del figlio di lei. Dopo la pubblicazione dell'articolo, l'Ospedale ci convocò e concordammo un accordo secondo cui i medici dell'Ospedale, seguendo quanto prescrive il Giuramento di Ippocrate e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, nonché la Costituzione, avrebbero finalmente accolto e curato tutti i Rom di Pesaro, esattamente come gli altri cittadini. Nonostante tale accordo, il processo contro i co-presidenti del Gruppo EveryOne prosegue. È importante notare come esso sia stato spostato da Pesaro a Bologna, quindi nuovamente a Pesaro e infine al Tribunale di Milano. In questo passaggio, nessun magistrato ha deciso di archiviare il caso, rendendosi conto che salvare vite umane e difendere i diritti dei perseguitati è un merito, non un crimine.

Oggi festeggiamo un trionfo della verità e della giustizia, ma già da stamattina siamo impegnati per difendere quattro giovani Rom che ieri hanno occupato una casa disabitata, per dare un riparo alle loro famiglie, con bambini piccoli. Nonostante le proteste del Gruppo EveryOne e di Nazione Rom, che hanno dimostrato che i quattro giovani sono innocenti, perché hanno agito in stato di necessità (art. 54 c.p.), essendo responsabili di bambini piccoli e necessitando di un ricovero indispensabile a garantirne la salute, diritto tutelato dalla Costituzione all'art. 32, le forze dell'ordine li hanno arrestati e rischiano che il magistrato commini loro una condanna al carcere. “Con il vostro modo di difendere i diritti umani, prima o poi vi schiacceranno”, ci ha detto il 'poliziotto bugiardo'. In questo clima, è probabile, ma da parte nostra stiamo cercando di insegnare i nostri metodi di difesa nonviolenta delle minoranze perseguitate a tanti giovani. Se Roberto, Dario e Matteo verranno fermati (ricordiamo che non solo poliziotti, magistrati e politici, ma anche gruppi neonazisti e razzisti ci hanno inserito nelle loro “liste nere”!), di certo non si fermeranno gli ideali né l'impegno dei Giusti per l'uguaglianza e la dignità di tutti, contro l'iniquità, l'intolleranza e le persecuzioni. Vivi o morti, liberi o dietro le sbarre, noi saremo nei canti di chi inneggia alla giustizia e saremo nei cuori di chi non si arrende all'odio.

Roberto Malini, Gruppo EveryOne

 

 

Nella foto, davanti al Tribunale di Pesaro, da sinistra: Ipat Ciuraru, Roberto Malini, Dario Picciau, Mia Copalea (27 aprile 2012: una data storica per i Rom e i Diritti Umani)


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